La Divina Commedia nel Romanticismo: la riflessione di Schelling 

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Il Romanticismo e la Divina Commedia: l’esaltazione del mito e dei sentimenti

Dopo la stagione rinascimentale, l’esaltazione del mito (sia pagano che cristiano) torna ad essere al centro della riflessione filosofica e letteraria nella Germania romantica, dopo che l’Illuminismo aveva tacciato la religione e il folklore popolare di essere veicolo di antiche superstizioni e di un’ignoranza atavica che avevano ancorato l’uomo ai suoi disagi, impedendo così il progresso della civiltà. In opposizione al radicalismo del razionalismo illuminista, il Romanticismo celebrò la forza dei sentimenti e dell’irrazionalità che abita ogni individuo. Secondo i Romantici, infatti, una sensibilità viva e intensa può essere per l’uomo un’incredibile fonte di creatività.

In questa temperie culturale, intrisa di idealismo e recupero della tradizione, si creano le condizioni perfette per il rifiorire del mito come elemento rivelatore, in chiave simbolica, dello spirito più autentico e genuino della nuova epoca. Grazie alla speculazione dei teorici romantici, non sussiste più, come in passato, la necessità di confrontare qualunque epoca storica con l’antichità classica.

L’egemonia culturale della cosiddetta età dei Lumi, infatti, aveva limitato l’indagine storica ad una riduttiva contrapposizione tra la presunta razionalità delle civiltà antiche e la barbarie dei secoli bui. Tuttavia, in epoca romantica questa rigida dicotomia è scalzata da una più profonda analisi dell’età medievale, in cui, a ragione, si rintracciano le radici culturali del mondo moderno.

I romantici e la Divina Commedia

All’interno di questo animato dibattito culturale, che fin dalla seconda metà del Seicento vede la contrapposizione tra Antichi e Moderni, la Divina Commedia di Dante in particolare diviene nella critica romantica tedesca non solo l’elemento più emblematico, ma anche il più rivelatore dello spirito più vero e profondo dell’epoca medievale.

Nella speculazione di Schelling la Commedia assume un ruolo assolutamente centrale, al punto che il filologo tedesco Erich Auerbach ha definito il saggio schellinghiano Dante sotto l’aspetto filosofico ciò che di più significativo sia sato scritto su Dante e sulla Commedia nel periodo romantico vero e propri.

Tale saggio – originariamente appartenente al ciclo di lezioni sulla Filosofia dell’Arte e pubblicato poi singolarmente dall’autore nel 1803 – ha goduto tra gli studiosi di una fortuna modesta ma costante nel tempo. All’interno delle sue lezioni, inoltre, Schelling propone una riflessione sulla Divina Commedia ed il genere epico, fondamentale anch’essa per comprendere il ruolo di cui Dante è investito, secondo il sistema filosofico-estetico romantico, nel processo di formazione della letteratura moderna.

Schelling e l’elaborazione di un poema epico della modernità

Schelling discute in questa sede la possibilità per i poeti moderni di scrivere un poema epico in tutto e per tutto simile a quelli antichi, in primis i poemi omerici. Il primo passo è, secondo il filosofo, selezionare un evento idoneo alla trattazione epica “alla maniera degli Antichi”. Il poeta moderno ha dunque dinanzi a sé due possibilità: da una parte la mitologia classica, dall’altra la materia moderna, ovvero la storia. Tuttavia, secondo Schelling la storia non sarebbe utile a fornire al poeta materia adatta alla narrazione epica, per due motivi in particolare: la scelta di un evento storico isolato apparirebbe sempre e comunque casuale, e lo stile epico proprio dei poemi antichi cozzerebbe con la modernità di motivi, usi e costumi della storia recente.

La materia più adatta ad un poema epico che sappia congiungere stile antico e sentire moderno è il Cristianesimo, che è per i Moderni ciò che la mitologia era per gli Antichi, poiché, come Schelling afferma:

Lo stesso Cristianesimo guadagnerebbe dalla contrapposizione al paganesimo un colore più nobile e potrebbe persino assumere quell’aspetto che nell’Odissea, per esempio, hanno i costumi favolosi dei popoli e le meraviglie di parecchi paesi e isole.1

L’importanza del cristianesimo

Il periodo di nascita e diffusione della religione cristiana rappresenta dunque per il filosofo romantico il passaggio dal mondo antico a quello moderno, e il Cristianesimo, con tutto il suo bagaglio di dottrine e di racconti favolosi – laddove per favolosi si intende collocati in un passato ormai remoto e per questo animati, nella logica della narrazione epica, di un’aura meravigliosa – incarna perfettamente l’essenza della cultura moderna in tutte le sue espressioni.

Per Schelling, e più in generale per tutti i romantici, un evento è epico solo se può parlare a tutti, se è fondativo della storia e del sentire condiviso di un’intera civiltà, del bagaglio di conoscenze e credenze comuni che ne definiscono l’identità e nelle quali tutti si riconoscono, al di là delle singole individualità. E anzi, una narrazione è tanto più epica quanto più ha la capacità di travalicare i confini di quella singola civiltà e ritrarre gesta, situazioni, sentimenti ed emozioni in cui possa identificarsi qualsiasi essere umano: è questo il significato che Schelling attribuisce al termine universale.

Messi in luce i limiti della storia moderna per la selezione di materia epica, Schelling indica arte, religione e scienza come miniere cui attingere per un poema epico, in quanto ambiti fondamentali nel processo di fondazione del mondo moderno.

La Divina Commedia: l’epopea moderna per eccellenza

L’unica opera che riunisca in sé tutti questi elementi in una sintesi perfetta è, nell’opinione di Schelling, la Divina Commedia, incompresa fino ad ora perché unica e senza eguali, al punto che essa non è ascrivibile al genere epico tradizionale né ad alcun altro genere, in virtù della commistione singolare e irripetibile di elementi diversi, eppure complementari, che si configura come la cifra peculiare del poema.

Perché, dunque, Schelling inserisce il discorso sulla Divina Commedia a partire dal problema della creazione di un testo epico della modernità? La risposta si rintraccia nel successivo saggio Dante sotto l’aspetto filosofico, in cui fin dalle prime battute la critica a Dante appare ancor più entusiastica, al punto che il filosofo si spinge a celebrare il poeta fiorentino con toni encomiastici e magniloquenti, definendolo sommo sacerdote che consacra alla sua missione l’intera età moderna.

La visione di Schelling

La materia del poema dantesco è dunque, per Schelling, epica nel senso più ampio del termine, in quanto Dante non solo vi narra un viaggio straordinario e miracoloso, ma attraverso di esso sintetizza ed interpreta perfettamente i valori etici, la dottrina teologica, le conoscenze scientifiche, geografiche e letterarie, e le vicende pubbliche e private dei personaggi più noti, contemporanei o del passato, di un intero sistema culturale, il suo. Ma la sua grandezza è tale, che il particolare, ovvero il complesso di valori e conoscenze fondamentali per un uomo del Medioevo come Dante, supera i confini temporali, geografici e culturali della Firenze del ‘300 e dell’Europa medievale, e giunge fino a noi, facendosi paradigma dell’esperienza umana dell’uomo moderno nella sua totalità.

E, a giudicare dalla fortuna di cui ancora oggi gode la Divina Commedia, Schelling, nel suo ritenere che in un futuro sufficientemente lontano essa sarebbe stata considerata la grande epopea dell’età moderna, rivela uno sguardo lungimirante e una profondissima comprensione del respiro universale dell’opera.

L’allegorismo nella Divina Commedia

Chiarita la portata epica del testo dantesco, Schelling discute poi la questione dell’allegorismo. Illustra infatti come le figure del poema non siano esclusivamente i simboli che rappresentano, bensì racchiudano in sé contemporaneamente significato simbolico e significato concreto, talmente complementari da risultare inscindibili. Pertanto, l’impareggiabile originalità di Dante risiede anche nell’aver creato dei personaggi che non sono solo tali, ma qualcosa di più. Sono individui che agiscono nel poema da perfetti esseri umani, e contemporaneamente incarnano valori trascendentali. Allo stesso tempo, le azioni e le parole di cui sono protagonisti sono sempre funzionali a veicolare il messaggio metafisico di cui sono portatori, ma rimangono pur sempre, ad un primo livello di lettura, pienamente umane.

Per il filosofo tedesco, la narrazione della Commedia è veramente mitologica, poiché nell’economia del poema tanto i personaggi storici quanto quelli inventati si caricano di una statura paradigmatica che li rende eterni, tanto più efficace se si considera che essi sono posti nell’Aldilà, il luogo dell’eternità per eccellenza, che per sua natura li proietta in una dimensione eccezionale e idealizzata. Beatrice, Ugolino, Paolo e Francesca e tutti gli altri caratteri che costellano la Divina Commedia, in virtù dell’esemplarità delle vicende di cui sono protagonisti e dei discorsi che pronunciano, diventano archetipi, e il poema stesso è archetipo dell’esistenza umana “per la sua universalità non escludente alcun lato della vita e della cultura”.

L’Inferno dantesco: un capolavoro di stile e sentimento

Schelling discute poi lo stile dell’opera, con l’obbiettivo di smontare il pregiudizio illuministico per cui la cifra stilistica della I cantica sarebbe la volgarità, dimostrando come lo stile dell’Inferno, seppur comico, sia anch’esso “sublime” e “veramente bello”. Esso è capace di raffigurare perfettamente l’orrore delle passioni e degli impulsi umani più turpi, e dunque di indurre il lettore a misurarsi con le emozioni forti che scaturiscono dalla lettura della cantica infernale. Il giudizio che Schelling formula a proposito della cantica infernale è talmente appassionato, da ritenere che l’Inferno sia “la parte più poetica dell’intero poema”, senza però nulla togliere alle restanti cantiche.

Il saggio si conclude infine con una calorosa lode dell’essenza profetica dell’opera dantesca, cui si accompagna un eloquente ammonimento indirizzato ai poeti moderni. Chiunque aspiri a produrre un tipo di poesia che si faccia veramente interprete dell’autentica essenza dello spirito moderno, è chiamato, potremmo dire quasi obbligato, a conoscere Dante, a farne la sua stella polare, poiché senza il suo altissimo esempio non vi è speranza per alcuno di riuscire nell’ardua impresa.

Martina Marzo per Questione Civile

Bibliografia:

G. F. FRIGO, G. VELLUCCI, Unità o dualità della Commedia: il dibattito su Dante da Schelling ad Auerbach. Con testi di F.W.J. Schelling e F. Bouterwek, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1994.

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