Alice allo specchio: identità, doppio e follia vittoriana

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Una chiave di lettura della modernità tra Lewis Carroll e Alice: l’inconscio

La storia di Alice comincia con una caduta, ma non è soltanto un espediente narrativo. È una discesa simbolica, verticale, che introduce il lettore in uno spazio diverso, un altrove psichico e culturale che coincide con il Paese delle Meraviglie. Fin dalle prime righe, Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Ludwig Dodgson) costruisce un mondo che non si piega alle leggi della fisica né a quelle della logica vittoriana. Alice cade senza paura, senza urlare, come se sapesse già che quel viaggio è necessario.

La caduta è il primo atto di un percorso di formazione. Non è fuga, ma passaggio. Alice non scappa dal mondo reale: vi si confronta indirettamente, attraversandolo sotto forma di paradosso.

Carroll scrive nella seconda metà dell’Ottocento, nel cuore dell’Inghilterra vittoriana, un’epoca rigidamente codificata, moralista, ossessionata dall’ordine. Il Paese delle Meraviglie non è altro che la risposta a quel contesto: un luogo in cui le regole esistono, ma cambiano di continuo e in cui il linguaggio, anziché chiarire, confonde.

Qui Alice è una bambina, ma anche un dispositivo narrativo: è l’osservatrice ingenua che smaschera l’assurdità degli adulti. La sua identità è fluida, instabile, continuamente messa in discussione da pozioni che la fanno crescere o rimpicciolire. La domanda “Chi sono io?” attraversa tutto il romanzo e anticipa, con sorprendente modernità, il tema dell’identità frammentata.

Carroll e Dodgson: chi scrive davvero?

Chi è il vero autore di Alice? Charles Ludwig Dodgson è un matematico, un logico, un reverendo anglicano, docente a Oxford. Lewis Carroll, invece, è lo scrittore visionario che dà voce a gatti che sorridono e regine sanguinarie. La scelta dello pseudonimo non è casuale né meramente editoriale: è una dichiarazione di scissione identitaria.

Dodgson vive immerso nelle contraddizioni del suo tempo. Da un lato l’accademia, la religione, la disciplina; dall’altro la fotografia, il gioco linguistico, l’infanzia idealizzata. Carroll nasce come spazio di libertà, come maschera necessaria per dire ciò che Dodgson non può permettersi di esprimere apertamente. In questo senso, Alice non è solo una protagonista: è il luogo di incontro tra due personalità opposte, ma complementari.

Alice è la voce che permette a Carroll di abitarle entrambe senza scegliere definitivamente chi essere.

L’epoca vittoriana

Per comprendere meglio la logica non logica dell’eroina carrolliana, è necessario collocarla nel suo tempo.

Alice’s Adventures in Wonderland è stato pubblicato nel 1865, in piena epoca vittoriana. È un periodo segnato dall’espansione coloniale, dalla fede nel progresso scientifico e da una rigida morale sociale. L’infanzia, in particolare, è idealizzata come spazio di purezza, ma allo stesso tempo disciplinata attraverso l’educazione e la religione.

Carroll sovverte questo modello dall’interno. Il suo libro sembra una fiaba per bambini, e in parte lo è, ma è anche una satira feroce del mondo adulto. Le figure di autorità sono ridicole, arbitrarie, spesso crudeli: la Regina di Cuori governa attraverso sentenze insensate; il Cappellaio Matto è intrappolato in un tempo fermo; il Bruco interroga Alice con domande filosofiche senza fornire risposte.

Alice diventa una lente critica. Nella sua esistenza letteraria risiede la necessità di Carroll di denunciare, senza moralismi, l’ipocrisia del suo tempo. L’illogicità del Paese delle Meraviglie non è evasione, ma riflesso deformante della realtà vittoriana. È un mondo che sembra assurdo proprio perché esaspera le contraddizioni di quello reale.

Alice e la struttura della fiaba: come funziona il racconto

Dal punto di vista narratologico, Alice in Wonderland segue sorprendentemente da vicino lo schema della fiaba classica, come lo teorizzerà Vladimir J. Propp nel Novecento: c’è una situazione iniziale, una rottura dell’equilibrio (la caduta nella tana del Bianconiglio), una serie di prove e incontri e, infine, un ritorno allo stato iniziale, che coincide con il risveglio.

Eppure, Carroll gioca costantemente con le aspettative del lettore. Le prove non portano a una crescita lineare, ma a un accumulo di confusione. Le trasformazioni di Alice non sono definitive, e il lieto fine non offre una morale chiara.

Il sogno finale non annulla l’esperienza: la rende ambigua. È successo davvero? Conta davvero saperlo?

Il linguaggio è lo strumento principale di questa destabilizzazione.

Nonsense, giochi di parole, parodie di poesie educative vittoriane: Carroll smonta il linguaggio dell’autorità e lo restituisce come materia plastica. Alice impara che le parole non garantiscono la verità e che il significato è sempre negoziabile. È una lezione radicale che anticipa molte riflessioni del pensiero contemporaneo.

Alice attraverso lo specchio: il doppio e l’identità

Con Through the Looking-Glass and what Alice found there (1871), Alice compie un ulteriore passo. Se nel primo libro la caduta introduce il viaggio, qui è lo specchio a fungere da portale. Non più una discesa nell’inconscio, ma un attraversamento del doppio.

Lo specchio è uno dei simboli più potenti della letteratura occidentale. Riflette, ma deforma; mostra, ma nasconde. Nel romanzo di Carroll, il mondo oltre lo specchio è regolato da una scacchiera: Alice è un pedone bianco che deve attraversare otto caselle per diventare regina. È un percorso di razionalizzazione, più ordinato rispetto al caos del Paese delle Meraviglie.

Questo cambiamento non è casuale.

Dopo la morte del padre di Dodgson, figura centrale nella sua vita, la sua scrittura perde parte della sua esplosione fantasiosa e si struttura maggiormente. Alice diventa più consapevole, più riflessiva. Proprio nello specchio emerge con forza il tema dell’identità molteplice. Alice non è mai una sola: è ciò che vede e ciò che viene visto, ciò che pensa e ciò che gli altri le attribuiscono.

Alice e la psicoanalisi: perché continua a inquietarci

Nel Novecento, Alice diventa oggetto di numerose interpretazioni psicoanalitiche. William Empson, nel saggio Alice in Wonderland: The Child as Swain (1938), apre la strada a una lettura che mette in relazione il testo carrolliano con l’inconscio freudiano. Seguono Paul Ferdinand Schilder e Anthony Goldschmidt, che analizzano simboli, metamorfosi e figure di autorità come espressioni di conflitti psichici. In questa prospettiva, il Paese delle Meraviglie può essere letto come l’Es, luogo di desideri e pulsioni; la Regina di Cuori come un Super-Io tirannico; Alice come l’Io chiamato a mediare. Tuttavia, nessuna interpretazione riesce a esaurire il testo. Ogni simbolo si presta a letture discordanti, spesso opposte.

È proprio questa resistenza al significato definitivo a rendere Alice un’opera inesauribile. Carroll costruisce un labirinto ermeneutico in cui ogni chiave apre nuove porte. L’epilogo, se così si può chiamare, è l’impossibilità di raggiungere una verità unica.

Alice oggi: perché non smette di parlarci

A più di centocinquant’anni dalla sua pubblicazione, Alice continua a vivere.

È diventata icona pop, ispirazione per artisti, registi, filosofi. Ma ridurla a fenomeno culturale significherebbe tradirne la complessità. Alice sopravvive perché incarna una domanda irrisolta: chi siamo, quando le regole cambiano e le identità si moltiplicano? In un mondo contemporaneo frammentato, instabile, dominato da narrazioni contrastanti, il viaggio di Alice appare sorprendentemente attuale.

Tra Charles Ludwig Dodgson e Lewis Carroll esiste uno specchio che non restituisce immagini fedeli, ma interpretazioni. Nessuno dei due può esistere senza l’altro. Forse il vero autore di Alice non è né Dodgson né Carroll, ma lo spazio intermedio che li tiene insieme. Un luogo in cui l’identità non è una certezza, ma una sfida.

E lo specchio, ancora una volta, non riflette: ruba.

Valentina Botrugno per Questione Civile

Bibliografia

  • Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland, Macmillan, 1865.
  • Lewis Carroll, Through the Looking-Glass and What Alice Found There, Macmillan, 1871.
  • William Empson, Some Versions of Pastoral, Chatto & Windus, 1935.
  • Humphrey Carpenter, Secret Gardens: A Study of the Golden Age of Children’s Literature, Houghton Mifflin, 1985.

Sitografia

  • The Lewis Carroll Society (UK), https://lewiscarrollsociety.org.uk/ , ultima consultazione il 28/12/2025
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2 commenti su “Alice allo specchio: identità, doppio e follia vittoriana

  1. Andreea Rispondi

    bellissimo articolo,esaustivo ma anche un po’ misterioso. rimane sempre quella domanda: ” chi sono io,in realtà?”
    brava Valentina.

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