Medio Oriente: gli aspetti socio-economici del Paese

Medio Oriente

Medio Oriente: tra deserti, risorse e nuovi equilibri economici

Il Medio Oriente rappresenta da sempre un crocevia strategico tra Asia, Africa ed Europa. Una posizione che ne ha fatto, nel corso della storia, un punto di incontro ma anche di tensione tra culture, religioni e poteri politici. Questa collocazione geografica non ha solo un valore simbolico, poiché ancora oggi contribuisce a definire il ruolo della regione nell’economia mondiale, dalle rotte commerciali all’energia.

Gli Stati che compongono quest’area vengono generalmente suddivisi in quattro gruppi principali:

  • nord-est africano (Libia ed Egitto), ponte naturale tra il Mediterraneo e il cuore dell’Africa, con economie che bilanciano risorse energetiche e potenziale agricolo;
  • mezzaluna fertile (Siria, Libano, Giordania, Iraq e Israele). Territorio storicamente vocato all’agricoltura e oggi al centro di nuove sfide legate alla modernizzazione economica e all’instabilità politica;
  • penisola arabica (Arabia Saudita, Yemen, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman). Custode di immense riserve di petrolio e gas che occupa un posto centrale nello scenario energetico globale e protagonista di ambiziosi piani di diversificazione economica;
  • fascia settentrionale (Turchia e Iran), dove si trovano due potenze regionali che coniugano risorse naturali, popolazioni numerose e una posizione strategica negli equilibri geopolitici internazionali.

Il paesaggio naturale, dalle distese desertiche della Penisola Arabica alle fertili pianure della Mesopotamia, ha sempre condizionato la vita economica e sociale delle popolazioni, così come il clima estremo, che ha imposto soluzioni ingegnose per gestire risorse scarse come l’acqua. La ricchezza energetica convive con la vulnerabilità ambientale, creando una combinazione unica di opportunità e sfide.

Anche la composizione sociale contribuisce a questa complessità: arabi ed ebrei di origine semitica, turchi e persiani costituiscono i tre principali gruppi etnici della regione. La diversità culturale, lungi dall’essere solo un fatto identitario, influisce anche sulla politica e sugli assetti economici.

L’economia del Golfo: tra petrolio e diversificazione

Nel pieno dei processi di diversificazione economica oltre il petrolio e il gas, le monarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) mantengono una posizione di neutralità sul piano internazionale.

L’aumento dei proventi da idrocarburi, rafforzato dall’invasione russa dell’Ucraina, resta il principale motore della crescita delle economie del Golfo. In questo contesto, la politica estera dei Paesi del Golfo si orienta soprattutto in funzione degli obiettivi economici.

L’attacco russo all’Ucraina nel 2022 ha riportato al centro della scena internazionale le risorse energetiche delle monarchie del Golfo – petrolio e gas naturale – in un contesto globale già caratterizzato da rincari e pressioni inflazionistiche.

Per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman il 2022 ha rappresentato un anno straordinariamente favorevole dal punto di vista economico. Le entrate record derivanti dagli idrocarburi hanno permesso di alimentare i fondi sovrani, vere e proprie casseforti nazionali, da cui attingere per finanziare i progetti di diversificazione oltre il petrolio e il gas.

Analizzando le relazioni esterne, le monarchie del Golfo di fronte all’invasione russa dell’Ucraina hanno assunto una posizione di equidistanza. Ciò ha messo in luce l’indebolimento della cosiddetta “relazione speciale” con gli Stati Uniti, in particolare nel caso di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

La scelta di mantenere una posizione neutrale risponde a due motivazioni principali, entrambe legate alla volontà di preservare il ruolo internazionale del Golfo. Da un lato, le monarchie hanno progressivamente ampliato il ventaglio delle proprie alleanze – includendo Cina, India e, in misura minore, la Russia – per sostenere le strategie di diversificazione economica oltre gli idrocarburi. Dall’altro, vi è una questione di sicurezza regionale: gli Stati Uniti, sempre più concentrati sull’Indo-Pacifico e oggi nuovamente sull’Europa orientale, non sono più percepiti, soprattutto da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, come garanti affidabili della protezione del Golfo.

Popolazioni giovani e mercati in fermento: il potenziale umano

La pandemia da Covid-19 è arrivata in una regione mediterranea già segnata da profonde trasformazioni politiche e sociali, iniziate quasi dieci anni fa con le cosiddette Primavere Arabe.

In questo fragile contesto, la questione della disoccupazione giovanile resta uno dei problemi più gravi. In media, quasi un giovane su tre non riesce a trovare lavoro. Il tasso si aggira intorno al 29%, ma in Paesi come l’Egitto supera addirittura il 32%.

L’Iran offre un altro esempio significativo. Dal 2016 a oggi le opportunità per i giovani iraniani di entrare nel mercato del lavoro si sono progressivamente ridotte e il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 28,6%. Non sorprende, quindi, che in gran parte del Medio Oriente si sia incrinato quel fragile patto sociale che per anni aveva garantito una relativa stabilità tra governi e cittadini.

Questo spiega la crescente insofferenza, alimentata non solo dalle difficoltà economiche ma anche dal desiderio delle nuove generazioni di avere un futuro più dignitoso e inclusivo.

Finora, le giovani generazioni nel Mediterraneo sono state viste dai governi quasi come una “questione da gestire” più che come una risorsa da valorizzare. In alcuni Paesi si è cercato di favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, mentre in altri il problema principale resta l’alto numero di ragazzi con livelli di istruzione bassi e poche competenze spendibili.

I governi avrebbero l’opportunità di stimolare la crescita investendo nell’istruzione, nella formazione professionale e nelle politiche per l’occupazione giovanile. Puntare sul capitale umano di ragazze e ragazzi significherebbe facilitare la loro transizione dalla scuola al lavoro e creare le basi per economie più solide e innovative.

Tra rischi e opportunità

Il 7 ottobre 2023 l’attacco di Hamas contro la popolazione civile e contro alcuni obiettivi militari nel sud di Israele ha rappresentato una frattura profonda per l’intero Medio Oriente: non solo un episodio di cronaca, ma un evento destinato a ridefinire gli equilibri politici, militari ed economici della regione.

Le conseguenze si sono propagate rapidamente, estendendosi ben oltre il conflitto diretto tra israeliani e palestinesi. Da Istanbul a Teheran, passando per Beirut e toccando Damasco, Baghdad, Amman, Il Cairo e Riyadh, gli assetti regionali stanno subendo trasformazioni che potrebbero modificare a lungo termine il volto stesso del Medio Oriente.

Sul fronte economico, lo scenario si è rivelato meno critico di quanto molti osservatori temevano nei primi giorni del conflitto. Pur avendo avuto un forte impatto sui Paesi direttamente coinvolti, le conseguenze a livello macroeconomico sono state più contenute del previsto.

Dove sta andando il Medio Oriente

Secondo l’ultimo Regional Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale (FMI), la crescita economica dei Paesi dell’area MENA nel 2024 si prevede debole, intorno al 2,1%, un dato inferiore rispetto alle stime fatte all’inizio dell’anno. Le cause principali di questo rallentamento sono legate all’incertezza diffusa nella regione, che pesa sia sui Paesi esportatori che su quelli importatori di petrolio. Anche le strategie di investimento appaiono più caute del previsto, mentre i tagli volontari alla produzione di petrolio decisi dai membri dell’OPEC+ contribuiscono ulteriormente a frenare la crescita.

I conflitti in corso nella regione hanno un impatto profondo e duraturo: non solo causano perdite di vite umane, ma distruggono abitazioni, infrastrutture e interi settori industriali, compromettendo così le prospettive di sviluppo a lungo termine.

A conferma di ciò, uno studio recente della Banca Mondiale mostra che il reddito pro capite nei Paesi colpiti da conflitti sarebbe stato, in media, circa il 45% più alto se tali guerre non si fossero mai verificate.

Michela Budroni per Questione Civile

Sitografia

  • www.online.scuola.zanichelli.it
  • www.ispionline.it
  • www.cesi-italia.org

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