Guelfi e Ghibellini

Guelfi e Ghibellini: la politica ai tempi di Dante

Guelfi e Ghibellini: Dante Alighieri e la politica ai tempi della Firenze medievale

La politica è un’attività umana da tempi immemori. L’Archivio di Storia delle Relazioni Internazionali intende ripercorrere le tappe dello scontro politico tra Guelfi e Ghibellini, le opposte fazioni esistenti ai tempi di Dante Alighieri, e l’attivismo politico di cui fu protagonista lo stesso Sommo Poeta.

“700 anni con Dante”

-N. 3

Questo articolo è il terzo numero della Rubrica Panarchivistica dal titolo “700 anni con Dante”, finalizzata ad analizzare la figura del Sommo Poeta da diversi punti di osservazione. La rubrica vede la collaborazione tra gli Archivi di Storia Antica, Storia Medievale, Storia dell’Economia, Storia delle Relazioni Internazionali, Lettere, Scienze Umane, Storia Contemporanea, Storia dell’Arte, Storia del Cinema, Storia della Tecnologia, Filosofia del Diritto, Storia Moderna e Pensiero Filosofico

Alle origini dell’antagonismo politico

L’antagonismo tra Guelfi e Ghibellini può essere riassunto, seppur in chiave estremamente semplicistica, nel non poco controverso scontro tra i sostenitori del potere temporale e tra quelli del potere spirituale.

Infatti, i Guelfi erano forti sostenitori della Chiesa e del ruolo gerarchico in capo al papa, mentre i Ghibellini sostenevano l’Imperatore in qualità di capo supremo dell’istituzione statuale.

«L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli. Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte; e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.»
(Dante, Divina Commedia, canto VI del Paradiso, 100-108)

Si potrebbe dire, senza ogni dubbio, che Guelfi e Ghibellini nella Firenze medievale facessero politica, esattamente al pari di due partiti politici che al giorno d’oggi si scontrano per esercitare il potere all’interno di un dato territorio. Ma cosa significava nella Firenze dantesca fare politica? Innanzitutto, la politica era alla portata di tutti: tutti potevano praticarla, non servivano titoli o competenze particolari. Il sistema politico fiorentino era inclusivo e permetteva una certa roteazione delle cariche, poiché il mandato di ogni funzionario durava solo 6 mesi. Al vertice dei Consigli fiorentini vi erano 6 Priori, i cui mandati duravano solo 2 mesi.

E Dante? Il Sommo Poeta nacque da una famiglia della piccola nobiltà fiorentina sostenitrice della fazione dei Guelfi, e partecipò alla vita politica di Firenze per circa 6 anni e fu anche Priore. Dante fu un politico per la Firenze del tempo. Il suo primo intervento politico, in base ai verbali dei Consigli giunti fino a noi, risale al 1295, anno in cui Firenze rischiava una guerra civile.

Guelfi e Ghibellini: l’incontro tra i due uomini di parte

Il partito Guelfo aveva molto potere al tempo di Dante: svolgeva una funzione di controllo capillare sul territorio per evitare tentativi di rovesciamento del potere da parte dei Ghibellini. Come detto, Dante era un Guelfo, anzi, un Guelfo bianco per essere esaustivi. Il partito Guelfo subì una drastica spaccatura al suo interno a causa di due nobili famiglie fiorentine, i Cerchi ed i Donati. I cosiddetti Guelfi neri erano guidati dai Donati, mentre i Cerchi, grandi banchieri, guidavano la fazione dei Guelfi bianchi.

Nel sesto girone dell’Inferno, quello dedicato agli eretici, Dante incontrò Manente degli Uberti, detto Farinata, un nobile Ghibellino appartenente ad un’importante famiglia fiorentina, morto in esilio.

Nel 1260, ovvero 5 anni prima che nascesse Dante, Farinata fu uno dei noti personaggi nella famosa battaglia di Montaperti che portò ad una momentanea egemonia ghibellina. Tuttavia, con la battaglia di Benevento e la sconfitta di Manfredi d’Altavilla, i Guelfi presero il potere. La famiglia degli Uberti ricevette uno spiacevole trattamento da parte dei Guelfi: il corpo di Farinata, che era morto nel 1264, fu riesumato e gettato nell’Arno, mentre molti dei suoi familiari furono uccisi, incarcerati o costretti all’esilio.

Per tutto il canto, è evidente che per Farinata l’unica cosa che conta, e che ha caratterizzato in pieno la sua vita, è la politica ed è evidente in lui il rimpianto per il dolce mondo e la sua città, specie quando chiede a Dante il motivo di tanto accanimento degli uomini di Firenze contro i membri della sua famiglia dopo la battaglia di Montaperti, lui che fu l’unico ad opporsi alla distruzione di Firenze con i suoi colleghi di partito Ghibellini.

La profezia dell’esilio

«Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa»

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto X, vv. 79-81)

Farinata primeggia sulla scena come un gigante, mostrando fermezza e fierezza, da vero uomo di partito, ed appare tenacemente legato alle questioni di parte politica anche se nell’Inferno sono ormai del tutto irrilevanti. Ricorda a Dante i suoi successi, quando nel 1248 e nel 1260 sconfisse i suoi colleghi di parte, e gli profetizza che nel 1304 verrà esiliato a seguito della sconfitta nella battaglia della Lastra.

E Dante fu effettivamente, dopo la battaglia della Lastra, esiliato da Firenze ed ospite di numerose corti e famiglie della Romagna. Dopo di che, si spostò prima a Bologna nel 1305, poi a Padova nel 1306 e infine nella Marca Trevigiana presso Gherardo III da Camino. Da qui, Dante fu chiamato in Lunigiana da Moroello Malaspina. Qui Dante ebbe l’incarico di negoziare la missione diplomatica per un’ipotesi di pace tra i Malaspina e il vescovo-conte di Luni, Antonio Nuvolone da Camilla. In qualità di procuratore plenipotenziario dei Malaspina, Dante riuscì a far firmare da ambo le parti la pace di Castelnuovo del 6 ottobre del 1306.

Durante il soggiorno a Forlì nel 1310, Dante ebbe la notizia della discesa in Italia del nuovo imperatore Arrigo VII. Da uomo politico, guardò l’episodio con grande speranza, poiché sperava non soltanto nella fine dell’anarchia politica italiana, ma anche la concreta possibilità di rientrare finalmente a Firenze. Infatti, l’imperatore fu salutato dai ghibellini italiani e dai fuoriusciti politici guelfi, connubio che spinse il poeta ad avvicinarsi alla fazione imperiale italiana.

Guelfi o Ghibellini? Gli ideali traditi

Dante, così, manifestò le sue aperte simpatie imperiali, scagliando una violenta lettera contro i fiorentini il 31 marzo del 1311e giungendo, sulla base di quanto affermato nell’epistola indirizzata ad Arrigo VII, a incontrare l’imperatore stesso in un colloquio privato.

Dante si trovò, dunque, a rivalutare le proprie posizioni e convinzioni: i Guelfi l’avevano tradito, il desiderio di mantenere il potere aveva dato man forte alla corruzione degli animi e Firenze era ormai in declino. Il poeta italiano Ugo Foscolo arriverà a definirlo un Ghibellino nella sua opera “Dei sepolcri”. Tuttavia, l’improvvisa morte dell’imperatore Arrigo VII, avvenuta nel 1313, spegne drasticamente tutti i sogni di Dantee la possibilità di una Renovatio Imperii. Sembrava, così, che non ci fosse più alcuna speranza per lui di tornare nella sua amata Firenze. E così purtroppo fu: la malaria portò via il Sommo Poeta nel 1321, ma viva e grande è la sua eredità, e vivo per tutti il suo impegno politico.

Martina Ratta per Questione Civile – XXI

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