visoni ultraterrene

Visioni ultraterrene di Dante nella letteratura

Dante Alighieri e la letteratura delle visioni ultraterrene

Dante Alighieri e le sue visioni delle realtà ultraterrene. Un viaggio straordinario che trascende l’umano e che pure, al tempo stesso, ne sonda ogni dettaglio, ogni carattere, e lo comprende nella sua interezza. Un’esperienza cui solo rare anime elette sono state chiamate nella storia, onde recarne testimonianza all’umanità. Fra di esse, quella più nota fu scolpita in una delle opere più belle, affascinanti ed evocative della storia della letteratura italiana e mondiale: la Divina Commedia.

“700 anni con Dante”

-N. 7

Questo articolo è il settimo numero della Rubrica Panarchivistica dal titolo “700 anni con Dante”, finalizzata ad analizzare la figura del Sommo Poeta da diversi punti di osservazione. La rubrica vede la collaborazione tra gli Archivi di Storia Antica, Storia Medievale, Storia dell’Economia, Storia delle Relazioni Internazionali, Lettere, Scienze Umane, Storia Contemporanea, Storia dell’Arte, Storia del Cinema, Storia della Tecnologia, Filosofia del Diritto, Storia Moderna e Pensiero Filosofico

Ma a quali modelli si ispirò il Sommo Poeta nel comporre una simile opera? Vi furono forse altri che, prima di lui, riportarono tradizioni scritte di simili esperienze o visioni?

Dante Alighieri e la potenza visiva della letteratura

L’esperienza narrata dal poeta fiorentino esercita inevitabilmente, in chiunque vi si accosti, un fascino irresistibile, in grado di ridestare il senso del mistero, dell’ignoto, dell’ineffabile. Ciò avviene, anche e soprattutto, grazie alla potenza visiva insita in quest’opera letteraria.

Dante permette quasi di assistere al suo viaggio, ci porta con sé nelle viscere dell’Inferno, fra i suoi tortuosi e desolati paesaggi. Ci mostra i tormenti delle anime dannate, il terribile aspetto dei demoni che le sorvegliano e le tormentano. Insieme a lui, poi, risaliamo in superficie per scalare il monte del Purgatorio e librarci, infine, nei cieli del Paradiso. In effetti, è proprio questo il suo scopo: portare con sé l’intera umanità in questo suo percorso, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”. Cosa che fa attraverso immagini dal forte impatto emotivo e significativo e un abbondante uso di metafore.

Le allegorie, che costituiscono e popolano questo cammino, veicolano importanti significati e conferiscono all’opera differenti letture semantiche. Dante non si pone quale un eroe solitario e incorruttibile nell’affrontare questa impresa. Quello del Sommo Poeta è il racconto di un uomo, seppur di eccezionale levatura intellettuale, come tutti noi, perso nei fittizi intrighi che contraddistinguono le vicende umane. Preoccupazioni, affanni, paure e vizi, una vera e propria selva tenebrosa che allontana ogni uomo da sé stesso e dalla luce divina.

Dante ci mostra come, per uscire da questo oscuro groviglio nel quale vaghiamo in un sonno di morte, non vi sia alcuna scorciatoia. La catarsi può compiersi solo attraverso la catabasi. Solo varcando le porte dell’Inferno e discendendone le abissali profondità. Solo facendo i conti con ogni nostra umana viltà fino al punto più basso della voragine infernale, al terribile cospetto di Lucifero, sarà possibile poi risalire per tornare “a riveder le stelle”.

Visioni ultraterrene: il viaggio di Enea nell’Oltretomba

Tu dici che di Silvio il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente”. Con queste parole Dante si rivolge a Virgilio all’inizio del Canto II dell’Inferno [vv. 13-15], cercando consiglio e conforto dal poeta che scrisse l’Eneide.

Dante ha appena cominciato il suo viaggio, ma è subito colto dal timore: chi è mai lui, mero mortale, per compiere una simile impresa? Ne è davvero degno? Allora non può fare altro che rivolgersi a Virgilio, la sua guida. Egli, infatti, in vita aveva narrato della discesa di Enea (“di Silvio il parente”) nell’oltretomba, l’immortale secolo, da uomo mortale (“fu sensibilmente”). Un viaggio non troppo dissimile da quello che è in procinto di compiere Dante stesso.

Per la precisione, Virgilio racconta questo episodio nel libro VI dell’Eneide. Enea si reca a Cuma, in Italia, per far visita alla Sibilla, profetessa di Apollo, e chiederle il permesso di recarsi nell’Ade. Qui l’eroe troiano aspira a riabbracciare il defunto padre Anchise, apparsogli in sogno, il quale gli aveva chiesto di intraprendere questo viaggio.

La sua missione è voluta dal fato e dagli Dei, per questo motivo ha successo. Enea scende, dunque, nelle profondità infere guidato dalla profetessa. Qui attraversa la palude stigia traghettato da Caronte, oltrepassa Cerbero, incontra l’amata Didone e, infine, suo padre Anchise. Questi gli svelerà il suo fato, che lo vedrà fondatore della stirpe romana destinata, in futuro, a governare il mondo.

Anche Dante vede in questo disegno il volere divino. Proprio a Roma, infatti, la chiesa avrebbe trovato la sede del suo pontefice. Inoltre, è attraverso l’impero che il Cristianesimo si sarebbe imposto in tutto il mondo. Scrive, infatti: “Per quest’andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto” [Inf. II, vv. 25-27].

Visioni ultraterrene – La Visio Pauli: l’Apocalisse di S. Paolo

Il secondo esempio che Dante cita a Virgilio nel canto II dell’Inferno è costituito da Paolo di Tarso. “Andovvi poi lo Vas d’elezione, per recarne conforto a quella fede ch’è principio a la via di salvazione” [Inf. II, vv. 38-40]. L’apostolo cristiano (“lo Vas d’elezione”), infatti, in un oscuro passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi, accenna brevemente ad una sua esperienza prodigiosa.

Qui, parlando di sé stesso in terza persona, scrive d’essere stato rapito “fino al terzo cielo” e di aver “udito parole ineffabili che non è lecito all’uomo pronunciare” [seconda lettera ai Corinzi 12, 2-5]. Non troviamo altro all’interno del testo biblico, ma le parole di Dante paiono fare riferimento ad un’altra opera neotestamentaria di carattere, però, apocrifo.

Si tratta di quella nota come Visio Pauli, o Apocalisse di Paolo. Questo testo si sviluppa a partire dal passo neotestamentario della lettera ai Corinzi, e racconta nel dettaglio la rivelazione che l’apostolo avrebbe ricevuto per grazia divina. Egli sarebbe stato trasportato nelle realtà ultraterrene da una potenza angelica.

Qui avrebbe assistito al giudizio delle anime di uomini giusti e malvagi, le une accolte nella beatitudine del Paradiso, le altre relegate ai tormenti infernali. Paolo sarebbe poi stato trasportato fino al terzo cielo, ove solo pochi uomini giusti possono accedere, e vi avrebbe incontrato i profeti Enoch ed Elia. Di qui, varcate le porte del Paradiso, l’apostolo avrebbe contemplato i due luoghi ove gli uomini giusti dimorerebbero in attesa del Giudizio Finale. Da una parte la Terra Promessa, ove scorrono latte e miele, dall’altra la Città di Cristo, la cui descrizione si ispira alla Gerusalemme Celeste.

L’angelo guida mostra poi a Paolo l’Inferno. Le tante congruenze fra la descrizione dantesca e quella paolina di questa dimensione suggeriscono una più che probabile confidenza del poeta con questo testo.

Le agiografie e la letteratura delle visioni ultraterrene

La Visio Pauli costituisce un modello archetipico di un genere letterario che, soprattutto in epoca medievale, riscuoterà ampio successo. Si tratta della letteratura visionaria, di cui la Divina Commedia risulta essere la più fulgida espressione. Questa tipologia letteraria s’inquadra nel più generale contesto delle agiografie, racconti biografici inerenti alle vite e alle esperienze dei santi cristiani.

La letteratura delle visioni ultraterrene vide la propria fioritura a partire dal VI secolo d.C., soprattutto in ambiente monastico. Ebbe, tuttavia, ampia diffusione in tutto il corso del Medioevo, raggiungendo il proprio culmine, in quanto a produzione, intorno al XII secolo. L’affermazione di un tale genere è da ricercarsi nell’esigenza, dell’Europa cristiana, di definire il proprio immaginario inerente alla vita ultraterrena.

La sola Vulgata, infatti, fornisce ben pochi e vaghi dettagli circa la natura della vita eterna che attenderebbe ciascun uomo dopo la morte. L’approfondimento di questo aspetto fu di fondamentale importanza per la sensibilità del tempo. L’etica cristiana, infatti, si fondava e si indirizzava al raggiungimento della salvezza e dell’eterna beatitudine del Paradiso, spesso a scapito del benessere terreno.

Le opere inerenti alle visioni presentano alcuni elementi comuni fra loro. In primo luogo, la presenza di una guida, incaricata di condurre il prescelto attraverso i luoghi ultraterreni. Vi è poi una netta divisione fra anime pure e anime malvage. Esse appaiono sempre suddivise gerarchicamente. All’Inferno esse si distinguono secondo la gravità delle colpe commesse in vita. In Paradiso, invece, secondo il livello di bontà e santità dimostrato. Solo col passare dei secoli si afferma la convinzione dell’esistenza di un luogo di transizione purgatoriale, che inizialmente non era contemplato.

Purtroppo, non è possibile definire con certezza a quali fonti agiografiche Dante abbia attinto nella costruzione della propria opera. Tuttavia, è sostanzialmente certo che il sommo poeta abbia tratto ispirazione da questa tradizione.

I Dialogidi Gregorio Magno

Fra le raccolte di visioni più note dell’Alto Medioevo spicca certamente quella dei Dialogi, realizzata dal pontefice Gregorio Magno (590-604 d.C.). L’opera riguarda in gran parte la vita e l’operato di numerosi santi. Il libro IV dei Dialogi, tuttavia, affronta il tema del destino dell’anima dopo la morte.

Il pontefice riporta alcune esperienze non vissute personalmente, ma riportate da altri. Si tratta di visioni o sogni premonitori che i testimoni avrebbero esperito, in uno stato di morte temporanea o apparente, per concessione divina. L’esperienza più comune è quella che consiste nella visione dell’Inferno e dei tormenti cui i dannati vengono sottoposti.

Gli Inferi sono solitamente rappresentati come un abisso infuocato popolato da demoni. Ricorrente è anche l’immagine di un ponte sospeso su di un fiume di fuoco, oltre il quale sorgono i luoghi beati. Le anime, sopraggiunta la morte, sono obbligate ad attraversarlo. Solo se meritevoli e non gravate da colpe, allora vi riescono, altrimenti precipitano nella pozza incandescente. Lo scopo di tali rivelazioni si risolve sempre in un monito. Se la condotta di chi le ha vissute non cambierà, precipitare tra le fiamme sarà il suo destino dopo la morte.

Le visioni di Beda il Venerabile

Parimenti rilevante è l’opera di Beda, un monaco anglo della Northumbria vissuto tra VII e VIII secolo, detto il Venerabile per via dell’autorità religiosa attribuitagli. La sua opera più importante fu l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum. Di stampo storiografico, illustra nel dettaglio il processo di conversione della Britannia al Cristianesimo, avvenuto fra VI e VIII secolo. Nell’intento di rimarcare l’importanza, all’interno di una società cristiana, del pentimento per i peccati commessi, Beda inserisce nel libro V dell’opera due visioni oltremondane.

Come Gregorio Magno, anche Beda riferisce esperienze non vissute personalmente, ma tratte da terzi. La prima visione è riferita da un tale Dritelmo che, consumato dalla malattia, sarebbe poi tornato in vita con questa rivelazione. Dritelmo viene condotto in un primo momento al cospetto del Purgatorio ove, tra fiamme e freddo agghiacciante, le anime pentite si purificano. Poi il suo angelo guida lo conduce alla bocca dell’Inferno, un pozzo incandescente dall’immondo fetore ove i dannati ardono all’interno di lingue di fuoco. Infine, a Dritelmo viene mostrato il Regno dei Cieli. Beda scrive che, in seguito all’esperienza prodigiosa, l’uomo avrebbe sempre mantenuto una buona condotta.

Non così, invece, il monaco protagonista della seconda visione. Avendo veduto l’Inferno e resosi conto che gli era stato destinato un posto in compagnia dei peggiori dannati, quali Caifa, muore disperando della salvezza. Il suo racconto, secondo Beda, fu di esempio per i confratelli che lo ascoltarono.

Conclusioni sulle visioni ultraterrene

La Divina Commedia eredita molto dalla tradizione visionaria che l’ha preceduta. L’opera dantesca condivide anche il medesimo scopo delle visioni: fungere da testimonianza e da ammonimento per tutti gli uomini che vi si accostino. Vi sono, tuttavia, anche alcune differenze. Quella di Dante non è la descrizione di una mera visione onirica od estatica. Il poeta, infatti, afferma d’aver compiuto fisicamente il suo viaggio, sia con l’anima che con il proprio corpo. Inoltre, come abbiamo visto, Dante attinge anche a modelli appartenenti alla letteratura classica e tardo antica.

È lecito, comunque, affermare che l’opera di Dante si pone in indiscussa continuità con la letteratura visionaria e ne costituisce, senza dubbio, la massima espressione.

Gabriele Todaro per Questione – Civile

Sitografia

  • ora-et-labora.net/visiopauli.html
  • it.wikipedia.org/wiki/Apocalisse_di_Paolo_(greca)
  • it.wikipedia.org/wiki/Papa_Gregorio_I
  • it.wikipedia.org/wiki/Beda_il_Venerabile

Bibliografia

  • P. Chiesa, La letteratura latina del medioevo, Un profilo storico, Carocci
  • D. Alighieri, Inferno, commento di F. Nembrini, Mondadori S.P.A., Verona 2020

close

Iscrivetevi alla Newsletter!

Avrete accesso esclusivo ai nostri contenuti speciali!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

+ posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *