Il culto dei morti: rituali e pratiche nell’antico Egitto

Il culto dei morti

Il culto dei morti nell’Antico Egitto

Nell’enorme campo del culto dei morti credenza di una vita dopo la morte ha sempre caratterizzato tutte le religioni del mondo, in ogni epoca e in ogni luogo. I rituali dell’antico popolo egizio, per complessità e ricchezza, possono essere considerati precursori di ogni forma di rito funerario ad oggi conosciuto e praticato. 

Molti egittologi hanno consacrato la propria esistenza e la propria carriera alla scoperta e allo studio di questi riti, sui quali ancora, tuttavia, non si ha una panoramica precisa e completa. 

“La Morte e i culti della Memoria”

-N. 8

Questo è l’ottavo numero della Rubrica di Rivista dal titolo “La Morte e i culti della Memoria”, che vi farà scoprire gli aspetti più particolari delle tradizioni legate al culto e alla morte nelle varie culture del mondo. La Rubrica vede la collaborazione tra le Aree di Archeologia, Cinema, Lettere, Filosofia del Diritto, Storia Moderna e Contemporanea, Storia Antica e Medievale, Affari Esteri, Arte, Filosofia Teoretica, Scienze Umane e Scienze

La vita dopo la morte: Ba e Ka

Studiare le pratiche funerarie dell’Antico Egitto significa entrare in contatto con un mondo costituito da corpo e anima, imbalsamazioni e formule magiche, tombe monumentali e sarcofagi.

Gli Egizi pensavano che l’uomo fosse animato da due anime:

  • il Ba era destinato ad affrontare il famoso viaggio nell’aldilà, dove avrebbe ricevuto un premio o una punizione in base al comportamento tenuto in vita dal defunto;
  • il Ka era destinato a restare legato al corpo per custodirlo.

L’idea dell’aldilà era profondamente legata al concetto di materialità: questo antico popolo credeva che il corpo per poter rinascere dovesse rimanere integro e per questo motivo iniziò a praticare la mummificazione

Il culto egizio: Osiride, il Re dei morti

Nell’immaginario egizio vivere nell’aldilà non era semplice, poiché si riteneva che fosse simile ad un paradiso rurale immerso nei campi di papiro governato dal grande dio Osiride

Secondo il mito, Osiride fu il primo re civilizzatore d’Egitto. Sposo di Iside e fratello di Seth, quest’ultimo, invidioso, decise di ucciderlo; rinchiuso in un sarcofago per mezzo di un inganno, Osiride venne gettato nel Nilo, dove morì annegato. Per molto tempo Iside cercò il suo corpo e dopo averlo ritrovato lo nascose. Tentando di rianimarlo, la dea rimase incinta e diede alla luce Horo. 

Il corpo del re fu sfortunatamente trovato da Seth, il quale lo fece a pezzi e ne sparse le parti in modo tale che non si potesse più ricomporre il corpo. Nonostante ciò, Iside riuscì grazie all’aiuto della sorella Nefti a ricostruire il cadavere e a mummificarlo, affinché potesse rinascere come dio e re dell’oltretomba. 

Nel mondo ultraterreno Osiride, insieme ad altri quarantadue giudici, aveva un compito molto importante da assolvere: pesare il cuore del defunto con la piuma della dea Maat, la Giustizia. Se il cuore pesava più della piuma, il defunto veniva divorato da un mostro terrificante di nome Ammut; se il cuore pesava come la piuma, aveva diritto ad accedere alla vita eterna. 

Il libro dei morti

Il percorso che il defunto doveva compiere per giungere al cospetto di Osiride non era semplice: doveva, infatti, sconfiggere vari mostri e attraversare laghi di fuoco. Ad aiutarlo, però, ci sarebbe stato il Libro dei Morti, considerato uno degli oggetti più importanti da riporre all’interno del sarcofago. 

Al suo interno erano contenute formule magico-religiose e racconti funerari. Inizialmente il Libro dei Morti era inciso sulle pareti della camera sepolcrale; successivamente le incisioni si incisero direttamente sul sarcofago; dalla XVIII dinastia in poi, invece, il contenuto di questo testo venne affidato ad un papiro posto vicino al corpo del defunto. 

Il Libro dei Morti è suddiviso in Capitoli. Non ne conosciamo il numero esatto poiché, in realtà, nessun testo li contiene tutti. Ogni papiro ne riporta solo alcuni, mentre altri sono stati rinvenuti su oggetti di varia natura: il Capitolo 6 veniva solitamente inciso sugli shabty, ovvero statuine raffiguranti il defunto, che avrebbero dovuto sostituirlo nell’aldilà in alcuni lavori troppo pesanti; il Capitolo 30 si ritrovò sugli scarabei del cuore. Interessante a questo proposito il retro della famosa maschera di Tutankhamon, dove è presente il Capitolo 151 del Libro dei Morti, in cui domina il tema della rinascita. 

Il culto dei morti in Egitto : la prima fase della mummificazione

La mummificazione, nel culto dei morti, è, probabilmente, una delle prime peculiarità cui si pensa parlando del popolo egizio, sia con i più grandi che con i più piccini. A ciò hanno contribuito anche la letteratura e la cinematografia, che hanno spesso reso protagoniste delle loro opere e produzioni le mummie.

La pratica della mummificazione aveva per questo antico popolo una valenza pratica, poiché simboleggiava il rito compiuto sul cadavere di Osiride per renderlo immortale e permetteva la conservazione del corpo, il quale doveva essere necessariamente integro per consentire la rinascita e la vita eterna. 

Gli addetti alla mummificazione, ovvero gli imbalsamatori, lavavano il corpo del defunto con un liquido a base di birra, simbolo di purificazione. Procedevano poi all’estrazione degli organi dall’addome, i quali, essendo i primi a decomporsi, dovevano essere rimossi, essiccati col sale, trattati con oli e resine e infine riposti all’interno dei vasi canopi, contenitori poi collocati vicino al sarcofago. 

Il cervello era estratto tramite un arnese particolare a forma di uncino, rinvenuto nel corso degli scavi dagli archeologi. 

Ripulita la cavità, l’addome si ricuciva con ago e filo.

La seconda fase della mummificazione fondamentale nel culto dei morti egizio

Per quaranta giorni il cadavere si lasciava a mollo all’interno di un composto salino detto natron, il quale permetteva il rilascio di tutti i liquidi ancora trattenuti dal corpo. Successivamente, si procedeva al lavaggio nelle acque del Nilo.

Per venti giorni il corpo veniva lasciato a seccare; poi, la pelle troppo secca si ammorbidiva e massaggiata con alcuni oli. 

Gli imbalsamatori tagliavano molte bende di lino, le spalmavano di resine e unguenti e le avvolgevano intorno al corpo del defunto. Le mummie potevano avere più di venti strati di bende, e al loro interno si inserivano amuleti e gioielli per proteggere il defunto dal male e per dargli la forza necessaria ad affrontare il viaggio dal mondo terreno a quello ultraterreno. 

Tra i vari amuleti, i più frequenti erano:

  • lo scarabeo, identificato come simbolo di resurrezione poiché gli Egizi credevano che lo scarabeo fosse in grado di rigenerarsi spontaneamente dai propri escrementi;
  • la colonna djed, che conferiva stabilità e fermezza in quanto rappresentava la colonna vertebrale di Osiride;
  • l’occhio di Horus o wedjet, dispensatore di salute.

Il procedimento di mummificazione durava, in totale, circa settanta giorni. È bene sottolineare che questa pratica era molto costosa, dunque non tutti potevano esservi sottoposti. Generalmente, ne avevano diritto solo il faraone e i membri della famiglia regale, i dignitari, i sacerdoti e le personalità più importanti dell’Egitto. Questa limitazione era data anche da una piccola notazione del Libro dei Morti, secondo il quale solo questi illustri personaggi possedevano un’anima tale da poter avere accesso al complicato pantheon egizio. 

Il valore della casa del defunto nel culto dei morti

Gli antichi Egizi attribuivano più importanza alle tombe che alle abitazioni poiché, sempre secondo la tradizione, ognuno di noi avrebbe vissuto più a lungo nella tomba che nella casa. 

Le tombe erano particolarmente curate e venivano costruite con i materiali più resistenti e pregiati. Le più famose sono senza ombra di dubbio le piramidi. La loro costruzione richiese molto tempo, fatica e capitale umano: perlopiù si trattava di schiavi, ma anche i contadini mettevano a disposizione le proprie energie nei periodi in cui il Nilo straripava, rendendo impossibile loro il lavoro nei campi. 

Le piramidi ad oggi visibili e visitabili sono quelle erette per Cheope, Chefren e Micerino. Originariamente la punta era rivestita da placche d’oro, derubate nel corso dei secoli insieme ai tesori che ospitavano al loro interno. 

Furono proprio i danni apportati dai ladri a costringere gli architetti a ideare una nuova tipologia di tomba, stavolta scavata in profondità nella roccia. Mentre prima si preferiva celebrare la grandezza dei faraoni con edifici monumentali, adesso era più importante proteggerli. Ogni elemento che all’esterno avrebbe potuto segnalare la presenza di una tomba regale veniva coperto e mascherato. Questo è uno dei motivi principali per il quale molte tombe non sono ancora state scoperte dagli archeologi. 

Nonostante tutti questi accorgimenti alcuni ladri, durante il terzo periodo intermedio, riuscirono ad individuare i luoghi di sepoltura, aprendoli e danneggiandoli. Ciò costrinse i sacerdoti a prendere una decisione che andava contro ogni forma di tradizione: spostarono le mummie di molti faraoni all’interno di altre tombe. Gli archeologi e gli egittologi, infatti, scoprirono all’interno della tomba KV35 di Amenhotep II la presenza di una stanza murata. Al suo interno rinvennero i sarcofaghi e le mummie di moltissimi sovrani della XVIII, XIX e XX dinastia. 

La cerimonia funeraria nel culto dei morti egiziano antico

La tradizione religiosa egizia prevedeva l’esposizione del corpo per il compianto, il corteo funebre e un banchetto da consumare dinanzi la tomba, per celebrare il defunto. 

Al funerale i sacerdoti praticavano speciali rituali per proteggere il defunto nell’aldilà, tra cui il rituale dell’apertura della bocca, raffigurato sia in un ciclo pittorico della tomba di Seti I che nella famosa tomba di Tutankhamon. Questo rituale serviva a restituire al corpo l’uso dei sensi, affinché il defunto potesse mangiare, bere e parlare anche nell’oltretomba. 

Gli oggetti utilizzati nel corso della cerimonia erano principalmente due: un dito d’oro il nechereti, ovvero una piccola ascia tenuta nella mano destra dal sacerdote. Col dito d’oro il sacerdote toccava il corpo e teneva la pelle ferma, mentre con il nechereti schiudeva le labbra. 

La morte: amica o nemica?

Quanto dichiarato fino ad ora consente di affermare con sicurezza che il popolo egizio attribuiva grande importanza alla morte e a tutto ciò che comportava. Eppure sarebbe giusto domandarsi se questo popolo la temesse o meno.

È comune pensare che gli antichi egizi nutrissero un’ossessione per la morte; al contrario, essi avevano una vera e propria ossessione per la vita.

Gli Egizi trascorrevano parte della loro vita preparandosi a questo evento; infatti, i faraoni avviavano la costruzione della propria tomba sin dal primo anno di regno, progettandola in ogni dettaglio. Era necessario che ogni cosa fosse al proprio posto: il sarcofago, i vasi canopi, i mattoni magici con le formule di accesso all’aldilà, il Libro dei Morti, gli shabty, gli amuleti, i viveri. Ogni elemento era pensato per uno scopo ben preciso, in primis proteggere e aiutare il defunto. 

Qualora la tomba non fosse stata pronta in tempo, i costruttori affrettavano i lavori rinunciando a volte anche ad alcune decorazioni.

La morte era un evento che probabilmente incuteva terrore agli Egizi, poiché li avrebbe messi alla prova e avrebbe fatto vivere in pace o perpetua dannazione la loro anima. 

La concezione religiosa egizia non è molto distante da quella di qualunque altro popolo. Ancora oggi in una religione come la nostra possiamo rintracciarne gli echi, individuando nell’Antico Egitto la vera culla della civiltà. 

Maria Rita Gigliottino per Questione Civile

Bibliografia

  • F. Dunand, Dei e uomini nell’Egitto antico, L’Erma di Bretschneider, 2003.
  • M. Zecchi, Inni religiosi dell’Egitto antico, Paideia, 2004.
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