Il caso Genovese: ci penserà qualcun’altro

caso Genovese

L’effetto spettatore: il caso di Kitty Genovese

New York, 1964: una giovane donna sta rientrando a casa dopo il lavoro. Ma proprio sulla soglia di casa sua viene pugnalata fino alla morte. La donna si chiamava Kitty Genovese. Non sembra l’inizio di un articolo di psicologia, eppure quella notte si verificò un evento forse ancora più strano dell’aggressione stessa che attirò l’attenzione degli psicologi. Stiamo parlando dell’effetto spettatore.

Caso Genovese: le circostanze

Kitty Genovese aveva 29 anni e viveva a New York, città in cui era nata e vissuta. Qui Kitty lavora come cameriera in un locale e vive in un appartamento con un’amica. La notte del 13 marzo 1964, Kitty finisce il suo turno e chiude il bar. Si avvia verso casa con la sua macchina e intorno alle 3 del mattino arriva.

Sfortunatamente, nel tragitto tra l’auto e la macchina Kitty si accorge di essere seguita da un uomo, ma il tragitto verso casa era breve e la donna inizia a correre. Ben presto però, Kitty si accorge di un dettaglio da brividi: l’uomo che la stava seguendo aveva anche un coltello tra le mani. Ma anche stavolta la donna non si fa prendere dal panico: infatti proprio sotto casa sua c’era un pub, aperto fino a tarda notte per cui sapeva che se avesse raggiunto il portone sarebbe stata salva o almeno avrebbe potuto cercare aiuto tra la gente. Purtroppo, però, proprio quella sera quel pub era chiuso e ben presto l’aggressore raggiunge Kitty, iniziando a colpirla con il coltello.

Kitty inizia ad urlare, sapendo di essere in un quartiere abitato sebbene in tarda notte. Un uomo dalla finestra urla all’aggressore di fermarsi e l’uomo scappa via spaventato. Kitty rimane a terra inerme, fuori dalla sua porta ma senza riuscire ad entrare in casa. Con le poche forze che ha, continua a chiedere aiuto, a chiamare i vicini ma nessuno interviene. Sfortunatamente, alcune ore dopo l’aggressore ritorna e ricomincia ad aggredirla e Kitty muore poco dopo.

Gli studi in psicologia

Quando la polizia inizia le indagini viene fuori che i vicini di casa di Kitty avevano sentito tutto: dall’aggressione ai lamenti della donna. Eppure, nessuno aveva fatto nulla. Le occasioni di salvare Kitty erano state molteplici: il suo aggressore era scappato e poi tornato, la donna era stata per molto tempo fuori la porta di casa senza forze, sarebbe bastato che qualcuno fosse andato ad aprire la porta e l’avesse portata all’interno.

La storia fa un tale scalpore tanto da finire sul New York Times, dove viene pubblicato un articolo che afferma che ben 38 persone sono state testimoni di un omicidio, ma nessuno ha chiamato la polizia. Questo evento attira l’attenzione degli psicologi che iniziano a chiedersi quali fossero le cause di questo comportamento.

A questo scopo, iniziano una serie di esperimenti ad opera degli psicologi Latané e Darley. Essi invitarono degli studenti universitari a prendere parte ad un test da soli o in gruppo e mentre gli studenti completavano il compito, i ricercatori inscenavano una situazione di emergenza. Del fumo veniva fatto uscire da una fessura di areazione e si misurava quanto tempo i soggetti dessero l’allarme.

L’effetto spettatore

Le reazioni degli studenti furono curiose: se c’era un solo soggetto sperimentale, l’allarme veniva dato quasi subito, mentre se erano presenti più persone il tempo di reazione aumentava notevolmente. Inoltre, era stato notato come quando gli studenti erano in gruppo si lanciassero degli sguardi per indagare le reazioni altrui e capire se qualcuno intervenisse e per cercare conferme che si trattasse davvero di una situazione di emergenza.

In una situazione di questo tipo, in cui si stava svolgendo un compito e si era all’università potrebbero essere date varie spiegazioni del fenomeno. Ad esempio, potrebbe esserci paura del giudizio dei pari o timore dell’autorità dell’insegnante. Tuttavia, esperimenti simili furono condotti in altri contesti e variando la situazione di emergenza ma i risultati furono gli stessi.

Venne così formulato l’effetto spettatore, che si riferisce a quella situazione in cui all’emergere di un pericolo la probabilità che qualcuno intervenga è inversamente proporzionale al numero di persone presenti. In poche parole, più persone sono presenti meno probabilità ci sarà che qualcuno intervenga.

Caso Genovese: le controversie

Anni dopo emersero alcuni dettagli contestuali sul caso che in parte giustificarono l’effetto spettatore.
Come accennato all’inizio dell’articolo, Kitty viveva con una sua amica in quel famoso appartamento di New York. La verità era che quella donna non era un’amica o una coinquilina bensì era la compagna di Kitty. Sfortunatamente negli anni ’60 non solo essere omosessuali era inaccettabile, ma costituiva anche un reato punibile con la prigione.

Ma Kitty non era l’unica persona omosessuale in questa storia: anche il suo vicino di casa e principale testimone del caso lo era. Quest’uomo si chiamava Karl e fu tra i primi a sentire i lamenti di Kitty, ma non chiamò la polizia e quando interrogato negò ogni coinvolgimento a causa della sua omosessualità.

La polizia di New York in quegli anni aveva la fama di essere molto corrotta e fortemente omofoba. Addirittura, ritenevano che le persone omosessuali fossero più gelose, e di conseguenza più violente e più inclini a commettere delitti passionali. Dunque, per paura di conseguenze su sé stesso, Karl stette in silenzio.
A conferma di ciò, quando il dettaglio della relazione di Kitty con la sua amica Mary-Anne fu reso noto la donna dovette affrontare una serie di problemi nella vita privata e sul lavoro dovuti al suo orientamento sessuale.

L’effetto spettatore: dal caso Genovese a oggi

L’assassino di Kitty fu arrestato non molto tempo dopo a causa di un crimine minore. Fu lui stesso a confessare di aver ucciso la giovane donna. Nonostante la gravità della vicenda, questo caso ha contribuito ad un importante cambiamento in America: la creazione del numero unico di emergenza 911.

Infatti, anni dopo venne fuori che in realtà molte persone avevano provato a chiamare la polizia quella notte ma nessuno di questi tentativi era riuscito. Purtroppo, non esisteva il numero unico di emergenza e i vicini che avevano provato a contattare le autorità avevano dovuto cercare il numero della centrale più vicina (ricordiamo siamo negli anni ’60, senza internet, forse solo con l’aiuto dell’elenco telefonico in piena notte) o avevano dovuto affidarsi al centralino col rischio di perdere la linea.

Questo caso, inoltre, ha arricchito la psicologia aiutandoci a comprendere un altro pezzettino di come funziona la mente umana. Tutt’ora l’effetto spettatore è di attualità ed è studiato in settori esterni a quelli di emergenza o richiesta di aiuto.

Chiara Manna per Questione Civile

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Myers D. G., Psicologia sociale, edizione italiana a cura di Marta E., Lanz, M., Milano 2009.
  • www.queryonline.it/2020/10/30/luccisione-di-kitty-genovese-un-caso-di-effetto-spettatore/
+ posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *