Etica

Etica ciceroniana e la natura dello stoicismo classico

Etica ciceroniana e natura stoica: gli avanzamenti teorici dell’oratore romano ed il superamento dello stoicismo classico

Dopo aver affrontato nel precedente articolo la differenza tra le formulazioni sul concetto di diritto e giustizia tra antico e medio stoicismo (leggi qui), affrontiamo ora le riflessioni inerenti l’etica come principio contiguo alla giustizia in sé.

L’inapplicazione dell’etica stoica nelle formulazioni ciceroniane

Per quanto riguarda più specificamente l’etica dal punto di vista speculativo, nella posizione filosofica di Panezio e Posidonio si tende a sostituire alla rigorosa “etica stoica” il principio della “convenienza” come fondamento dell’azione morale. Nel mondo romano, invece, è Cicerone, principale esponente del pensiero eclettico, che, sulla scorta del suo maestro Panezio di Rodi, amplia con maggiore esaustività e completezza teoretica le riflessioni nel merito dell’etica.

A tal proposito, è emblematico il lavoro svolto dall’oratore romano nel De officiis, in cui riprende come fonte primaria l’opera del suo maestro, Sul dovere (“Περί τοũ καθήκοντος” = perì toù kathèkontos).

Cicerone riprende e corregge l’impianto generale, ampliandolo con l’aggiunta di esempi romani, oltre i riferimenti alla sua esperienza politica personale. In questo caso, l’allievo rimprovera al maestro di aver trascurato il conflitto fra “utile” e “onesto”, che sarà pertanto oggetto del terzo libro del De Officiis di Cicerone.

Un altro elemento che indica un cambio di rotta determinante ed un sempre più rivoluzionario allontanamento dalla dottrina classica dello stoicismo risulta essere propriamente nel merito della considerazione dei beni materiali e terreni.

Anche in questo caso, è Cicerone a rappresentare un netto cambiamento nell’avanzamento speculativo della teoresi stoica, in quanto viene superata quella famosa “indifferenza ai beni estrinseci” da parte del saggio, poiché non solo finisce per non considerarli beni in quanto tali, ma giunge persino a ritenerli apprezzabili dagli uomini, incluso i sapienti.

La contaminazione con le altre formulazioni sull’etica

La contaminazione, dunque, con le altre dottrine filosofiche, appare, a questo livello di analisi, piuttosto evidente.

Più precisamente è possibile rintracciare gli elementi tipici dell’aristotelismo, ed in parte del platonismo, ripresi nel corso dell’evoluzione dottrinale col fine, probabilmente, di sanare gli elementi teorici incompatibili con il mondo romano.

In particolare meritano menzione i cosiddetti “paradoxa stoicorum” (paradossi degli stoici), analizzati e ripresi dallo stesso Marco Tullio Cicerone nell’opera omonima, che, uniti al suo eclettismo spiccatamente retorico, costituirono un vero e proprio modello per la formazione culturale del ceto amministrativo romano.

La media Stoà, dunque, è stata determinante sul piano dottrinale, poiché ha generato una “morale intermedia”, a metà strada, cioè, tra il vizio e la virtù perfetta del sapiente, considerata come accettazione passiva degli avvenimenti determinati dal destino ineluttabile. Questa risulta essere una morale basata su prescrizioni “preferibili” da osservare nelle varie situazioni, differenziate in base al settore in cui si esercitano e che Cicerone chiama “doveri” nel De Officis.

Questi ultimi, dunque, risultano essere non solo delle mere regole di condotta, ma vere e proprie virtù particolari e variegate in relazione ai rispettivi casi concreti in cui devono essere messi in pratica, tali per cui finiscono per richiamare proprio le virtù aristoteliche, seppur osservate dalla deformata prospettiva dello stoicismo.

In questa commistione tra aristotelismo e stoicismo si può, quindi, rintracciare la media Stoà, portata in definitivo avanzamento grazie all’innovativa etica ciceroniana, come vedremo successivamente in modo più approfondito.

La natura dello stoicismo classico

L’indagine fatta sin qui nel merito dello Stoicismo classico, si è soffermata in maniera non troppo esaustiva sul concetto di natura stoica, in particolare sul piano dottrinale.

Vediamo ora di approfondire ulteriormente questo punto.

Le riflessioni nel merito del diritto di natura appaiono del tutto inaccessibili per gli stoici antichi a causa della loro dottrina sulla fisica, totalmente inconciliabile con l’idea di natura elaborata da Platone e Aristotele, in particolare.

Sembrerebbe, anche in questo, insieme agli altri punti enunciati in precedenza, un aspetto che pare non avere lunga vita nell’avanzamento diacronico della dottrina stoica classica.

Cicerone concorre a determinare un definitivo e rivoluzionario cambiamento non solo sul piano dei contenuti della riflessione teoretica, ma anche su piano della forma speculativa, poiché gli stoici medi, a differenza dei propri predecessori, sostenevano il precetto morale del “vivere secondo natura”, conformemente cioè alla natura.

Quest’ultimo elemento, ancora una volta, è stato inserito da Cicerone nella dottrina medio stoica, ripreso palesemente dall’aristotelismo, a dimostrazione, ancora una volta, delle sue spiccate capacità eclettiche.

Dal concetto di “natura” a quello di “giusto per natura”

Come accennato poc’anzi, anche per la giustizia si rileva un netto cambio di rotta. Nello stoicismo medio pare essere presente un “giusto per natura”, un dikaion physikón, che Cicerone stesso chiama ius naturae.

È ben noto, quindi, che la “natura” degli stoici antichi sia cosa altra da quella aristotelica, proprio perché il diritto non trova alcun tipo di collegamento con la concezione elaborata dallo Stoicismo classico.

Per Aristotele la natura non corrisponde soltanto a qualcosa di stabilito ex ante alla nascita stessa degli uomini, ma corrisponde esattamente alla causa finale di tutte le creature viventi, nei confronti della quale essi sono “in potenza”. La  natura aristotelica contiene, dunque, un ordine perfetto, all’interno del quale sta l’ordine delle società umane (uomo come zoón politikón).

È evidente, quindi, come la prospettiva della natura aristotelica non consiste in quella individualistica bensì in quella collettivistica degli uomini in società.

Per mezzo della natura collettivistica essi darebbero luogo a gruppi sociali spontanei e tendenzialmente senza coercizioni, che costituirebbero l’esempio vivente dell’esistenza di un vero e proprio diritto di natura, la quale finisce anche per contenere, nella sua più generale accezione, il disegno armonico della giusta divisione e distribuzione di beni e cariche pubbliche.

Ecco perché, nella prospettiva aristotelica, il diritto trova origine nella natura stessa.

Di altrettanta evidenza pare essere l’opposta posizione di matrice stoica (classica), di base materialistica e deterministica, spogliata delle sue accezioni di “giusto”, di “ordine” e di “armonia finalistica”, per cui non è difficile comprendere come sia impossibile rintracciare il giuridico nella natura stoica classica.

La natura degli stoici antichi come causa efficiente degli esseri umani

È pur vero, però, che il materialismo dell’antica Stoà, in accordo con la dottrina riguardo alla fisica, non rimanda ad un’idea di materia nell’inerzia.

Tra gli elementi materiali “esterni”, gli antichi stoici davano spazio ad uno in particolare, espressione di una dinamicità continua e inarrestabile, che consiste nel pnêuma, lo spirito, il fuoco, presente in ogni luogo e “dominatore” dell’esistente, che tutto comanda e tutto muove.

Questo elemento rende compatto l’esistente e con esso le creature viventi, tenendo insieme i loro elementi e, solitamente, viene sovrapposto dagli stoici stessi al lógos, la ragione.

In tutti gli esseri, quindi, è presente una particella di ragione seminale (lógos spermatikòs), di fuoco creatore, che costituisce il loro principio vitale: contestualmente il lógos allo stato puro può essere rinvenuto solo negli dei e nelle anime degli uomini, poiché la ragione costituisce la stessa “natura specifica” degli esseri umani.

Dunque, in quest’ottica, secondo gli stoici antichi la natura può essere identificata soltanto come la causa efficiente delle creature stesse, che determina il corso degli eventi e le rispettive attività umane, poiché mantiene e contiene tutti gli elementi del creato, nonché come qualcosa di slegato all’aspetto finalistico, ovvero il fine verso cui tendere (visione aristotelica a giustificazione naturale della società politica).

Conclusioni

È necessario, quindi, abbandonare le speranze nella ricerca, ormai vana, delle tracce del diritto nella concezione di natura sostenuta ed espressa dalla dottrina dell’antica Stoà.

Ma, al contrario, come sostiene M. Villey, a causa dell’inclinazione autenticamente stoica per l’“adorazione del fatto”, si potrebbe addirittura trovare una coerenza e una vicinanza speculativa con le teorie giuspositiviste rispetto alla dottrina del diritto naturale.

Alessio Costanzo Fedele per Questione Civile XXI

Parte degli articoli pubblicati nel presente archivio sono estratti del mio lavoro sperimentale dal titolo “Lo Stoicismo giuridico di M. T. Cicerone”, che rientra nell’area scientifico-disciplinare della filosofia del diritto, completata il 20 marzo 2020.

Uno dei principali testi che ho adottato per la ricerca, lo studio e la stesura del lavoro è “La formazione del pensiero giuridico moderno” (1986, Editoriale Jaca Book spa, Milano) di M. Villey.

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