Eschilo, il primo dei grandi tragediografi greci

Eschilo

Eschilo, l’anello di congiunzione fra la cultura arcaica e la nuova cultura

Sebbene sappiamo con certezza che la tragedia non nacque con Eschilo ma con i suoi predecessori il cui materiale è andato perduto, possiamo affermare che Eschilo diede al genere tragico un’impronta definitiva dal punto di vista formale. Fu lui che trasformò definitivamente la tragedia in genere letterario tramite una serie di innovazioni che prima di lui non esistevano e che riflettono soprattutto la condizione del popolo ateniese, che era ormai maturo dal punto di vista culturale per un’esperienza intellettuale più grande e più formata.

Dopo il rischio tremendo che i greci avevano vissuto di essere annientati definitivamente dai persiani, Atene era diventata il centro del mondo politico, sociale, antropologico e culturale. La città si era arricchita grazie anche alla Lega di Delo e gli ateniesi se la passavano molto meglio economicamente, tanto da aver dato inizio alla costruzione di monumenti di grandioso prestigio e grandezza. Le strutture tradizionali del pensiero si erano quindi evolute e c’era bisogno di una manifestazione culturale che non fosse più qualcosa di antico e legato alla lirica o ai poemi epici.

Il teatro di Eschilo si inserisce in una profonda dimensione religiosa, poiché il mondo nel quale i suoi personaggi agiscono è dominato da un ordine cosmico che vede in Zeus il suo garante e il suo strenuo difensore. Talvolta i comportamenti umani si configurano come fattori destabilizzanti di quest’ordine divino, tanto da rendersi necessarie severe sanzioni nei confronti di chi se ne rende colpevole.

La vera novità di Eschilo risiede nel fatto che lo svolgimento del fatto mitico non subisce alterazioni rispetto alla tradizione, ma stavolta viene usato per dibattere argomenti attuali e impegnativi. Essendo la relazione del fatto teatrale con la vita politica molto stretta, possiamo affermare che il teatro di Eschilo si configura come un teatro didascalico.

La tragedia secondo Eschilo

Fondamentalmente al centro della rappresentazione di ogni tragedia ci sono sempre eroi, principi, re e dei; l’uomo del popolo non è assolutamente sulla scena e la rappresentazione è strettamente legata al mito. Questo aspetto porta a due conseguenze:

  1. l’autore tragico è ingabbiato dentro il mito, poiché non può modificarlo;
  2. le aspettative del pubblico non erano quelle di vedere come il dramma andava a finire, poiché tutti conoscevano i miti, ma come questi erano inscenati, in modo da permettere allo spettatore di rivivere dentro di sé e quelle passioni.

Tra tutte le tragedie di Eschilo la più famosa è sicuramente Persiani, poiché l’opera rappresenta un unicum nel mondo della tragedia greca: a differenza di tutte le altre è l’unica tragedia del mondo greco che parli di un fatto storico realmente accaduto, quindi non è legata al mito ma alla storia. Questa scelta fuori dagli schemi è motivata dal fatto che Eschilo voleva fare un grandissimo tributo alla sua città, ricordando e rendendo eterno il fatto che Atene aveva sgominato l’Impero persiano e ponendo l’accento sul fatto che ciò era stato possibile soprattutto grazie alla democrazia.

Il Prometeo incatenato

Come ogni anno la Fondazione INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) mette in scena due tragedie e una commedia presso il Teatro greco di Siracusa. Si tratta di un evento molto atteso iniziato l’11 maggio e che terminerà il 2 luglio. Quest’anno tra le tragedie è stata scelta il Prometeo incatenato di Eschilo, la cui regia è stata affidata a Leo Muscato.

Il Prometeo incatenato è l’unica tragedia greca in cui tutti i personaggi sono delle divinità. Il prologo è rappresentato dall’incatenamento di Prometeo per opera di Efesto, dio del fuoco, ad una rupe solitaria della Scizia (costa tra la Polonia, il Kazakistan e l’Ucraina sudorientale) sotto l’occhio vigile di Kratos (Potere) e Bia (Forza). Prometeo è un Titano che si è ribellato agli dei dell’Olimpo poiché scelse di rubare il fuoco ai celesti e di donarlo agli uomini, per i quali nutriva un forte amore.

Numerosi sono i personaggi che per diversi motivi giungono in quell’inospitale luogo: le Oceanine, il loro padre Oceano e la ninfa Io. Quest’ultima è accomunata al Titano dall’essere anche lei vittima dell’egoismo di Zeus, che dopo averla sedotta l’ha condannata a un destino errabondo. Il Titano la conforta rivelandole che le nozze con una dea, nota a lui solo, priverebbero fatalmente Zeus del suo potere. Il signore degli dei ode la conversazione con la ninfa e invia Hermès affinché Prometeo riveli il nome di quella dea, ma il Titano respinge il messaggero. Per vendetta Zeus scatena un terremoto e fa sprofondare Prometeo nelle viscere della terra insieme alla montagna in cui era incatenato.

Il significato della tragedia di Eschilo

Questa tragedia a suscitato numerosi e non risolti i problemi di interpretazione e di attribuzione. Nel mondo moderno i critici tedeschi che studiarono e analizzarono questa tragedia individuarono in Prometeo l’eroe vincente che non si piega davanti a nulla e che sopporta ogni ostacolo pur di arrivare al suo obiettivo, proprio come voleva la cultura del Romanticismo. Qualche secolo dopo con lo sviluppo dello strutturalismo e dell’ermetismo Prometeo si trasformò dall’eroe vincente all’eroe perdente, perché il vincitore nella tragedia sarebbe stato Zeus e il suo potere.

Quale delle due interpretazioni si voglia preferire, a questo punto, dipende strettamente dal proprio gusto e dalla propria visione dell’evento. Una cosa è certa: Zeus viene tratteggiato da Eschilo come un tiranno irrequieto e pericoloso, mentre Prometeo come colui che ha in qualche modo offeso Efesto rubandogli il fuoco, seppur con la più nobile delle intenzioni.

Maria Rita Gigliottino per Questione Civile.

Bibliografia e sitografia

M. Casertano, G. Nuzzo, Storia e testi della letteratura greca, volume 2, Milano, Palumbo, 2011.

www.indafondazione.org/prometeo-incatenato

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