Il paesaggio nel Settecento: Francesco Trevisani

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Il paesaggio nel Settecento: analisi del dipinto Ninfe e Satiri (1715 circa) di Francesco Trevisani

Il paesaggio è un genere pittorico largamente diffuso nel corso del XVII e XVIII secolo. Tra i suoi massimi rappresentanti compare anche il pittore Francesco Trevisani (1656-1746), che qui vuole essere indagato attraverso l’approfondimento della tela Ninfe e Satiri (1715 circa), conservata presso i depositi della Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini, a Roma.

Provenienza e datazione del dipinto Ninfe e Satiri (1715 circa)

Il dipinto ad olio su tela fu acquistato per 40 scudi da Neri Maria Corsini dall’abate Darj e compare per la prima volta nell’inventario del 1750, citato come «un balletto di Satiri e Ninfe del Trevisani». Nel corso dell’Ottocento l’opera fu collocata nella Galleria dell’appartamento del principe – attualmente occupato dalla biblioteca – e descritta come «piccolo baccanale» assegnandola alla Scuola di Rubens.

In galleria fu esposta per lunghi anni nel passaggio tra la scala decima e la undicesima, per essere poi collocata nella prima sala, con un’attribuzione alla scuola bolognese, così come indicato dalla presenza di un cartiglio sul retro del dipinto, in basso a destra, con dicitura: «Autore Sc. Bolognese sec. XVIII», applicato probabilmente nella tarda seconda metà XIX secolo. Assieme alla collezione Corsini, l’opera fu ceduta allo Stato italiano nel 1883.

Alla «École de Rubens» è segnalato anche nel volume Les Musées et galeries de Rome catalogue général de tous les objets d’art qui y sont exposés del 1870. Il soggetto del dipinto, Ninfe e Satiri, fu effettivamente un tema riprodotto dal noto pittore fiammingo, la cui paternità per l’opera in questione è tuttavia alquanto debole.

La tela fu nuovamente ricondotta alla mano di Francesco Trevisani da Sivigliano Alloisi nel 1984. Una datazione entro il primo ventennio del Settecento è probabile grazie al confronto con il dipinto Giuseppe venduto dai fratelli dello stesso pittore, conservato presso la National Gallery of Victoria di Melbourne, e che lo studioso italo-americano Frank R. Di Federico colloca al 1715.

Il paesaggio nel Settecento: il pittore Francesco Trevisani

Nato a Capodistria nel 1656, Trevisani fu scolaro di Antonio Zanchi a Venezia. Più che ventenne, verso il 1678 si stabilì a Roma, entrando presto in rapporto con il cardinale Flavio Chigi, che gli affidò due tele per il Duomo di Siena (Cristo con San Filippo e San Giacomo del 1687, e Il martirio dei Santi Quattro Coronati del 1688), oltre a Il martirio di Sant’Erasmo per il Duomo di Porto. Il suo massimo mecenate fu il cardinale Pietro Ottoboni, il quale lo nominò suo primo pittore e gli assegnò un appartamento nel Palazzo della Cancelleria (1698), dove Trevisani restò probabilmente fino alla morte del suo protettore (1740).

Qui l’artista venne introdotto all’Accademia dell’Arcadia, che dopo la morte di Cristina di Svezia (1690) aveva in Ottoboni il suo principale riferimento. Infatti Trevisani fu arcade, tanto che il suo biografo e contemporaneo Lione Pascoli (1674-1744) ne testimonia le notevoli capacità poetiche, insieme a Giuseppe Ghezzi, Carlo Maratta, Giovanni Odazzi e Giovanni Maria Morandi.

Il paesaggio nel Settecento: il tema dell’Arcadia

Francesco Trevisani raggiunse ben presto una posizione di rilievo nell’elaborazione di quella maniera pittorica sovente definita come rococò arcadico e che privilegiava la composizione semplice, l’idillio, l’intonazione patetica ed il colorito delicato, elementi riscontrabili anche nell’opera in oggetto.

Questa fase pittorica si riferisce ad un momento della cultura afferente al primo Settecento romano, contraddistinta dalla fusione tra lo stile Rococò, sviluppatosi prevalentemente in Francia, e le idee dell’Accademia dell’Arcadia, affermatesi in Italia. Lo stile si caratterizza per un interesse nei confronti della natura e della poesia pastorale, con una ricerca di armonia e chiarezza.

Della produzione ‘arcadica’ di Trevisani restano numerosi esempi: si citano in particolare le piccole tele Esaù vende la primogenitura (inv. 288) e Caino uccide Abele (inv. 289), entrambe facenti parte della Collezione Corsini e datate all’ultimo decennio del XVII secolo. A queste si affiancano i dipinti su rame (Sogno di Giuseppe, Firenze, Galleria degli Uffizi, inv. 5557) e le numerose redazioni della Maddalena penitente.

Invece, nelle imprese di maggior respiro, Trevisani corresse il tardo barocco romano, addolcendone l’enfasi in una più contenuta espressione dei sentimenti, moderandone le intemperanze cromatiche e compositive, in favore di una maggior compostezza dell’impianto e di più delicati rapporti cromatici.

L’estrema finitezza dei suoi dipinti, caratterizzati da un colorito porcellanato e da una grazia talvolta estenuata, li rese particolarmente apprezzati al tempo, ma ne decretò la sfortuna nella seconda metà del secolo. Eppure l’influsso del ‘rococò arcadico’ nell’accezione espressa da Trevisani fu rimarchevole, soprattutto nei confronti dei pittori francesi presenti a Roma nella prima metà del secolo.

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Francesco Trevisani, Giuseppe venduto dai fratelli, 1714-1715 circa, olio su tela, cm 112 x 156, Melbourne, National Gallery of Victoria.

Il dipinto Ninfe e Satiri: analisi del soggetto

Il dipinto raffigura una scena idillica, all’interno della quale si dispongono quattordici figure, un consesso di ninfe e satiri. Quest’ultimi sono rappresentati in pittura come soggetti mitologici appartenenti al mondo della natura: le ninfe spesso legate al bosco, alle sorgenti e alla fertilità; i satiri, invece, sono creature con gambe di capra e dotati di corna, associati al dio Dioniso, alla danza e al piacere. La loro rappresentazione varia a seconda del periodo e dello stile, ma spesso si trovano in scene che mostrano la loro interazione con la natura o tra di loro, come nel dipinto in analisi.

La composizione illustra perfettamente il concetto classico di locus amoenus che si sviluppò a partire dall’epoca di Omero e che alludeva ad un luogo idilliaco dove condurre un’esistenza serena, felice e sensuale, un territorio annaffiato da una sorgente che imbeveva la terra e protetto dall’ombra di alcuni alberi. Il locus amoenus di Trevisani è ricreato con una tale convinzione che richiama alla memoria una caratteristica nota della sua arte: la pittura è qui una celebrazione della vita, dove vivacità e vigoria inondano la scena.

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Francesco Trevisani, Ninfe e Satiri, 1715 circa, olio su tela, cm 39 x 65, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica Corsini.

Il dipinto Ninfe e Satiri: il locus amoenus

A dominare la scena è l’imponente quercia che con il suo tronco massiccio funge da linea di simmetria dell’intera composizione: a sinistra il cielo è terso, illuminato dalla luce dorata di un tramonto, a destra invece le montagne lontane sono minacciate da grigie nuvole. Questa dicotomia atmosferica, relazionata alla dualità di significato tra ninfe e satiri, può suggerire un contrasto tra il mondo naturale e quello umano, tra la purezza e la sensualità, tra la libertà e l’ordine. Al di sotto della vasta fronda alberata compare un capannello danzante: due ninfe e due satiri ballano in cerchio, donando frenesia e vivacità alla rappresentazione. Il movimento circolare è accentuato dalle vesti svolazzanti, bianche, rosa, blu e gialle, che abbracciano i corpi delle fanciulle.

Matteo Mazzonetto per Questione Civile

Bibliografia

X. Barbier de Montault, Les Musées et galeries de Rome catalogue général de tous les objets d’art qui y sont exposés, Editore Jos. Spithover, Roma 1870.

H. Bodmer, Francesco Trevisani, in Allgemeines Lexicon der Bildenden Künstler, a cura di in U. Thieme, F. Becker, vol. XI, Lepzig 1939, p. 389.

F. R. Di Federico, Trevisani’s Pictures at Narni and The state of Roman Painting in 1715, in «Storia dell’Arte» 1972.

A. Griseri, Francesco Trevisani in Arcadia, in «Paragone (Arte)», XIII, 1962.

L. Pascoli, Vite de’ pittori, scultori ed architetti viventi, Edizioni Canova, Treviso 1981 (I ed. 1736).

La Galleria Corsini a cento anni dalla sua acquisizione allo Stato, catalogo della mostra a cura di S. Alloisi (Roma, Galleria Corsini, 19 gennaio-18 marzo 1984), Multigrafica Editrice, Roma 1984.

L. Barroero, Francesco Trevisani, in La pittura in Italia. Il Settecento, a cura di G. Briganti, Electa, Milano 1990.

A. Cosma, Verso un nuovo fedecommesso. Vicende del palazzo e della collezione Corsini tra dispersioni, restauri e riallestimenti (1795-1829), in Storie di Palazzo Corsini. Protagonisti e vicende nell’Ottocento, atti del convegno di studio (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica, 2015), a cura di A. Cosma, S. Pedone, Roma 2016.

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