America

America e indipendenza: le costituzioni occidentali

America e indipendenza: dalla Declaration of Independence alla Constitution of the United States of America

Oggi, in occasione del 245° anniversario dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, l’Archivio di Storia delle Relazioni Internazionali si impegna ad analizzare i tratti salienti della Declaration of Independence, divenuta uno dei pilastri del costituzionalismo occidentale d’epoca moderna, e del conseguente testo costituzionale del 1787.

I faticosi passi verso l’indipendenza

La guerra di indipendenza americana (in inglese, American War of Independence) si configura come un’aspra guerra, combattuta tra il 19 aprile 1775 e il 3 settembre 1783, in cui le Tredici colonie del nord-America si ribellano alla madrepatria, il Regno Unito, per ottenere l’indipendenza.

Le ragioni del conflitto sono molteplici: prima di tutto, le colonie americane sono imprigionate nella propria condizione di totale asservimento e sottomissione nei confronti della corona inglese, tale per cui risulterebbe impossibile autodeterminarsi, sia dal punto di vista politico che finanziario.

Inoltre, lo sfruttamento intensivo delle terre e delle risorse, a cui le colonie americane sono sottoposte su imposizione dell’amministrazione britannica, impedisce un reale sviluppo ed arricchimento dei propri territori.

Vi è da menzionare anche l’effetto che la Guerra dei Sette Anni, combattuta tra il 1756 ed il 1763, ha sulle casse della monarchia inglese.

L’Inghilterra, infatti, dalla dura lotta contro la Francia ne esce pesantemente impoverita, e cerca dunque di riarricchirsi imponendo pesanti imposte alle popolazioni delle colonie americane attraverso lo Stamp Act (che impone tasse su documenti e giornali) e lo Sugar Act (che impone tasse sui prodotti di importazione estera).

La Dichiarazione d’Indipendenza americana

I coloni americani e l’esercito britannico iniziano una estenuante guerra civile nel 1775. Tuttavia, il vero inizio della Rivoluzione americana è da considerarsi con la Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, divenuto fino ai giorni nostri giorno di celebrazione dell’indipendenza nazionale americana.

La dichiarazione viene sottoscritta dalla cosiddetta Commissione dei Cinque, formata da cinque uomini incaricati di delinearne il progetto ed il contenuto: Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, Robert R. Livingston e Roger Sherman.

Il documento, per l’appunto, viene ratificato il 4 luglio 1776 presso la sala congressi di Filadelfia.

Il suo contenuto viene canonicamente suddiviso in tre parti. La prima, riguardante una dichiarazione di principi relativa ai diritti dell’uomo e alla legittimità della rivoluzione; la seconda, riguardante un elenco di specifiche accuse circostanziate nei confronti del re Giorgio III d’Inghilterra; la terza, in conclusione, che racchiude una formale dichiarazione d’indipendenza.

L’adozione della carta sancisce il distacco dal Regno Unito di New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, Maryland, Virginia, Carolina del Nord, Carolina del Sud e Georgia, oltre che la nascita di un nuovo Stato, gli Stati Uniti d’America.

L’arrivo della pace per l’America

Con il trattato di Parigi del 3 settembre 1783 cessa definitivamente la guerra d’indipendenza americana con il Regno Unito e viene sancito, tra i vari punti, il riconoscimento da parte della Gran Bretagna dell’indipendenza delle Tredici colonie (divenute ormai Stati Uniti d’America) e la rinuncia da parte della Gran Bretagna ai territori fra i monti Allegani e il Mississippi.

Il trattato è firmato dal primo ministro britannico William Petty, marchese di Lansdowne e da Benjamin Franklin.

We the People: la Costituzione degli Stati Uniti d’America

Dopo la guerra d’indipendenza, i tredici Stati formano un governo centrale molto debole in base agli Articoli della Confederazione, il primo documento di amministrazione del nuovo Stato: ad esempio, il governo non ha alcun potere nell’imporre tasse o nel controllare i commerci tra gli Stati.

A causa dell’assenza di una legislatura efficace ed unitaria, gli Stati emanano di libera iniziativa una serie di leggi tributarie e di tariffe in conflitto tra loro.

Inoltre, gli Stati considerano il governo centrale con una tale leggerezza che i loro rappresentanti sono spesso assenti. La legislatura nazionale viene di frequente bloccata, anche su questioni marginali, a causa della mancanza di un quorum.

Alla luce di tale situazione, si indice una convenzione, a causa di una disputa territoriale tra Virginia e Maryland, per vagliare la possibilità di emendare gli Articoli della Confederazione e rafforzare il governo federale.

Il 17 settembre 1787, la Costituzione è completata e firmata a Filadelfia, frutto del complesso compromesso tra gli Stati e le diverse fazioni politiche.

Noi, Popolo degli Stati Uniti, allo Scopo di realizzare una più perfetta Unione, stabilire la Giustizia, garantire la Tranquillità interna, provvedere per la difesa comune, promuovere il Benessere generale ed assicurare le Benedizioni della Libertà a noi stessi ed alla nostra Posterità, ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America”.

La Costituzione americana si configura come “legge suprema del Paese” e delinea gli Stati Uniti, per quanto riguarda il proprio assetto costituzionale, come uno Stato federale.

Per questo, i poteri sono divisi in modo da permettere agli Stati membri di conservare una parte della propria sovranità ed autonomia.

Le caratteristiche dello Stato federale in America

Gli Stati membri che compongono lo Stato federale sono anche detti Stati federati, per indicare la garanzia costituzionale della possibilità di partecipare ai processi di revisione costituzionale, nonché della partecipazione alla formazione della volontà politica dello Stato centrale.

I primi tre articoli della Costituzione rimandano al principio giuridico della separazione dei poteri, per cui il governo federale si divide in potere legislativo, costituito dal Congresso degli Stati Uniti, in potere esecutivo, composto dal Presidente degli Stati Uniti d’America e dal suo gabinetto di governo, ed in potere giudiziario, composto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America e da altri tribunali federali.

Proseguendo nell’analisi del testo costituzionale, l’articolo IV, l’articolo V e l’articolo VI delineano i principi del federalismo, descrivendo i diritti e le responsabilità delle legislature dei singoli Stati federati degli Stati Uniti d’America, e della loro relazione col governo federale, oltre che il processo condiviso di emendamento costituzionale.

Inoltre, la Costituzione stabilisce la cosiddetta clausola di supremazia, che attribuisce alla legge federale la priorità rispetto alle leggi degli Stati federati.

L’elettorato americano è l’autorità ultima, che può modificare la legge fondamentale emendando la Costituzione; esso esercita questo diritto delegando gli affari quotidiani del governo ai funzionari pubblici, sia eletti sia nominati: il governo americano esiste ed esercita le sue funzioni per rappresentare e servire i suoi cittadini.

Dal 1787, la Costituzione americana è stata modificata mediante emendamento ben 27 volte, con il fine di rendere il testo sempre conforme ed armonico rispetto alle modifiche sociali, giuridiche e dottrinali che la società americana e la sua giurisprudenza hanno subito nei secoli.

Principalmente, gli emendamenti adottati hanno ampliato le protezioni dei diritti civili individuali e risolto sfide crescenti riguardo l’autorità federale o le modifiche ai processi e le procedure del governo.

Il costituzionalismo americano, esempio per la democrazia occidentale

La costituzione americana, oltre che lo studio dei suoi successivi emendamenti, rappresentano senza ombra di dubbio un momento, giuridicamente parlando, di grande importanza per la storia del costituzionalismo moderno.

Del resto, essa è la costituzione più antica nel mondo occidentale, diviene un punto di riferimento fondamentale per le codificazioni costituzionali degli altri Stati e, insieme alla costituzione francese del 1791, segna un punto di svolta notevole per la storia della democrazia e dell’affermazione dei diritti dell’uomo e dei diritti politici.

Nessuno Stato farà o metterà in esecuzione una qualsiasi legge che limiti i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né potrà qualsiasi Stato privare qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un processo nelle dovute forme di legge; né negare a qualsiasi persona sotto la sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi

(XIV Emendamento della Costituzione americana)

Libertà di culto, di parola e stampa, il diritto di riunirsi pacificamente e il diritto di appellarsi al governo divengono alcune delle vittorie di straordinaria grandezza e valore in un mondo che ancora non poteva godere delle conquiste giuridiche che, al giorno d’oggi, regolano la nostra epoca e il rapporto tra Stato e cittadino.

Occorre sempre ricordare che i diritti di cui godiamo oggi rappresentano le privazioni di libertà e di dignità che, in più terre, erano costretti a subire gli uomini e le donne nei secoli precedenti.

Godere di un diritto significa ricevere un’eredità dal valore inestimabile ed un compito da rispettare nel tempo: quello di ricordare, di ereditare la storia e la sofferenza di persone a cui un tempo non era concesso nulla, se non il privilegio di sopravvivere.

Martina Ratta per Questione Civile – XXI

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