Cime Tempestose, ovvero il romanzo che nessuno sa davvero leggere
Cime Tempestose è spesso definito un romanzo romantico, una storia d’amore appassionata, tormentata, destinata a non compiersi, una di quelle narrazioni capaci di far sospirare con mesta dolcezza; ebbene questa è forse la più tenace menzogna della letteratura inglese ottocentesca.
Quando nel 1847 Emily Brontë offre alle stampe il suo unico romanzo (sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell, come conveniva a una donna che intendesse essere presa sul serio dalla critica vittoriana) non scrive un libro consolatorio. Scrive qualcosa di assai più perturbante: un’opera che scoperchia l’abisso delle passioni umane, ne scruta il fondo oscuro e non si cura affatto di offrire al lettore una via di scampo.
Quasi due secoli dopo, Cime Tempestose continua a sfidare le etichette con la stessa proterva ostinazione con cui il vento spazza le brughiere dello Yorkshire.
L’hype cinematografico: il rischio della semplificazione
Il recente annuncio di un nuovo adattamento cinematografico (diretto da Emerald Fennell, con Margot Robbie nei panni di Catherine ed il fascinoso Jacob Elordi in quelli di Heathcliff) ha riacceso i riflettori su quest’opera memorabile. Il clamore mediatico che ne è seguito è comprensibile: si tratta di una coppia di attori dall’innegabile carisma, affidata a una regista di comprovata acuità narrativa, già autrice del perturbante Saltburn.
Eppure, ogni qualvolta Hollywood si avvicina a Cime Tempestose, sopraggiunge il medesimo timore. Il rischio, tutt’altro che peregrino, è quello di trasformare una narrazione brutale e viscerale in una patinata favola dark, seduttiva nell’estetica quanto annacquata nella sostanza.
Accade già con l’adattamento del 1992 con Ralph Fiennes e Juliette Binoche, lodato per la fotografia ma aspramente discusso per la romanticizzazione dei protagonisti. La domanda che si pone ogni lettore avveduto è sempre la stessa: riuscirà il cinema a restituire la vera natura del romanzo? O si limiterà, ancora una volta, a imbellettarne la superficie?
La passione ferita: Cime Tempestose non è un romanzo d’amore
L’errore più diffuso e, occorre dirlo, più perdonabile è quello di leggere la relazione tra Catherine Earnshaw e Heathcliff attraverso la rassicurante lente dell’amore romantico. La loro non è una storia d’amore nel senso corrente del termine. È qualcosa di più arcaico, di più selvaggio, di più prossimo all’istinto che al sentimento.
«Io sono Heathcliff!» esclama Catherine in una delle pagine più celebri della letteratura in lingua inglese. Non è una dichiarazione d’amore: è un’affermazione ontologica. I due non si completano né si cercano come due metà di un tutto armonioso. Si rispecchiano, si fondono, si confondono in un’entità indistinta la cui separazione non produce malinconia, ma catastrofe.
Come ha osservato Sandra Gilbert, insieme a Susan Gubar, nel fondamentale The Madwoman in the Attic (1979), la Brontë costruisce tra i due protagonisti un sé condiviso, primordiale e controculturale, che la società borghese vittoriana, con le sue convenzioni, i suoi codici di classe, i suoi matrimoni di convenienza, si adopera sistematicamente a distruggere.
La separazione di Catherine e Heathcliff non è il malinconico epilogo di un amore sventurato: è la lacerazione di un organismo unico, e come tale provoca una ferita che nessun tempo riesce a cicatrizzare.
Heathcliff: vittima, carnefice, o entrambi?
Nessun personaggio della letteratura vittoriana è stato oggetto di una così tenace e appassionata disputa critica quanto Heathcliff: trovatello di origini oscure (forse di etnia rom, forse di ascendenza coloniale), portato a Wuthering Heights dal vecchio Earnshaw come atto di capricciosa carità, egli conosce fin dall’infanzia il morso del disprezzo sociale. È trattato come un servo, deriso, umiliato, escluso da quella comunità che avrebbe dovuto accoglierlo.
La sua vendetta, meticolosa e spietata, che si estende su due generazioni e travolge innocenti e colpevoli senza distinzione alcuna, non è il gesto eroico di un romantico incompreso. È l’azione di un’anima corrosa dal risentimento, incapace di elaborare il trauma dell’abbandono e dell’umiliazione di classe.
Queste sono le dinamiche contrapposte del capitalismo vittoriano: egli adotta i metodi di chi lo ha oppresso per sovvertirne le gerarchie, finendo per riprodurre esattamente la violenza subita. Non vi è in questo meccanismo nulla di romantico: vi è, semmai, qualcosa di terribilmente umano e tristemente ricorrente.
Cime Tempestose e il gotico: le brughiere come specchio dell’anima
Le brughiere dello Yorkshire non sono, in questo romanzo, un semplice sfondo pittoresco. Sono un personaggio a pieno titolo: il correlativo oggettivo di quella tempesta interiore che divampa nei protagonisti senza mai trovare quiete.
La dimora di Heathcliff, buia e inaccessibile come un fortilizio, con le sue piccole finestre e le sue sculture bizzarre che parevano sogghignare ai visitatori, è il contraltare architettonico di Thrushcross Grange, la villa dei Linton: luminosa, ordinata, permeata di quella compostezza borghese che Catherine sceglie sposando Edgar, tradendo così la propria natura ferrigna.
Questa dualità tra istinto e ragione, tra natura e cultura, tra le brughiere selvagge e i salotti domestici, è il vero cuore pulsante di Cime Tempestose. La Brontë non offre risposte rassicuranti né linee nette tra il bene e il male. Ci trascina nell’equivoco morale, nell’ambiguità radicale, e ci lascia soli a fare i conti con ciò che abbiamo visto.
Cime Tempestose e la modernità: abuso, classismo, ossessione
Sarebbe un’ingenuità leggere Cime Tempestose come un semplice documento del suo tempo senza avvertirne la modernità urticante. I temi che percorrono il romanzo (la violenza psicologica, l’abuso domestico, il classismo, la natura distruttiva dell’ossessione) sono quanto mai presenti nel dibattito contemporaneo.
Heathcliff non è soltanto un personaggio letterario: è un archetipo. Incarnazione dell’amante possessivo e dominante che il cinema e la televisione contemporanea continuano a riscoprire e a riformulare, egli esercita su Catherine e su tutti coloro che gli gravitano intorno: una presa che oggi definiremmo senza esitazione ‘controllo coercitivo’.
La critica più recente ha posto l’accento proprio su queste dinamiche, riconoscendo nel romanzo una lucidissima rappresentazione dell’abuso intergenerazionale. Catherine, dal canto suo, non è semplicemente una vittima. È una donna divisa tra due mondi, due desideri irreconciliabili: l’istinto selvaggio che la lega a Heathcliff e l’ambizione sociale che la spinge verso Edgar Linton. La sua tragedia non è quella di chi viene amato male, ma di chi non riesce a scegliere chi essere e paga questa indecisione con la vita stessa.
I narratori inaffidabili: Cime Tempestose inganna deliberatamente
Uno degli aspetti più sottilmente raffinati del romanzo, spesso trascurato nella vulgata popolare, è la sua straordinaria architettura narrativa. Cime Tempestose racconta la storia attraverso due narratori inaffidabili: il pedante e superficiale Lockwood, il locatario londinese che si trova catapultato in quel mondo senza possederne le chiavi e la governante Nelly Dean, testimone privilegiata degli eventi ma parziale nei giudizi, incline all’autoassoluzione e alla manipolazione inconsapevole.
La risposta dei narratori alla vicenda illumina più le loro limitazioni che la realtà degli eventi. La Brontë usa questa inaffidabilità con magistrale consapevolezza: ci fa simpatizzare con Catherine e Heathcliff proprio perché li vediamo attraverso occhi che non riescono a comprenderli.
La struttura narrativa a incastro (Lockwood che trascrive il racconto di Nelly, che a sua volta riporta voci e testimonianze di altri) crea un effetto di distanza e opacità che è tutt’altro che un difetto. È la cifra stilistica di un romanzo che vuole ricordarci, con sottile malizia, che nessuno possiede la verità integrale su ciò che accade nelle vite altrui. Si è tutti, in qualche misura, Lockwood: convinti di capire, incapaci in realtà di cogliere la profondità di ciò che sta dinanzi.
Perché leggere (o rileggere) Cime Tempestose oggi
In un’epoca che tende a semplificare le narrazioni, a cercare nelle storie punti di approdo rassicuranti, Cime Tempestose rappresenta una sfida intellettuale e morale di prim’ordine. Non è un libro che conforta: è un libro che scuote, che disturba, che lascia un sedimento amaro e insolubile.
È perfetto per chi ama i classici con un’anima oscura, per chi non ha paura di esplorare i lati più umbratili dell’amore e della vendetta. Ma è anche, e forse soprattutto, uno specchio. Uno di quei rarissimi libri capaci di mostrarci qualcosa di vero su noi stessi e sulla nostra capacità di amare e di distruggere spesso in nome dello stesso, incontrollabile sentimento.
Dunque, prima di acquistare il biglietto per l’adattamento di Emerald Fennell, che potrebbe rivelarsi straordinario quanto deludente, e che in ogni caso non potrà restituire per intero la complessità dell’originale, concedetevi il lusso di perdervi tra le pagine di questo capolavoro.
Abbiate però la pazienza di farlo sapendo quello che vi attende. Non troverete una storia d’amore nel senso convenzionale del termine. Troverete qualcosa di più antico e di più inquietante: la cronaca impietosa di ciò che accade quando la passione umana non trova argine, quando il dolore si trasforma in sistema, quando l’amore e l’odio diventano così indistinguibili da fondersi in un’unica, micidiale sostanza.
Il vento che soffia su quelle cime è lo stesso vento che soffia in ognuno di noi. E Cime Tempestose è il romanzo che, più di ogni altro, ce lo ricorda con la brutalità e la bellezza che solo i libri davvero grandi sanno conciliare.
Valentina Botrugno per Questione Civile
Bibliografia
- Brontë, Emily. Cime Tempestose, a cura di Frédéric Ieva, Milano, Feltrinelli Universale Economica, 2014.
- Eagleton, Terry. Myths of Power: A Marxist Study of the Brontës, Basingstoke, Macmillan, 2005.
- Gilbert, Sandra M. e Susan Gubar. The Madwoman in the Attic: The Woman Writer and the Nineteenth-Century Literary Imagination, New Haven, Yale University Press, 1979.

