Piazza Fontana

Piazza Fontana: l’inizio del terrore stragista in Italia

Piazza Fontana: una strage irrisolta da cinquant’anni

Lo stragismo in Italia: da Piazza Fontana a Bologna”

N.2

Questo articolo è il secondo numero della Rubrica Archivistica dal titolo ” Lo stragismo in Italia: da piazza Fontana a Bologna”

Continua la Rubrica Archivistica dal titolo “Lo stragismo in Italia – da Piazza Fontana a Bologna” dell’Archivio di Storia Contemporanea. In questo secondo numero parleremo della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Contesto storico: il 1969

ll biennio 1968-69 segna l’inizio di un periodo di instabilità sociale che si riversa nei movimenti studenteschi, nelle prime mobilitazioni dei lavoratori (il periodo è ricordato anche come “Autunno caldo”). Ma nessuno si sarebbe aspettato che di lì a poco sarebbe iniziata una stagione violenta, che accompagnerà l’Italia per oltre un decennio, ridenominata per questo “Strategia della tensione”. Questo fenomeno accompagnerà il Paese fino al 1980: dalla strage di Piazza Fontana, passando per la strage di Piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974), quella del treno “Italicus” (4 agosto 1974), terminando con la strage più grave che l’Italia abbia subito, ovvero quella alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980 (clicca qui per approfondire).

12 dicembre 1969: la strage di Piazza Fontana

Sono le 16:30 circa del 12 dicembre 1969 quando una violenta esplosione devasta l’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Piazza Fontana, Milano, uccidendo 17 persone e ferendone circa un’ottantina. Un altro ordigno, inesploso, si trova presso la Banca Commerciale di Piazza della Scala e viene fatto brillare: ciò si rivelerà un errore, in quanto sono andati persi importanti indizi per giungere ai responsabili.

Anche a Roma vengono udite due esplosioni: un ordigno esplode dentro la Banca Nazionale del Lavoro e altri due esplodono sull’Altare della Patria a Piazza Venezia.

La Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana

Le indagini su Piazza Fontana e i casi di Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda

La prima pagina del Corriere della Sera del 13 dicembre 1969

Le indagini, affidate al Commissario Capo Luigi Calabresi, si concentrano fin da subito su gruppi estremisti, in particolare sul gruppo degli anarchici. Vengono arrestati circa ottanta sospettati, tra cui Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.

Giuseppe Pinelli è un ferroviere e la sera del 12 dicembre viene invitato da Calabresi a recarsi in Questura per accertamenti. Non tornerà più a casa in quanto morirà, il 15 dicembre, precipitando da una finestra del quarto piano, durante un interrogatorio. Omicidio o suicidio? Sono state tante le tesi in cinquant’ anni ma la causa della morte di Pinelli non è stata mai del tutto chiarita.

Un altro anarchico che viene arrestato è Pietro Valpreda, membro del Circolo “22 marzo”. Viene arrestato sulla base della testimonianza di un tassista, che dichiara di averlo accompagnato a Piazza Fontana poco prima della strage. Il calvario di Valpreda dura diciotto anni e si conclude con un’assoluzione per insufficienza di prove nel 1987.

L’assassinio del Commissario Calabresi

Dopo la morte di Pinelli, il Commissario Capo della Questura di Milano Luigi Calabresi è accusato dell’omicidio dell’anarchico dalle organizzazioni della sinistra extraparlamentare. Questa tesi (smentita da due istruttorie della magistratura) trascina Calabresi in una pesante campagna mediatica nei suoi confronti.

Il 17 maggio 1972, Calabresi viene assassinato vicino la sua abitazione da due sicari. Solo nel 1988 si saprà chi ha voluto la sua morte: Leonardo Marino, ex membro dell’organizzazione terroristica Lotta Continua, confessa di aver compiuto l’omicidio insieme ad Ovidio Bompressi e indica i mandanti in Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri.

Marino è stato condannato ad undici anni di carcere (pena poi prescritta), Bompressi a ventidue anni (nel 2006 ha ricevuto la grazia da parte dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per motivi di salute), Pietrostefani ha scontato solo due dei ventidue previsti in quanto si è rifugiato in Francia, protetto dalla Dottrina Mitterrand (quella politica che non concede l’estradizione a persone imputate per “atti di natura violenta ma di ispirazione politica contro ogni Stato”)e infine Sofri, sempre condannato a ventidue anni (nel 2006 ha finito di scontare la pena, godendo negli anni anche della semilibertà e degli arresti domiciliari a causa di una malattia).

Piazza Fontana
ll Commissario Calabresi

La pista della destra eversiva e i depistaggi sulla strage

Si arriva ad una clamorosa scoperta nel 1971: le borse utilizzate per contenere l’esplosivo sono state acquistate nella città di Padova, mentre il timer a Treviso. Si inizia così ad indagare negli ambienti della destra eversiva; scattano le manette per Franco Freda e Giovanni Ventura, terroristi appartenenti all’organizzazione Ordine Nuovo. Viene arrestato anche Guido Giannettini, membro del SID (Servizio Informazioni Difesa).

È proprio il SID, come si scoprirà più avanti, a depistare le indagini: per esempio una comunicazione del Servizio Informazioni Difesa, datata pochi giorni dopo la strage, ipotizza una pista neofascista ma indica come sospettato un altro terrorista, che si rivelerà estraneo ai fatti.

I tanti processi

Il processo inizia nel 1972 a Roma ma viene spostato prima a Milano per competenze territoriali e subito dopo a Catanzaro per questioni di ordine pubblico. Nel 1979 vengono condannati all’ergastolo Freda, Ventura e Giannettini, mentre Valpreda e Mario Merlino (anarchico) ricevono la condanna a quattro anni e sei mesi per associazione sovversiva. Dopo la condanna, Freda e Ventura scappano in Sud America ma vengono di nuovo arrestati poco tempo dopo.

Nel 1981, i giudici d’appello di Catanzaro assolvono Freda e Ventura per insufficienza di prove, assolvono Giannettini e confermano la condanna di Valpreda e Merlino. L’anno successivo, la Cassazione annulla la sentenza di Catanzaro, confermando solo l’assoluzione di Giannettini e chiede un nuovo processo per i quattro imputati.

Il nuovo processo si sposta a Bari. Nel 1985, la Corte d’Assise d’appello assolve di nuovo Freda, Ventura e questa volta anche Valpreda e Merlino, tutti per insufficienza di prove. Nel 1987, la Cassazione conferma la sentenza.

Lo stesso anno finiscono in manette i due terroristi Stefano delle Chiaie e Massimiliano Fachini, il primo di Ordine Nuovo, il secondo di Avanguardia Nazionale. Nel 1989 vengono assolti per non aver commesso il fatto.

Piazza Fontana
Freda e Giannettini al processo

L’indagine del giudice Guido Salvini e il nuovo processo su Piazza Fontana

Nel 1994, il magistrato Guido Salvini riapre le indagini su Piazza Fontana, sulla base della testimonianza del collaboratore di giustizia Carlo Digilio, ex membro di Ordine Nuovo. Digilio conferma la colpevolezza di Freda e Ventura, ma indica anche altri nomi: quelli di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Nel 1999 i tre terroristi neofascisti vengono rinviati a giudizio con l’accusa di strage.

Nel 2000 inizia il nuovo processo. Dopo una anno i tre vengono condannati all’ergastolo; nel 2004 i giudici della Corte d’Assise d’Appello assolvono gli imputati per non aver commesso il fatto.

L’anno successivo la Cassazione conferma la sentenza d’Appello, chiudendo definitivamente la vicenda giudiziaria. Non solo il dolore e la rabbia ma anche la beffa: i familiari delle vittime devono pagare le spese processuali.

L’indagine segreta del Senatore Paolo Emilio Taviani

Nel 1997, durante i lavori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle stragi, il Senatore della Democrazia Cristiana Paolo Emilio Taviani pronuncia una frase shock:

“Che agenti della Cia si siano immischiati nella preparazione degli eventi di piazza Fontana e successivi” affermò Taviani, non solo “è possibile” ma è “ormai certo”. “Erano di principio antiaperturisti e anti-centrosinistra”. Inoltre, aggiunge: “Che agenti della Cia fossero fornitori di materiali e fra i depistatori sembra pure certo”

Dichiara anche che i depistaggi siano stati organizzati prima della strage e non dopo e conclude:

“Se si fosse detto subito, come era mia intenzione, che la strage di Milano era di destra, si sarebbe lasciato meno spazio a capacità del terrorismo rosso di attrarre nuove leve. Se si fosse detto che quella strage era di destra, probabilmente non si arrivava né alle stragi dei treni, ma soprattutto non si arrivava all’uccisione di Moro”

Conclusioni

Nonostante le sentenze, la verità su Piazza Fontana sembra non esserci; ci sono ancora molti interrogativi aperti ma come per le altre, anche questa strage rimarrà per sempre un mistero.

Margherita Rugieri per Questione Civile – XXI

Alcune parti di tale articolo sono state prese dai seguenti articoli:

https://www.ilpost.it/2019/12/12/storia-piazza-fontana/

https://www.adnkronos.com/piazza-fontana-le-verita-sulla-strage-50-anni-dopo_AOQ6VDRKsitLEL5XCfhw7?refresh_ce

https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/80515-strage-piazza-fontana-dagli-archivi-di-stato-la-longa-manus-della-cia.html

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