Polonia: l’esito delle presidenziali lascia un Paese in bilico

Polonia

Il candidato del partito di estrema destra Diritto e Giustizia (PiS) ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Polonia: le conseguenze

Il 1° giugno si è tenuto in Polonia il secondo turno delle elezioni presidenziali. A uscirne vincitore è stato Karol Nawrocki, candidato del partito di ultradestra Diritto e Giustizia, che ha sconfitto il suo avversario, Rafał Trzaskowski, con il 50,89% dei voti. L’esito di queste elezioni era molto atteso, perché sarebbe stata una grande occasione per la Polonia per continuare sulla strada intrapresa nel 2023. In un’Europa sempre più in bilico tra stati liberali e sovranisti, questo voto può offrire vari spunti di riflessione.

Le presidenziali in Polonia: i risultati

La distanza tra i due candidati rimane esigua anche al secondo turno, con meno di due punti di distacco (Trzaskowski ha infatti ottenuto il 49,11% dei voti). Al primo turno invece le parti erano invertite. Il candidato di Coalizione civica, lista europeista di centrodestra sostenuta dal premier Donald Tusk, era in testa con il 31,36%, mentre Nawrocki rimaneva leggermente indietro, al 29,54%. Un altro dato significativo è l’affluenza, che al secondo turno arriva al 71,63%, leggermente in calo rispetto al 2023 (74%), la più alta registrata nella Polonia democratica.

Secondo alcuni analisti, Nawrocki sarebbe stato avvantaggiato dai voti recuperati da Sławomir Mentzen, candidato arrivato terzo al primo turno. Mentzen fa parte di Confederazione, un partito che si colloca ancora più a destra di Diritto e Giustizia e con cui si prospetta una collaborazione. Questo risultato appare in contrasto con quello delle ultime parlamentari, che avevano messo fine al governo di otto anni del PiS. Le spiegazioni sono molteplici, ma quello che è certo è che questo risultato non semplificherà gli sforzi del premier nello smantellare le riforme anticostituzionali e l’eredità dei precedenti governi.

Questo anche a causa della differenza costituzionale della figura del presidente in Polonia: essa è in grado di ostacolare maggiormente l’operato dell’esecutivo rispetto al sistema italiano. Per questo il risultato del 1° giugno era molto atteso: avrebbe potuto rappresentare una spinta decisiva per il governo verso una Polonia più liberale, equa e con un sempre maggior peso nell’Unione.

Il contesto

Nel 2023 la coalizione di Donald Tusk (costituita da Piattaforma Civica, Terza Via e Nuova sinistra) era riuscita a ottenere 248 seggi in parlamento, contro i 194 del PiS. Tuttavia, la vittoria non era stata schiacciante, poiché Diritto e Giustizia rimaneva il primo partito in termini di voti (34%), con Piattaforma Civica al secondo posto (30%). In quel caso, come nelle ultime presidenziali, lo scarto tra i candidati è stato dunque minimo.

Un altro dato paragonabile è l’affluenza, che si mantiene alta anche nel 2025. Ad essere determinante in entrambi i casi è stata la partecipazione delle persone under 40, le più attive anche nelle proteste per i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+ durante gli otto anni di governo del PiS. Come sottolinea il report OSCE[1] del 1° giugno 2025, l’alta affluenza testimonia il forte coinvolgimento della cittadinanza, ma d’altra parte è anche sintomo di un’alta polarizzazione della società, aggravata dalla retorica utilizzata dal PiS e dalla copertura mediatica di parte.

Un ulteriore fattore rilevante è il bilancio di questi primi anni di governo Tusk. Molti commentatori interni testimoniano infatti un’atmosfera di malcontento, poiché il premier non sta mantenendo le proprie promesse. Le persone che hanno protestato e votato per cambiare completamente rotta nel 2023 continuano a reclamare migliori condizioni di vita per le donne e le minoranze discriminate dal PiS. E le aspettative del cambiamento ricadono tutte sul governo Tusk, che deve rendere conto del proprio operato di fronte ai propri elettori. La mancanza di un’azione decisiva è dovuta in parte alla debolezza di una coalizione così larga, ma anche alla convivenza con un presidente espresso dal PiS, che ostacola le riforme proposte dal premier. Prima era Andrej Duda a fare ostruzionismo, da ora in poi sarà Nawrocki.

La posta in gioco (non solo in Polonia)

Se si allarga lo sguardo all’Europa, si capisce ancora meglio perché queste elezioni fossero considerate cruciali. Il continente è diviso tra spinte illiberali, il cui modello è l’Ungheria di Viktor Orbán, e democrazie che lottano per rimanere tali. La Polonia nel 2023 è stata un esempio emblematico: un paese che dopo otto anni sembrava instradato verso il modello di Budapest ha scelto di cambiare rotta. La stessa cosa sembra essere successa in Romania con le presidenziali del 18 giugno, in cui ha vinto il candidato moderato Nicușor Dan. Anche qui l’affluenza è stata la più alta per il paese dal 1996, anche qui è stata fermata l’estrema destra.

Questi sono solo due esempi: nell’Europa centro-orientale ogni appuntamento elettorale viene vissuto e osservato come uno scontro cruciale tra sovranismo e democrazia. Ed è la verità: il caso della Polonia dimostra che nessun risultato è definitivo, soprattutto quando lo scarto tra i candidati è così esiguo. Tuttavia, da questa situazione si possono cogliere anche risvolti positivi. Il centro-est europeo appare oggi percorso da spinte contrastanti, liberali e illiberali, sovraniste e democratiche. Ma a decidere ogni volta la direzione da intraprendere è un numero sempre più alto di elettori.

Certamente l’alta partecipazione è sintomo anche di grande polarizzazione, ma la differenza sostanziale con le stanche democrazie occidentali è l’attivazione della società civile. Sono state le proteste durante gli otto anni di governo del PiS a portare al risultato del 2023. In Romania l’opinione pubblica è stata scossa dalla vicenda legata a Călin Georgescu e ha preteso un cambiamento. Sono i movimenti della cittadinanza che determinano la direzione di ogni paese. La situazione in Polonia dunque non è migliorata, ma non è detta l’ultima parola. La vera incognita dei prossimi anni sarà proprio la reazione della società civile agli ultimi anni di governo Tusk.

Arianna Gurreri per Questione Civile

Sitografia

www.ispionline.it

www.wybory.gov.pl

www.osce.org

www.internazionale.it

Bibliografia

Congiu, Massimo, La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia, Milano, Feltrinelli, 2024.


[1] L’Osservatorio per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa

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