La prima fase letteraria in due casi letterari

la prima fase

La prima fase letteraria di Vladimir Nabokov si può riassume in pochi motivi topici e in un due grandi casi letterari: Maria e Il Dono

Dopo aver dato una panoramica sulla vita e la carriera di Nabokov, ci addentriamo nell’analisi della sua prima fase letteraria, nota anche come fase russa o russofona.

Vladimir Nabokov nasce a San Pietroburgo nel 1899 e giovanissimo lascia la Russia insieme all’intera famiglia, a seguito dello scoppio della rivoluzione. Era solo un adolescente, dunque, quando giunge in Crimea, per poi trasferirsi in Gran Bretagna, Paese in cui si laureò nel 1922 in slavo e lingue romanze. Pochi mesi dopo giunse in Germania, più in particolare a Berlino, dove suo padre sarà di lì a poco assassinato e dove diede inizio alla sua lunga e fruttuosa carriera letteraria.

Sono questi gli spostamenti e i luoghi che segnano la sua giovinezza, ma soprattutto la sua prima fase compositiva. Una fase, questa, caratterizzata da enormi influssi provenienti dalla cultura e dalla letteratura russa, contaminati da una massiccia dose di prospettiva continentale europea.

“C’è vita oltre Lolita?”

-N. 2

Questo è il secondo numero della Rubrica di Area dal titolo “C’è vita oltre Lolita?”,appartenente alla Macroarea di Lettere e Cinema

Gli inizi e i primi tentativi letterari: dalle poesie a Mašen’ka

In pochi sanno che i primi passi letterari di Vladimir Nabokov non furono mossi in seno alla prosa, ma tra le spire della poesia. Il genere, tanto potente quanto insidioso, occupò il giovane letterato per quattro lunghi anni dal suo arrivo nella Vecchia Europa fino al 1926. Produsse solo una raccolta di liriche di stampo simbolista composte in francese, inglese e russo: le tre lingue che segnarono la sua vita, le lingue rispettivamente dell’aristocrazia, della cultura e del sangue.

Il “vero” – se così vogliamo chiamarlo – esordio dello scrittore si ebbe pochi mesi più tardi con un romanzo scritto in russo, il primo di una lunga serie.

Dato alle stampe nel 1926, e edito in un primo momento col titolo di “Felicità”, Maria (Mašen’ka) è il suo romanzo d’esordio. Esso contiene moltissime caratteristiche e temi comuni a tutti i romanzi del primo periodo compositivo di Nabokov; l’amore, l’autobiografismo, l’ambientazione europea (in particolare la Germania o, spesso, Berlino), la nostalgia per la Russia come madre patria biologica e culturale-letteraria.

Lo vediamo ripercorrendo velocemente la trama.

La vicenda

La vicenda si svolge a Berlino, la città dove Nabokov viveva all’epoca della composizione del libro. Il protagonista è Lev Ganin un colto emigrato che nel corso della storia scopre che la donna che fu il suo primo amore, Maria appunto, abita proprio accanto a lui. C’è solo un piccolo dettaglio che deve tenere in considerazione nel suo serrato corteggiamento: è la moglie del suo vicino.

Questa notizia non genera, però, alcun tentennamento in Ganin che, anzi, macchina di incontrare Maria. Fa di tutto per raggiungerla, eppure d’un tratto si rende conto che quello che sta inseguendo non è l’amore che prova realmente nei suoi confronti, ma l’illusione di recuperare il proprio passato attraverso di lei. Decide, così, all’improvviso di abbandonare lei e la città.

La prima fase compositiva di Nabokov: il ricordo autobiografico come motivo dei romanzi

Impera al centro della trama il motivo dell’amore legato alla caparbietà del suo protagonista. Ganin deve avere Maria a tutti i costi. Si tormenta, tormenta la sua memoria, i suoi giorni nel tentativo di architettare il piano attraverso cui incontrare la sua amata. Eppure, a scapito del titolo e di ciò che intuiamo dalla trama, l’amore per Maria non è il protagonista del romanzo, ma solo uno dei motivi, certo importante, ma pur sempre solo un motivo.

Accanto ad esso ne emerge uno importante tanto quanto quello dell’amore se non di più: l’autobiografismo. Non è un caso, infatti, se il protagonista è un immigrato russo a Berlino che nel momento in cui vede la sua fiamma di gioventù non può far a meno di resistere al richiamo del passato che lei rappresenta.

Quasi tutti i protagonisti delle opere di questa prima fase sono emigrati Russi giunti in Europa o in America che ricordano la Russia da cui provengono e che tentano, con ogni mezzo a loro disposizione, di mantenerne viva la memoria.

Il ricordo e la Russia: questi sono i veri protagonisti delle prime opere di Nabokov, rispetto ai quali le trame, i protagonisti, le ambientazioni sono solo orpelli, meri artifici per diversificare un’unica grande trama. Nabokov lo afferma, implicitamente sin dal suo primo romanzo. In uno dei molti momenti in cui Ganin pensa a Maria, alla sua Mašen’ka, afferma che la donna è “tutta la sua giovinezza, la sua Russia”. Sarà proprio questo a indurlo, alla fine, a mancare al tanto vagheggiato incontro. Ganin si rende conto, in altre parole, che il suo amore per Maria non è reale, che lei è la rappresentazione onirica del suo passato e della Russia in cui si sono conosciuti in gioventù: ciò che ama, in definitiva, non è lei, ma ciò che lei rappresenta.

I romanzi successivi, i motivi comuni

Due anni dopo la pubblicazione di Maria, Nabokov dà alle stampe il suo secondo romanzo Re, donna, fante (1928). La trama è molto diversa da quella del suo primo lavoro, venata di una sublime suspense (quella che, tra le altre cose, ritroveremo in Lolita), ma con gli stessi ricorrenti motivi. La storia principale ruota attorno alla rottura di un equilibrato amore domestico a causa di un adulterio (ecco che ritroviamo il tema dell’amore), una passione quasi incestuosa che anima il giovane Franz nei confronti della zia giunta da poco a Berlino (ancora una volta il setting è quello della capitale tedesca).

I motivi di fondo, combinati in modi diversi, sono sempre i medesimi. Un’altra conferma?

Negli anni successivi Nabokov pubblica L’occhio (1930) e poi Gloria (1932), due romanzi profondamente diversi, ma che inseriscono nelle loro trame i motivi poc’anzi descritti. Ne L’occhio il protagonista è un emigrato russo che vive a Berlino, che viene picchiato dal marito della sua amante e che, pensando di non sopravvivere all’onta, tenta di uccidersi ferendosi, però, solo in un occhio.

In Gloria, invece, si recupera il mondo sognante e onirico di Maria, in un modo del tutto inedito: un appassionato di fiabe nato e cresciuto a San Pietroburgo, Martin Edelweiss, è costretto a lasciare la Russia e a trasferirsi in Europa a causa della rivoluzione esattamente come il suo autore. Ma le consonanze autobiografiche non sono finite qui: Martin ama giocare a tennis, studia filologia in un’università inglese, si innamora di una donna russa che non lo ricambia. Per conquistarla dovrà affrontare una serie di prove che metteranno a dura prova le sue più profonde paure, in un’atmosfera degna delle fiabe che ama.

“I grandi romanzi sono soprattutto grandi favole… la letteratura non racconta la verità ma la inventa”, diceva Nabokov.

Il tema nuovo della letteratura

È proprio questo slancio nei confronti dell’invenzione e del puro gusto di raccontare proprio delle fiabe, che ci porta a riflettere su un ultimo aspetto della prima fase compositiva di Nabokov.

Abbiamo visto come uno dei temi più importanti di questa fase sia l’autobiografismo. Un autobiografismo che si esplica in vari modi: il ricordo vagheggiato della madrepatria russa, l’attribuzione ai personaggi di passioni proprie dell’autore o l’ambientazione europea, berlinese delle loro storie. Esiste, però, in alcuni dei romanzi, presi in analisi, un modo di rievocare la Russia che è più sottile. Questo si esplica nel recupero delle radici culturali e più in particolare letterarie del proprio paese.

In poche parole, ciò che Nabokov fa in superfice è scrivere i suoi romanzi da europeo per un pubblico di europei; ma più in profondità esiste una corrispondenza di sensi. Un dialogo silenzioso tra il Vladimir Nabokov russo, ferito dalla rivoluzione, allontanato dalla patria, e i lettori che si trovano nella sua stessa situazione: quegli emigrati russi colpiti da una situazione politica più grande di loro che oggi potremmo tristemente accostare a qualche loro vicino.

Ma come avviene tutto questo? Nabokov sa che c’è un retaggio culturale che li accomuna e che è inscindibile dalla loro nascita russa costituito dai grandi scrittori del secolo precedente al suo (un po’ come il legame che esiste tra Dante e ogni singolo nato italiano). Egli sfrutta la conoscenza che i suoi compatrioti hanno dell’eccelsa letteratura russa alle loro spalle per dimostrargli che parlano la stessa lingua seppur in un Paese diverso.

In particolare, l’autore che più di tutti lo influenza in questo periodo è Dostoevskij che ritroviamo in Gloria che venne descritto come una risposta ironica alla profonda analisi morale di Delitto e castigo; o, ancora, ne L’occhio che è spesso accostato a Memorie dal sottosuolo.

Il Dono

Quest’ultimo elemento è sublimato dall’ultimo dei suoi romanzi “russi”: Il Dono. Composto nel 1937 è considerato il romanzo che segna l’inizio del vero successo di Nabokov. La trama si impernia sull’iniziazione letteraria e amorosa – non due temi a caso per l’appunto – di un giovane emigrato russo a Berlino. Comincia già a sembrare familiare, quasi troppo simile al resto dei romanzi. Ma ciò che veramente distingue Il Dono da tutti gli altri scritti di Nabokov fino a quel momento è il livello di astrazione narrativa, la vetta metaletteraria che riesce a toccare con queste pagine.

Leggendolo vi parrà di seguire la storia di un Berlinese che ama (la letteratura e le donne). Ma facendo più attenzione, e con una semplice chiave di lettura, si aprirà un mondo sotterraneo e affascinantissimo che accompagna la narrazione sin dalle prime pagine.

In poche parole, Nabokov narra e ragiona sulla scrittura contemporaneamente e non poteva che farlo attraverso la storia di uno scrittore. Non a caso questo è stato definito “il romanzo della letteratura russa” e già sfogliando le prime pagine ci si rende conto del perché.

La prima fase letteraria: un esempio pratico

Un esempio per tutti può essere proprio l’incipit. Leggiamo le primissime righe:

“In una giornata dal cielo coperto ma luminosa, qualche minuto prima delle 4 pomeridiane del 1° aprile 192…”

Già arrivando a questo punto chiunque abbia letto con attenzione un romanzo di Tolstoj o dei suoi insigni colleghi riconoscerà la loro mania di escludere le ultime cifre delle date quando queste vengono inserite. Quasi un segno di lotta tra amor di precisione storica e volontà di non infrangere l’illusione narrativa. Ma ecco che è Nabokov stesso a prevenire il ragionamento:

[…] “qualche minuto prima delle 4 pomeridiane del 1° aprile 192… (un critico straniero ha fatto rilevare che molti romanzi, per esempio tutti quelli tedeschi, iniziano con una data, ma solo gli autori russi, in virtù dell’originale onestà della nostra letteratura, tacciono l’ultima cifra), all’altezza del n. 7 di Tannenbergstrasse…”

Gli intermezzi critici come questi diventano poi sempre meno espliciti e nascosti nella narrazione (ad esempio, spesso celati nei pensieri del protagonista che analizza ciò che gli sta attorno proprio come se dovesse scrivere un libro), ma non annoiano ami. Il lettore è cullato dalla narrazione e stimolato dall’analisi critica. L’emigrato è vezzeggiato negli apprezzamenti della letteratura russa e aiutato nella sua esperienza lontano da casa. Una struttura letteraria perfetta e geniale che non a caso spinse Pietro Citati ad affermare:

“Dovunque siate, a casa o in ufficio, qualunque cosa stiate facendo… uscite subito e precipitatevi dal libraio. Il Dono è lì, e vi attende”

Noemi Ronci per Questione Civile

Bibliografia e Sitografia

  • Il dono, V. Nabokov, Adelphi, 2001
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