Sindona

SINDONA E CALVI: L’ALTA FINANZA NELLA P2

Sindona e Calvi: il potere finanziario al soldo di Licio Gelli

La Loggia Massonica P2: lo Stato nello Stato

– N.2

Questo articolo è il primo numero della Rubrica Interarchivistica dal titolo ”La Loggia Massonica P2: uno Stato nello Stato che vede la collaborazione tra gli archivi di Storia Contemporanea e Storia delle Relazioni Internazionali

L’Archivio di Storia delle Relazioni Internazionali, in questo secondo articolo frutto della collaborazione interarchivistica con l’Archivio di Storia Contemporanea, intende ripercorrere le vicende di due tanto controversi quanto corrotti uomini della finanza italiana, entrambi iscritti alla Loggia P2 di Licio Gelli (per saperne di più, clicca qui): Michele Sindona e Roberto Calvi.

Chi è Michele Sindona

Michele Sindona nasce a Patti, un paese in provincia di Messina, nel 1920; si laurea in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Messina nel 1942, per poi esercitare per alcuni anni la professione di avvocato.

L’ingresso di Sindona nel mondo della finanza risale al 1946, anno in cui si trasferisce a Milano per lavorare come commercialista, ed in poco tempo si afferma nel settore, specializzandosi in pianificazione fiscale ed acquisendo le conoscenze nell’esportazione dei capitali e nel funzionamento dei paradisi fiscali.

Negli anni Sessanta, Sindona importa a Piazza Affari gli strumenti di Wall Street: offerte pubbliche di acquisto (OPA), conglomerate, private equity. Diventa fiscalista e amico di Joe Adonis, legato al mafioso di Cosa nostra americana Lucky Luciano e alla famiglia Genovese.

Nel 1961, acquista la sua prima banca, la Banca Privata Finanziaria, proseguendo poi con la sua holding lussemburghese Fasco ed ulteriori acquisizioni. Nel 1967, l’Interpol statunitense segnala Sindona come implicato nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di stupefacenti, a causa dei suoi legami con personaggi degli ambienti di Cosa nostra americana, tra cui Daniel Porco, Ernest Gengarella e Ralph Vio.

La rete di Sindona

Tra le conoscenze di Sindona vi è anche il cardinale Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e futuro papa Paolo VI. Nel 1969, inizia la sua associazione allo IOR, l’Istituto per le Opere Religiose del Vaticano, di cui è Presidente il cardinale Paul Marcinkus. Difatti, la banca vaticana entra nella Banca Privata Finanziaria ed enormi somme vengono spostate dalla banca di Sindona verso banche svizzere. Sindona inizia a speculare su scala internazionale con le maggiori valute correnti, costituendo la società “Moneyrex SpA” insieme al broker milanese Carlo Bordoni, che diventerà il suo braccio destro.

Nel 1972, entra in possesso del pacchetto di controllo della Franklin National Bank di Long Island, una delle prime venti banche statunitensi.

Tra gli amici di Sindona si annoverano membri dell’entourage del Presidente Nixon, come David Kennedy e Charles Bludhorn.

Tuttavia, il castello fatto di soldi ed affari illeciti internazionali non è destinato a durare per sempre. Sindona è destinato a perdere, a poco a poco, tutto il suo potere e la sua influenza, fino a trovarsi solo e senza protezione da parte del Vaticano, dei mafiosi americani e dei suoi amici politici e piduisti.

Il crack Sindona

Nell’aprile del 1974, un crollo del mercato azionario porta al cosiddetto “crack Sindona“: la Banca Privata Italiana fallisce ed i profitti della Franklin Bank crollano del 98% rispetto all’anno precedente. In questo modo, Sindona accusa un calo di 40 milioni di dollari e inizia a perdere la maggior parte delle banche acquisite negli anni precedenti.

La Banca d’Italia decide di investigare e emerge che numerosi enti di diritto pubblico o con funzione pubblica come l’INPDAI, I’INA, l’INPS, l’INAIL, la Finmeccanica, l’Italcasse, la GESCAL, l’Ente Minerario Siciliano e molti altri avevano affidato i loro depositi alle banche di Sindona, e dai tassi d’interesse in “nero” applicati a tali depositi si creavano tangenti e provvigioni utilizzate per corrompere amministratori e uomini politici.

A questo punto, la banca d’Italia nomina come commissario liquidatore l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che esamina l’intera documentazione. Da questa emerge la fittissima trama di relazioni ed affari sporchi costruita negli anni dal finanziere siciliano.

L’omicidio Ambrosoli ed il falso rapimento di Sindona

Secondo la commissione d’inchiesta del Senato degli Stati Uniti sul crack della Franklin Bank, nel 1974 Sindona aveva trasferito 2 miliardi di lire sulle casse della Democrazia Cristiana e parecchi milioni di lire erano passati attraverso la CIA, la Franklin Bank e il SID (i Servizi Segreti italiani) del generale Vito Miceli per finanziare la campagna elettorale di 21 politici italiani.

Secondo una dichiarazione rilasciata da Sindona, è stato proprio Vito Miceli a presentargli Licio Gelli, il quale si mostra molto interessato ad aiutarlo per risolvere il disastro finanziario esploso nel 1974. Gelli, infatti, interpella il politico e leader della DC Giulio Andreotti, il quale incarica il senatore Gaetano Stammati (un affiliato alla loggia P2) e l’onorevole Franco Evangelisti di studiare il progetto di salvataggio della Banca Privata Italiana.

Sindona chiede denaro al banchiere Roberto Calvi per salvare le sue banche ma, fallito questo tentativo, lo ricatta attraverso le campagne di stampa diffamatorie del giornalista Luigi Cavallo, riguardanti le attività illegali del Banco Ambrosiano diretto dallo stesso Calvi.

Nel frattempo, a causa del suo lavoro d’indagine compiuto, Ambrosoli inizia ad essere ricattato e a ricevere minacce di morte: l’autore di tali minacce è il massone Giacomo Vitale, cognato del boss mafioso Stefano Bontate. L’11 luglio 1979, Ambrosoli viene ucciso dal malavitoso americano William Joseph Aricò, che aveva ricevuto l’incarico dallo stesso Sindona.

Addirittura, nel 1979 Sindona escogita da New York un tentativo per salvarsi, inscenando un sequestro attraverso l’aiuto di John Gambino, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo. Durante questo cerca di convincere Licio Gelli a fare pressioni ai suoi precedenti alleati politici, tra cui Giulio Andreotti. In cambio l’offerta la “lista dei cinquecento“, ovvero l’elenco di notabili che avevano esportato capitali illegalmente. I tentativi di pressione, però, falliscono amaramente, così come fallisce il piano del rapimento.

La morte di Sindona: omicidio o suicidio?

Nel 1980, Sindona è condannato negli Stati Uniti per 65 accuse, tra cui frode, spergiuro, false dichiarazioni bancarie ed appropriazione indebita di fondi bancari. Il tribunale federale di Manhattan, oltre alla pena detentiva per 25 anni di carcere, multa Sindona per 207 mila dollari.

Il governo italiano presenta agli Stati Uniti una domanda di estradizione affinché Sindona sia presente durante il processo per omicidio dell’avvocato Ambrosoli. La domanda è accolta, e così Sindona torna in Italia, in cui viene condannato a 12 anni di carcere per frode e all’ergastolo per l’omicidio di Ambrosoli.

Nel carcere di Voghera, però, Sindona rimane solo 2 giorni. Durante la colazione, Sindona muore poiché beve il suo caffè nel quale viene ritrovato del cianuro di potassio.

Omicidio? Suicidio? Non potremo mai saperlo, anche se sia evidente l’impossibilità di riferirci al caso quando ad essere protagonisti delle vicende sono personaggi, come in questo caso, implicati con molteplici vicende oscure e rapporti nazionali, internazionali e malavitosi controversi.

Secondo una ricostruzione delle indagini, è probabile che Sindona avesse escogitato un malore per essere estradato negli Stati Uniti, poiché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente penetrante e quindi ne risulta difficile l’assunzione involontaria. Secondo altri, però, sarebbe stato lo stesso Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro, facendo credere a Sindona che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore, per timore che quest’ultimo rivelasse durante il processo d’appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa nostra, e la P2:

“[…] fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona sperava che il suo potente protettore Andreotti trovasse la via per salvarlo dall’ergastolo. Nel processo d’appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che finora aveva taciuto”.

Roberto Calvi: il banchiere di Dio

Roberto Calvi nasce a Milano nel 1920. Si iscrive nel 1939 alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università Bocconi, ma non riesce a continuare gli studi a causa della guerra, poiché viene arruolato come sottotenente di cavalleria. Alla fine della guerra, ottiene un posto alla Banca Commerciale Italiana, dove suo padre è dirigente, fino al 1947; dopodiché lavora al Banco Ambrosiano, una banca privata cattolica, sottoposta allo IOR.

Nel 1968 conosce Michele Sindona, il quale nel 1975 (anno in cui Calvi diviene presidente del Banco Ambrosiano) lo presenta a Licio Gelli. Calvi entra nella loggia P2 il 23 agosto, con la tessera numero 519.

In pochissimo tempo Calvi crea il suo impero: acquista la svizzera Banca del Gottardo, fonda una finanziaria in Lussemburgo, la Banco Ambrosiano Holding, con l’arcivescovo Paul Marcinkus fonda la Cisalpine Overseas nelle Bahamas.

Sindona

Nel 1978, alcuni ispettori della Banca d’Italia analizzano la situazione del Banco Ambrosiano e ne denunciano molte irregolarità. Vengono segnalate al giudice Emilio Alessandrini, il quale viene ucciso il 29 gennaio 1979 da un commando di terroristi di Prima Linea.

Il tentativo di fuga di Calvi

Dopo la scoperta della Loggia P2 e della divulgazione delle famose liste degli affiliati, nel 1981 Calvi rimane senza protezioni. Per questo inizia a cercare l’aiuto del Vaticano e dello IOR. Poco meno di due mesi dopo, però, il 21 maggio, viene arrestato per reati valutari, per poi essere processato e condannato.

In attesa del processo di appello, Calvi viene messo in libertà e torna a presiedere il Banco. È in questa fase che cerca di trovare fondi per salvarsi, stringendo rapporti con Flavio Carboni, un finanziere legato a Licio Gelli. Oltre a i rapporti stretti con il boss mafioso Pippo Calò e con la banda della Magliana. Il tentativo di salvarsi, però, non ottiene gli esiti sperati, e per questo motivo Calvi è costretto a scappare e raggiunge Londra.

La misteriosa morte di Calvi

In circostanze misteriose, il 18 giugno 1982 Calvi viene trovato morto sotto al ponte dei frati neri, sul Tamigi. Vengono ritrovati nelle tasche dei mattoni, 15.000 dollari ed una lista con dei nomi. Tra questi vi erano: l’industriale Filippo Fratalocchi (noto produttore di apparati di guerra elettronica e presidente di Elettronica S.p.A.), il politico democristiano Mario Ferrari Aggradi, il piduista Giovanni Fabbri, Cecilia Fanfani, l’amico di Sindona ed ex consigliere del Banco di Roma Fortunato Federici, il piduista e dirigente della BNL Alberto Ferrari, il piduista e dirigente del settore valute del Ministero del commercio con l’estero Ruggero Firrao e il Ministro delle finanze del PSI Rino Formica.

Una morte, quella di Calvi, misteriosa ed oscura come quella di Sindona.

Inizialmente, la magistratura inglese archivia la vicenda come suicidio. Sei mesi dopo, la Corte Suprema del Regno Unito annulla la sentenza per vizi formali e sostanziali. Allo stesso modo il giudice che l’aveva emessa viene incriminato per irregolarità.

Nel 1988, ha inizio in Italia una causa civile che stabilisce l’omicidio di Roberto Calvi.

Parla Clara Canetti

Il 2 febbraio 1989, Clara Canetti, vedova di Calvi, nel corso di una puntata della trasmissione Samarcanda afferma ciò che il marito le aveva confidato. Ovvero che il vero capo della loggia P2 era l’onorevole Giulio Andreotti, il quale avrebbe minacciato indirettamente Calvi attraverso Giuseppe Ciarrapico, in seguito al crack del Banco Ambrosiano. Di tali affermazioni però non sono mai stati raccolti riscontri attendibili. È stato accertato però che Calvi, prima di partire per Londra dove è stato ritrovato morto, aveva incontrato realmente Andreotti e Ciarrapico.

Sono state molte le fasi dei processi, delle archiviazioni e riaperture dei fascicoli effettuate dai tribunali italiani a partire dagli anni ’90. Ciò che è senza alcun dubbio emerso è che il Banco Ambrosiano riciclava denaro mafioso e al contempo finanziava segretamente, in chiave anticomunista, il sindacato polacco Solidarnosc e i regimi totalitari sudamericani.

I nemici di Calvi

Dunque, i nemici di Calvi, tra cui il mafioso Pippo Calò e Marcinkus, non potevano rischiare che questo, ormai alle strette, fallito e inseguito da un mandato di cattura, rivelasse agli inquirenti “quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare denari mafiosi in quelle direzioni, e l’attività di riciclaggio che attraverso il Banco veniva espletata”.

Non è stato, tuttavia, possibile accertare i flussi finanziari che legavano il Banco Ambrosiano allo IOR.

È stata trovata una lettera del 5 giugno 1982, rilasciata dal figlio di Calvi diversi anni dopo. Venne pubblicata nel libro di Ferruccio Pinotti, “Poteri forti”, in cui Calvi scrive a papa Giovanni Paolo II chiedendogli aiuto:

«Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona…; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato…».

Conclusioni

Insomma, la P2 intrecciava attraverso i suoi affiliati una fittissima rete di potere, fatta di intrighi, segreti impronunciabili, rapporti pericolosi, denaro sporco e favori politici. Un potere che la rendeva un vero e proprio Stato nello Stato. Ma un potere che ha, alla fine, distrutto miserabilmente la vita e la memoria dei suoi affiliati, non solo quella di Sindona e Calvi.

Ma Michele Sindona e Roberto Calvi non furono altro che questo: due avide pedine di un gioco più grande di loro. Due pedine che pensavano di dominare il gioco, ma che alla fine ne sono stati risucchiati.

Martina Ratta per Questione Civile – XXI

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