OpLePo

OpLepo: l’Opificio della Letteratura potenziale

OpLePo: la sfida di una letteratura ultra-letteraria

Con queste parole Italo Calvino ispirava nel 1990 a Ruggero Campagnoli, Domenico D’Oria e Raffaele Aragona la fondazione dell’OpLePo o Opificio della Letteratura Potenziale:

“Ogni esempio di testo costruito secondo regole precise apre la molteplicità “potenziale” di tutti i testi virtualmente scrivibili secondo quelle regole, e di tutte le letture virtuali di quei testi.”

Iniziava allora in Italia un’avventura intellettuale che tutt’ora, seppur poco conosciuta, continua ad alimentare la ricerca e la sperimentazione letteraria in modi sempre più anticonvenzionali.

Come nasce?

L’OpLePo viene fondata – come abbiamo visto – da Raffaele Aragona e dai suoi colleghi a Capri nel 1990. Il nome del progetto, in forma di acronimo, fa riferimento ad un Opificio (il luogo in cui si opera e si crea qualcosa) della Letteratura (specificato perché si fa riferimento ad una serie di progetti basati sullo stesso tipo di sperimentazione, ma applicati ad altre discipline come il MuPo ovvero la Musica Potenziale, il PiPo cioè la Pittura Potenziale e molti altri) Potenziale (ad indicare tutte quelle produzioni letterarie nate dall’applicazione meccanica – ma sempre ragionata – delle regole di composizione, al fine di dimostrare l’assunto secondo il quale è meglio farsi dominare da leggi che conosciamo piuttosto che da quelle che non conosciamo generando un numero potenzialmente infinito di produzioni).

Il termine è la traduzione del corrispondente acronimo OuLiPo o Ouvroir de Littérature Potentielle

(dove in particolare ‘ouvroir’ è la parola specifica per indicare il laboratorio di cucito). Il movimento nasce, infatti, in Francia nel 1960, fondato da Raymond Queneau e François Le Lionnais, rispettivamente un drammaturgo ed un ingegnere, matematico e scrittore francese. Al movimento si unirono poi altri scrittori ed intellettuali come George Perec o Italo Calvino. Fu proprio quest’ultimo a costituire l’anello di congiunzione tra il collettivo francese e quello italiano.

L’OuLiPo, L’OpLePo e le basi matematiche

L’esperienza dell’OuLiPo nasce negli anni ‘60 dunque, ma ha le sue radici nella stagione di sperimentazione che vive la Francia sin dall’inizio del Novecento. Più in particolare – e ciò potrebbe stupire – tutto inizia dal movimento del bourbakismo che deve il suo nome al Bourbaki, pseudonimo di un collettivo di matematici francesi.

Questi ultimi avviarono una riforma del modo di vedere ed insegnare la matematica e trasformarono prima di tutto l’insegnamento superiore ed universitario introducendo, al posto delle singole regole considerate separatamente, il concetto di sistema. Questa nuova visione delle leggi matematiche permetteva di considerarle collettivamente e di individuare i meccanismi che sottostavano al loro funzionamento per applicare tali principi all’infinito e rigorosamente in ogni situazione.

Da questa rivoluzione scientifica prese le mosse quella letteraria e – come abbiamo visto – non solo. Anche la Critica, infatti, eredita il concetto di sistema fondando in Russia i movimenti del Formalismo e, più tardi, dello Strutturalismo che si basavano sullo stesso concetto.

Essi sfruttavano, in poche parole, l’idea di struttura per individuare le leggi sintattiche e formali che sottostavano alla composizione e al funzionamento di un testo letterario di qualunque genere esso fosse.

Le regole dell’Oplepo: l’eredità dell’OuLiPo

L’OuLiPo radicalizzò queste intuizioni portandole alle estreme conseguenze, lasciando poi il suo statuto in eredità all’italiano OpLePo. Studiando gli stessi principi illustrati dai critici russi e francesi, infatti, gli Oplepiani non facevano altro che applicarli al loro processo di scrittura come leggi inviolabili anziché utilizzabili facoltativamente.

Il perno di tutto il movimento stava proprio nel concetto di ‘Potenziale’ che veniva fondato sulla convinzione che esistesse – per l’appunto – un potenziale infinito in Letteratura che poteva emergere grazie all’imposizione di costrizioni sempre più vincolanti.

E così, ad esempio, Queneau pubblicò nel 1947 Esercizi di Stile, opera che narrando uno stesso evento di cronaca in 99 modi diversi, decretò la riscoperta del lipogramma, componimento basato sul divieto di utilizzare parole che contenessero una determinata lettera dell’alfabeto. Ancora, nel 1978 Perec pubblicò quello che è considerato il capolavoro novecentesco della letteratura Oulipiana La vita. Istruzioni per l’uso, che si basava sul calcolo combinatorio matematico tramite un’idea proposta dal matematico francese Berge.

L’opera narra una storia che si svolge in un palazzo di Parigi di 10 piani con 99 stanze aventi una disposizione simile a quella di una scacchiera. Al suo interno le narrazioni si intrecciano secondo il vincolo dell’”algoritmo del cavallo” il quale impone che ci si possa spostare imitando solo il movimento ad L che compie il cavallo nel gioco degli scacchi.

Quando Italo Calvino ispirò gli Italiani

Il pensiero a questo punto non può che andare a Calvino, che come abbiamo visto contribuì alla fondazione dell’OpLePo dopo il suo lungo soggiorno a Parigi, con opere come Le città invisibili (la narrazione del viaggio di un Marco Polo di fantasia attraverso una miriade di città possibili), Se una notte d’inverno un viaggiatore (che si basa sulla replicazione esponenziale di incipit di un romanzo sempre diverso) e, ancor di più, Il castello dei destini incrociati, incredibilmente simile all’opera di Perec e descritto dall’autore stesso come “una macchina per moltiplicare le narrazioni partendo da elementi figurali dai molti significati possibili come può essere un mazzo di tarocchi”.

Dal suo esempio molti altri scrittori cominciarono a prendere ispirazione, primo fra tutti il futuro fondatore del movimento di sperimentazione italiano Raffaele Aragona, che fece proprio il principio dell’applicabilità potenziale delle regole letterarie per produrre nuova letteratura, forte, forse, del suo passato da ingegnere. Egli, infatti, nell’opera programmatica del progetto La biblioteca oplepiana scrive:

“Nel metodo dell’OuLiPo, in primo luogo, conta la qualità delle regole, la loro ingegnosità ed eleganza; se a esse corrisponderà subito la qualità dei risultati ottenuti, tanto meglio; in ogni caso l’opera sarà un esempio delle potenzialità raggiungibili attraverso la strettoia di quelle regole. Nessun oulipiano naturalmente pretende di sostenere che le proprie esercitazioni costituiscano compiute opere letterarie: si tratta, in ogni caso, di esercitazioni che, in prospettiva, possono produrre nuove, originali strutture compositive.”

L’Oplepo e l’OuLiPo e la storia letteraria intrecciata di Francia ed Italia

Non è un caso che in Francia e subito dopo in Italia questo tipo di iniziativa avesse avuto così tanto successo. Alle origini della letteratura trobadorica e italiana c’è infatti una struttura poetica comune che si basa sul matrimonio di scienza (in particolare matematica) e scrittura. Lo schema poetico in questione è la sestina, ideata forse per gioco o per un grandioso colpo di genio dal trobadore provenzale Arnaut Daniel.

La sestina si basava su un principio matematico denominato “permutazione antipodica” secondo cui ogni strofa (sei in totale) contava sei versi, dunque sei parole-rima. La permutazione veniva messa in atto ogni volta che si passava da una strofa all’altra in modo che ogni parola-rima finisse al verso che si trovava agli antipodi. Dunque, la prima parola-rima finiva all’ultimo posto, la seconda al penultimo e così via come i numeri che si trovano sulle facce speculari (o, appunto antipodiche) di un dado.

Lo schema metrico rivoluzionò il modo di guardare alla poesia, dalla Francia giunse nelle mani di Giacomo da Lentini che ne fece lo schema principe della composizione poetica alta. Fu poi ereditato, non a caso, da Petrarca e poi da Dante che lo consacrò definitivamente, tanto che oggi non esiste poeta, che ambisca a definirsi tale, che non sappia comporre una sestina.

E chissà che fra di loro non si trovi un novello Arnaut Daniel che giunga a rivoluzionare ancora le nostre certezze, soltanto lanciando un paio di dadi.

Noemi Ronci per Questione Civile – XXI

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