Dante e Omero

Dante e Omero: le enciclopedie tribali d’occidente

Da Omero a Dante: come tre poemi hanno plasmato il nostro modo di vivere

Cos’hanno in comune Dante e Omero? Cos’hanno in comune il poeta cieco forse mai esistito e il sommo cantore di Firenze e dell’Italia? A darci la risposta è, forse, ancora un poeta antico, Platone che coglie, con occhio attento, la massima abilità di ogni poeta, epico e non:

“Il poeta epico, al pari del pittore, compie una mimesi di secondo grado, nella misura in cui imita un’azione eroica che è a sua volta imitazione di un’idea. Non altrimenti il pittore riproduce una realtà oggettuale, che è a sua volta una riproduzione dell’idea dell’oggetto stesso attraverso l’opera dell’artigiano”.

(Platone, Rep. 10, 595 a-605b)

“700 anni con Dante”

-N. 1

Questo articolo è il primo numero della Rubrica Panarchivistica dal titolo 700 anni con Dante, finalizzata ad analizzare la figura del Sommo Poeta da diversi punti di osservazione. La rubrica vede la collaborazione tra gli Archivi di Storia Antica, Storia Medievale, Storia dell’Economia, Storia delle Relazioni Internazionali, Lettere, Scienze Umane, Storia Contemporanea, Storia dell’Arte, Storia del Cinema, Storia della Tecnologia, Filosofia del Diritto, Storia Moderna e Pensiero Filosofico

La questione omerica: dove nasce?

Omero non esiste. Per noi moderni è un dato ormai assodato, ma quando nel 1795 Friedrich August Wolf lo annunciò al mondo filologico dell’epoca, si aprì una ferita quasi traumatica chiamata questione omerica, una ferita che tutt’ora stenta a cicatrizzarsi. Si capisce, infatti, la reazione, lo sconvolgimento di quegli studiosi che avevano dedicato la loro esistenza ad un genio che poi era svanito all’improvviso come fumo fra le loro mani, solo se si pensa al disappunto che molti di noi avranno provato sentendo, ad un’età certo troppo tenera, la stessa notizia: Omero non esiste. Ancora oggi per attaccamento romantico, per abitudine o, magari, per comodità parliamo ancora di un “Omero”, sotto sotto lo crediamo vivo e lo immaginiamo scrivere. Ma ciò che è più destabilizzante è che ancora oggi nutriamo dubbi, dibattiamo, argomentiamo su una questione insolubile che forse non risolveremo mai.

Tuttavia, ciò che è certo oltre ogni ragionevole dubbio, è che da quel lontano 1795 partì una rivoluzione di metodo. I filologi rilessero l’Iliade e l’Odissea come poemi corali, non scritti, ma composti oralmente, tramandati di generazione in generazione; come fiabe narrate dai padri e dai nonni – e dalle mamme, ma senza farsi sentire – perché figli e nipoti sapessero come vivere nel mondo. Friedrich Augustus Wolf fu il primo a ipotizzare, nei suoi Prolgomena ad Homerum, che i testi fossero storie nate separatamente che venivano narrate da diversi cantori in diverse situazioni e che solo in età Pisistratea (nel VI sec. a. C.) fossero state unite e messe per iscritto.

Da quel momento in poi il mondo della filologia classica non fu più lo stesso. Chiunque vi si avvicinasse doveva fare i conti con la famigerata questione omerica che alla fine arrivò persino a toccare il capolavoro del Sommo Poeta.

Le enciclopedie tribali di Havelock: da Omero a Dante

In poche parole, dunque, l’Iliade e l’Odissea erano state composte nel giro di secoli da quegli stessi popoli che poi se le narravano tramandandosi, attraverso storie memorabili, i culti, le leggi, la morale, il modo di agire, di mangiare, di vestire; persino come comportarsi in determinate situazioni o come darsi la mano. Erano un vero e proprio serbatoio antropologico della civiltà vissuta in Grecia prima dei Greci e loro antenata: quella micenea.

Si accorse di tutto questo lo studioso inglese Eric A. Havelock che nel 1963, raccogliendo l’eredità di tutti gli studiosi che avevano fatto la storia della questione omerica, pubblicò Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone nella quale per la prima volta coniò il concetto di “enciclopedia tribale” per i poemi omerici. Tramite questo concetto Havelock spiegò come un cantore epico fosse in grado di trasmettere con la performance poetica tutto il sapere politico, morale, giuridico, artistico e tecnico del suo tempo, trasformando l’opera letteraria in un momento di associazione, svago e formazione.

Tutto ciò è opera di un popolo brillante agli albori della sua esistenza. Opera di stratificazioni della storia e della tradizione cristallizzati nella memoria e consacrati dalla letteratura.

Eppure, secoli dopo un uomo brillante quanto un popolo intero che forse non aveva mai potuto leggere i suoi poemi, reduplicò l’impresa. Egli osservò il tempo in cui visse, lo impresse nella sua memoria e lo consacrò con la sua scrittura all’eternità.

La Divina Commedia è un’enciclopedia tribale?

Dire che la Commedia avesse lo stesso valore prescrittivo e pedagogico dei poemi omerici durante la loro stesura, è certo un azzardo troppo grande. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato negare che l’opera del Sommo Poeta non abbia un enorme valore come testimonianza antropologica e che non abbia lasciato ai posteri la sua eredità imperitura.

I poemi greci, in quanto enciclopedie tribali, svolsero, infatti, una funzione fondamentale oltre quella prescrittiva tipica della società orale arcaica e cioè il documentare la storia, l’esistenza e gli usi di una civiltà che senza i poemi sarebbero andati certamente perduti, generandone per l’appunto un’enciclopedia da consultare e tramandare.

In quest’ottica, dunque, non si può negare che la Divina Commedia sia un’enciclopedia tribale del Medioevo. Non potremmo mai sostenere che l’opera insegnasse come comportarsi, quali leggi seguire, a quali valori rifarsi e così via. Eppure, in essa si concentrano gli usi, le storie, le abitudini di un popolo intero – quello italiano – prima ancora che quel popolo sapesse di esser nato. Dante e Omero svolsero, in poche parole, il medesimo compito d’aggregazione e testimonianza per la propria gente ed il proprio Paese.

Le vicende e i personaggi che la popolano attraversano la penisola da Nord a Sud senza distinzioni. I protagonisti della narrazione parlano, con poche eccezioni, tutti la stessa lingua e sono dominati tutti dalla stessa legge che li ha condannati o salvati.

Dante, in poche parole, ha creato con la letteratura un’Unità ante litteram, lasciando testimonianza di quello che, tra mille profonde ed evidenti differenze, univa il popolo italiano prima della sua nascita, svolgendo la stessa funzione politica e antropologica che veniva consapevolmente affidata ai poemi omerici in età arcaica.

La Commedia, in definitiva e con tutte le dovute accortezze, può essere definita un’enciclopedia tribale del Medioevo in virtù di due grandi funzioni, oltre quella appena vista di testimonianza antropologica. La prima è la funzione eternatrice che essa svolge a livello sia delle tematiche, sia degli eventi, sia dei personaggi; la seconda, invece, è la creazione di una lingua riconoscibile e legata alla memoria dell’opera che l’ha generata.

Quali sono i lasciti della Commedia di Dante come enciclopedia tribale del Medioevo?

Se ci riflettiamo, infatti, è evidente come dalla contingenza della cronaca contemporanea, gli eventi, i personaggi e le storie che popolano la Commedia siano diventate storie eterne, salvate da oblio certo dalla penna di un genio.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

-Inferno V, 103-105

Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, due nomi che sarebbero andati perduti, ne sono un esempio. Il loro era un caso come molti di passione e omicidio che segnò la cronaca nera dell’epoca, ma non sarebbe sopravvissuto al vaglio del tempo se non fosse intervenuto Dante a trasformarli semplicemente, eternamente, in Paolo e Francesca.

Μῆνιν ἄειδε, θεὰ, Πηληιάδεω Ἀχιλῆος
οὐλομένην, ἣ μυρί᾿ Ἀχαιοῖς ἄλγε᾿ ἔθηκε

Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l’ira funesta, che infiniti addusse lutti agli Achei

-Hom, Il. I, 1-2

Allo stesso modo, certo, chi si sarebbe ricordato dell’ira funesta di un eroe locale di nome Achille, più simile a un dio che agli uomini con cui combatteva, se non fossero state composte queste parole?

Pochi versi bastano oggi per costruire nella nostra mente mondi dalle caratteristiche precise ed irriproducibili, strettamente legate all’epoca e ai valori che la caratterizzano. Quest’ultimo elemento, in particolare, è ciò che avrebbe potuto costituire la condanna di tali opere relegandole ad un’epoca troppo particolare perché potessero essere comprese in seguito e che, invece, grazie alla maestria dei loro autori, ne ha costituito il valore aggiunto rendendole, appunto, documenti inestimabili di epoche trascorse.

Dante e Omero linguisti inconsapevoli

In ultimo, il lascito più grande tanto della Divina Commedia quanto dei poemi omerici, subito dopo quello letterario, è indubbiamente quello linguistico. Com’è noto, infatti, in entrambi i casi le opere in questione hanno forgiato le lingue delle loro epoche. E così l’italiano – o, meglio, il fiorentino da cui la nostra lingua corrente nacque – porta la firma di Dante, quanto i poemi omerici portano quella del loro autore o, più correttamente, dei loro autori.  

Quando Dante scrive il suo capolavoro ciò che sta facendo è utilizzare il volgare della sua città per scrivere un’opera mistica. Ma l’impatto della Commedia sarà tale che i primi critici e italianisti della nostra storia decretarono il suo come l’unico modo di comporre un’opera in versi e di lì il suo fiorentino divenne, attraverso processi complessi e non sempre lineari, il nostro italiano.

Dal lontano 1300 provengono molte delle espressioni e delle parole che ancora colorano il nostro modo di parlare. Senza infamia e senza lode, il bel Paese, far tremare le vene e i polsi, inurbarsi, cosa fatta capo ha, solo per citarne alcune. Per secoli, dunque, non abbiamo fatto che infarcire la nostra letteratura della lingua di Dante.

E la lingua di Omero?

Ma ciò che è più interessante è che qualcosa di molto simile accadde col greco antico. La primissima espressione letteraria della tradizione greca di cui abbiamo notizia sono i poemi omerici. In un certo senso sono, dunque, questi ultimi a stabilire la prima vera norma letteraria in un greco composto di diversi dialetti che via via si legheranno ad un particolare genere letterario.

E così la lingua o dialetto omerico con le sue particolari caratteristiche (una base di ionico con alcuni influssi eolici per semplificare) divenne un’istituzione. Divenne il caposaldo della lingua aulica e letteraria greca che per secoli ne segnò lo sviluppo, non diversamente da quanto era successo col fiorentino dantesco. Usare la lingua omerica come usare una terzina era una dichiarazione di poetica.

Conclusioni su Dante e Omero: le loro enciclopedie letterarie

Concludendo, alla luce di quanto abbiamo visto, possiamo affermare che, con tutte le accortezze dovute ai diversi periodi storici a cui appartengono, le opere di Dante e Omero abbiano svolto il ruolo di enciclopedie in quanto serbatoi di usi, modi di dire, lingua, storie. Ma certo, qualcosa dobbiamo ancora precisare. Stando alle ipotesi di Wolf, Parry e di molti studiosi di filologia – anche se ad oggi non possiamo affermare nulla con totale sicurezza – i poemi omerici sono il risultato di un lavoro corale scaturito dalla sedimentazione di secoli e secoli di narrazioni. Eppure, come abbiamo visto, svolgono le stesse funzioni di un unico poema, la Commedia.

In conclusione, dunque, possiamo affermare che per quanto l’impatto straordinario di queste due fatiche letterarie sia il medesimo, il genio si cela dietro una soltanto. Ciò che un popolo intero ha creato nel corso di secoli, Dante da solo ha saputo riprodurlo in poco più che qualche decennio.

E così, lontano da ogni campanilismo, traendo le logiche conclusioni da quando i filologi antichi e moderni hanno argomentato, possiamo senz’altro affermare che nel Limbo Dante porge ossequio al poeta sovrano, ereditandone il testimone, ma nel corso della sua vita la penna lo porterà a superare di gran lunga il Cieco di Chio.

Noemi Ronci per Questione Civile – XXI

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