La retorica biologica di un corpo postumano in Zero K

retorica

La necessità di una retorica biologica di DeLillo

Per DeLillo, il linguaggio, al pari della retorica, è sempre stato una faccenda piuttosto seria, una forza fisica – in Underworld ha citato una vera e propria «physics of language»[1] – in grado di intervenire attivamente sul piano dell’esperienza: la sua opera può essere condensata in un suo celebre slogan, «Let language shape the world»[2], eloquente nell’attestare quanto la riflessione linguistica interpreti un ruolo chiave all’interno del suo motore narrativo.

Operare nella dimensione formale dell’elocutio, vale a dire sui lineamenti del linguaggio puro – suono, sintassi, etc. –, equivale allora a lavorare sulla fisionomia stessa del mondo: la reciprocità tra parole e cose non è mai stata tanto simbiotica quanto traspare dai microcosmi finzionali architettati dalle trame di DeLillo. Ciò è particolarmente vero nel caso di una specifica realtà materiale, di uno specifico insieme di cose: la condizione umana. Le ultime lezioni della scienza biologica hanno coniugato un ridimensionamento considerevole del coefficiente spirituale dell’organico, accentuando piuttosto il rilievo materico dei nostri corpi: il postumano è un ritorno dell’umano allo stato di cosa.

Ciononostante, dove l’ingegneria genetica ci sprona a riconsiderare l’involucro ontologico dentro il quale intendiamo i nostri corpi, a mettere in discussione i requisiti della vita stessa, la parola permane un genotipo inderogabile. Ingegneria genetica da una parte, ingegneria lessicale dall’altra; il corpo è parola, manifestazione verbale, e, di conseguenza, complesso fonetico, pianificazione sintattica, marcatura semantica.

La retorica biologica di Convergence

In Zero K, il magnate Ross Lockhart finanzia un avveniristico progetto chiamato Convergence, il quale si pone come obiettivo quello di salvaguardare i corpi vivi dei malati terminali attraverso una rivoluzionaria tecnologia criogenica in attesa dell’evoluzione del campo medico. Tuttavia, Convergence non è soltanto il pioniere dell’ingegneria genetica, quanto soprattutto un esperimento linguistico. Confrontiamo i due propositi dell’associazione:

“We want to stretch the boundaries of what it means to be human, stretch and then surpass”[3].

“There are philologists designing an advanced language unique to the Convergence. Word roots, inflections, even gestures. […]. A language that will enable us to express things we can’t express now, see things we can’t see now, see ourselves and others in ways that unite us, broaden every possibility”[4].

All’interno dell’opera di DeLillo, mai biologia e linguistica sono state rappresentate in una così netta commistione come in Zero K: Convergence è un’iniziativa postumana nella misura in cui aspira ad essere una nuova Babele. Il nuovo individuo organico parlerà una nuova lingua; la ricerca di una retorica biologica è qui vero e proprio pretesto narrativo.

I problemi di una retorica biologica

Questo duplice intento non risulta perpetuabile senza conseguenze negative. Il figlio di Lockhart, Jeffrey, visita Convergence e cade vittima di un dilaniante spaesamento ontologico e gnoseologico: intorno a lui non vede altro che indeterminatezza a livello biologico – gemelli, manichini, androgini – e linguistico – creolizzazioni, uniformità verbale completamente priva di accenti, parlate infantili –, e ciò causa in lui un malessere binomiale – gene e parola – che getta ombre di dubbio sia sull’impresa postumana che su quella filologica. Jeffrey, come molti altri dei protagonisti di DeLillo, è ossessionato dalla funzione onomastica, dal rapporto quanto più possibile univoco tra parole e cose; per lui, a un oggetto e a un corpo – e quindi a un’identità biologica, a una vita – corrisponde una sola qualificazione lessicale. Un esempio:

“What’s this we’re eating?” […] “It’s called morning plov”. I took another bite and tried to associate the taste with the name[5].

Alla luce di ciò, non deve sorprendere l’intensità della sua reazione traumatica nel momento in cui viene a conoscenza del vero cognome di suo padre – e quindi, per ovvie ragioni, del proprio vero cognome; la sensazione è quella di aver subito un furto d’identità. Cambiando la propria personalità nominale, Ross non aveva fatto che anticipare l’esito dell’esperimento criogenico che sovvenziona: ha trasformato il proprio corpo, ha alterato la sua biologia, ha varcato i limiti dell’umano diventando qualcuno di diverso da colui che la natura aveva prefissato; muta la parola, muta la cosa. Ciò, ovviamente, ha importanti ripercussioni sul figlio: Jeffrey avverte come se fino a quel momento avesse vissuto una vita non sua, avesse abitato un corpo che non gli apparteneva davvero.

Il futuro postlinguistico

La fede nella conformità tra parole e cose che Jeffrey nutre implica allora una certa pluralità su entrambi i fronti: dinanzi a una realtà materiale variopinta e diversificata è necessaria un’analoga ricchezza della realtà linguistica – numerose parole che descrivano il mondo. Ross e Convergence lavorano tuttavia per realizzare il traguardo opposto: eliminare le differenze, sia in senso biologico che in senso linguistico, e ridurre il più possibile i due ambiti fino ad un livello d’essere a dir poco elementare.

Il nuovo corpo, la nuova individualità postumana che consegue dalla tecnica criogenica, non prevede identità sessuale, identità di genere, appartenenze etniche evidenti, profili psicologici marcati; allo stesso modo, la lingua che i filologi si impegnano a fabbricare non contempla cadenze, ritmi, accenti, varietà nazionali o regionali o dialettali, prosperità sinonimica, allotropie, e così via. Il risultato è la creazione di una lingua davvero universale, potata fino alla banalizzazione lessicale: una stessa parola può rappresentare diverse cose, proprio perché l’impronta biologica – di cui, ricordiamo, la facoltà linguistica è un tratto peculiare – è ormai ridotta ai minimi termini.

Un vero e proprio incubo per Jeffrey che, privato di un prospetto sano tra parole e cose, vaga afflitto per i corridoi di Convergence e impossibilitato a rappresentare linguisticamente ciò che gli sta intorno, a recepire il nuovo mondo postumano e postlinguistico. Zero K è quindi anche il manifesto figurale del fallimento del linguaggio di fronte ad un paradigm shift biologico troppo complicato da parafrasare.

Note


[1] D. DeLillo, Underworld (1997), London, Picador, 2011, p. 542.

[2] Id., The Power of History, in «New York Times», Sunday, September 7, 1997.

[3] D. DeLillo, Zero K, Scribner, New York 2016, p. 71.

[4] Ivi, p. 33; «“Ci sono filologi intenti a progettare un linguaggio avanzato e specifico per Convergence. Radici di parole, inflessioni, persino gesti. La gente lo imparerà e lo parlerà. Un linguaggio che ci consentirà di esprimere cose che non possiamo esprimere ora, vedere cose che non possiamo vedere ora, vedere noi stessi e gli altri in modi tesi a unirci, ad ampliare ogni possibilità”» (trad. mia).

[5] Ivi, p. 39.

Aldo Baratta per Questione Civile

+ posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *