Torquato Tasso tra genio e dettami nella sua produzione

Torquato Tasso

Torquato Tasso e la difficoltà di una sistemazione filologica della sua produzione

Nel corso degli anni si è sviluppata una tendenza a romanticizzare la figura di Torquato Tasso: il poeta dilaniato tra il suo genio compositivo e lo scrupolo di ottemperare ai dettami controriformistici.

In realtà i primi anni sono connotabili come sereni. Sono gli anni in cui venne per la prima volta a contatto con quel mondo cortigiano, e quello delle accademie, che avrebbero per sempre influenzato la sua esperienza: sono gli anni passati presso i della Rovere, a Urbino, a Venezia, a Padova e, soprattutto, a Ferrara.

È agli anni più travagliati del Tasso che si deve la “fortuna” della diffusione dell’immagine del letterato tormentato. Alla conclusione della stesura della Gerusalemme liberata, il Tasso inizia ad angosciarsi: avverte fortemente l’obbligo di allineare la sua opera con i canoni letterari e religiosi in corso. Nel 1575 sottopone il poema al giudizio di un gruppo di letterati, i quali criticano fortemente l’opera, non conforme ai dettami letterari e religiosi. Tasso si tormenta: difende il poema, ma sente la necessità di renderlo consono alla norma del tempo.

Negli ultimi anni del 1570, si manifestano i primi segnali di squilibrio: le manie di persecuzione lo portarono a compiere gesti inconsulti e a girovagare incessantemente per le varie corti italiane. Fin quando, all’ennesimo scoppio di ira, nel 1579, fu fatto rinchiudere come pazzo furioso, dal duca Alfonso d’Este, nell’Ospedale di Sant’Anna, dove rimase fino al 1586.

La reclusione di Torquato Tasso vede alternarsi momenti di lucidità, nei quali si dedicò alla sua produzione poetica, a momenti in cui le manie di persecuzione e le tendenze autopunitive lo logoravano. A inficiare il già debole e incrinato equilibrio psichico del Tasso contribuì sicuramente lo scarso e quasi inesistente controllo sulla propria produzione.

La produzione di Torquato Tasso fuori dal controllo autoriale: le Rime

Per comprendere la produzione di Torquato Tasso è imprescindibile tenere conto del vissuto autoriale, col quale quella e la sua conseguenziale tradizione sono inscindibilmente intrecciate.

Mentre si trovava recluso a Sant’Anna, Tasso lavorò incessantemente sulle sue Rime. L’opera avrebbe dovuto constare di tre parti, Amori, Laude ed encomi e Sacre, quest’ultima mai pubblicata.

La prima edizione a stampa delle rime tassiane risale al 1567, Tasso era ancora in libertà, e si configura come una stampa giovanile, degli Eterei. Mentre l’ultima, nella quale si assiste a un possibile compimento dell’edizione, risale al 1591, la cosiddetta stampa Osanna.
Tra la prima e l’ultima stampa trascorrono dunque ben ventiquattro anni, nei quali il Tasso lavora, accresce, rivede e cesella le sue rime.

Testo chiave per uno sviluppo della tradizione filologica delle Rime tassiane è un codice, databile 1584. Da questo si evince la voglia dell’autore di organizzare sistematicamente le rime in un canzoniere: il Chigiano LVIII 302.

Il Chigiano LVIII 302

Il codice raccoglie in due libri 156 componimenti, i quali, non ancora definitivamente, presentano un testo base sul quale si instaurano correzioni autografe.

Alcune delle liriche presenti nel Chigiano non figurano in alcuna delle stampe edite tra il 1581 e il 1584. In particolare, si ricordano quelle edite per i tipi di Baldini, 1582, e Vasalini, 1583. Compaiono però nelle stampe edite nel 1586 e nel 1587. Questo si spiega con la presa di possesso del Chigiano, da parte di Giovanni Licino, nel 1585. A questi il Tasso aveva consegnato il codice per farlo ricopiare. Altri componimenti, invece, risultavano già presenti nella stampa del 1583.

Quale è dunque il valore di questo codice e la relazione con le stampe precedenti? Come faceva il Tasso a gestire la pubblicazione delle sue produzioni? Semplicemente non avveniva.
Dante Isella sostiene che il testo base presente nel Chigiano del Tasso, in riferimento alle liriche già edite nella stampa del 1583, derivasse proprio dalle stampe.

Questo è indicativo di come e su quali strumenti il poeta lavorasse. Probabilmente Torquato Tasso aveva postillato le due stampe, Baldini e Vasalini, apponendo ai testi pubblicati le correzioni. A ciò si devono le lezioni concordi del Chigiano e della stampa del 1583. Inoltre, nel 1584, via lettera, Tasso avvertiva Scipione Gonzaga che avrebbe inviato due volumi, rivisti e corretti. E proprio Isella sostiene l’identità tra questi e le due stampe postillate dal Tasso, la Baldini del 1582 e la Vasalini del 1583, recanti le nuove lezioni per la stampa. La carenza di strumenti a disposizione del poeta spiega anche le divergenze presenti tra il Chigiano e i postillati. Talvolta il poeta lavorava servendosi soltanto della sua memoria, perciò mutava o superava lezioni che erano state scartate, o, addirittura, ritornava su lezioni scelte da altri piuttosto che da lui.

La produzione di Torquato Tasso fuori dal controllo autoriale: la Gerusalemme liberata

Sorte non dissimile toccò alla Gerusalemme liberata, anch’essa sfuggita dalle mani dell’autore nel periodo di reclusione. All’indomani della sua “scarcerazione”, nel 1586, il poeta credeva di poter riacquisire il pieno possesso delle sue opere. In realtà si imbatté in stampe avvenute fuori dal suo controllo.

Invano per anni richiese al Licino e al Vasalini di riottenere i suoi manoscritti, ma ciò non avvenne, tanto che anche stampe delle Rime, successive all’Osanna,risultano mancanti di alcuni componimenti.

Difficile è stato, e continua a essere, dunque, per i filologi del Tasso, raggiungere una situazione di stabilità, lo stesso vale per il grande capolavoro tassiano: la Gerusalemme liberata.

Un contributo decisivo agli studi è quello fornito da Luigi Poma. Poma articola la tradizione del poema in tre fasi ed enuclea alcuni passaggi decisivi per la ricostruzione della tradizione dell’opera.

Importante è, inoltre, il ruolo giocato dall’amico Scipione Gonzaga e da Febo Bonnà, alla pazienza e alla perizia del quale si devono i primi germi di filologia tassiana, nel sedicesimo secolo.

Le caratteristiche del poema

Nel 1578, mentre il Tasso lavorava al poema, a Scipione Gonzaga vengono chiesti i manoscritti della Liberata. Questi sosteneva di essere in possesso soltanto di una versione ormai superata dei canti e che l’autore avrebbe presto licenziato una nuova e imminente edizione. La scelta era dettata probabilmente per evitare altri rivoli di diffusione.

Nel 1580 il Tasso avalla la pubblicazione di una stampa parziale del poema, da fondarsi però sui canti in possesso del Gonzaga, rivisti durante il soggiorno romano –proprio a questa fase è ascrivibile il codice Gonzaga, che negli studi di Poma riveste un ruolo centrale. La stampa avrebbe dovuto consistere, però, nella pubblicazione dei soli primi dodici canti, meno bisognosi di labor limae e meno opinabili. L’edizione venne licenziata nel 1580 per i tipi di Cavalcalupo: di questa stampa il Tasso si duole molto, in quanto fondata su manoscritti diversi da quelli da lui raccomandati.

Il contributo di Febo Bonnà

Qui entra in ballo Febo Bonnà, che per il Tasso aveva già curato l’edizione delle Rime Baldini del 1582. Bonnà, dopo aver ricevuto il privilegio di stampa del poema da Alfonso II d’Este, nel marzo del 1581 licenzia, a giugno e luglio, due stampe del poema. Tali stampe sono importantissime nella storia della tradizione del poema: sebbene non si possa parlare di edizioni d’autore, il lavoro di Bonnà fa sì che si tratti di edizioni condotte su materiale d’autore. Infatti, Bonnà fu certosino, conducendo il lavoro sugli autografi tassiani. Postillò la stampa Cavalcalupo e trasse un minuzioso apografo del codice Gonzaga, ricalcandone persino la disposizione delle ottave. Nel codice, inoltre, si ravvede la revisione del Tasso su alcune porzioni di testo. Bonnà cercò di utilizzare e di far convogliare nel suo lavoro tutti i rivoli della tradizione, operando attentamente sia nella fase di recensio che di constitutio textus.

Appaiono dunque, già da questo breve excursus, i motivi per i quali è ancora oggi così complicato districare la matassa di materiale ascrivibile alla produzione tassiana. Da un lato abbiamo una produzione fuori dal controllo autoriale, una tradizione formata da rivoli difficili da incanalare; dall’altra abbiamo la presenza di un autore, dilaniato tra il genio e il giusto. Tasso, infatti, per l’obbligo autoimpostosi di riformare un poema non conforme ai dettami vigenti, trasforma intimamente il suo capolavoro in un testo che risulta “illeggibile”[1]. Da ciò sorge un quesito: può questa considerarsi libera ultima volontà d’autore? Ma questa è un’altra storia.

Rosita Castelluzzo per Questione Civile

Bibliografia e sitografia

G. Baldi, S. Giusso, M. Razzetti, G. Zaccaria, la letteratura, Volume 3, Torino, Paravia, 2006.

F. Ferretti, Come si legge un poema illeggibile? In margine a una nuova lettura della Gerusalemme conquistata, in «Italianistica: Rivista di Letteratura Italiana», Vol. 35, n. 2, maggio-agosto 2006, 107-25.

D. Isella, Per un’edizione delle Rime amorose del Tasso, in D. Isella, S. Isella Brusamolino (a cura di) Le carte mescolate vecchie e nuove, Torino, Einaudi, 2009, 51-114.

E. Russo, La prima filologia tassiana, tra recupero e arbitrio, in C. Caruso ed E. Russo (a cura di) La filologia in Italia nel Rinascimento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018, 293-310.


[1] F. Ferretti, Come si legge un poema illeggibile? In margine a una nuova lettura della Gerusalemme conquistata, in «Italianistica: Rivista di Letteratura Italiana», Vol. 35, n. 2, maggio-agosto 2006, 107-25.

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