Il Gattopardo: uno sguardo sull’Italia postunitaria

Il periodo storico de “Il Gattopardo”: la situazione italiana nel 1860

L’opera “il Gattopardo” di Tomasi da Lampedusa è ambientata in Sicilia durante il periodo del “Risorgimento”, in particolare nel periodo della Spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi, partita nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 da Quarto (vicino Genova, all’epoca nel Regno di Sardegna) e diretta in Sicilia. Come si arriva a questo episodio fondamentale per l’Unità d’Italia?

Innanzitutto, occorre analizzare in maniera puntuale la situazione dell’Italia in quell’anno, in particolare del Regno delle Due Sicilie: il Regno di Sardegna ha annesso la Lombardia e i ducati di Modena e Parma, il Regno Lombardo-Veneto comprende solo Venezia e Mantova, lo Stato Pontificio regge solo Lazio, Marche ed Umbria, mentre il Regno delle Due Sicilie mantiene i suoi possedimenti, sempre sotto il regime Borbonico.

In quel periodo, gli occhi sono puntati proprio verso il Regno delle Due Sicilie, dove l’indebolimento del Regno (a causa del Re Francesco II, inesperto di politica) e le continue rivolte popolari sono sempre più forti.

Uno sguardo all’autore

L’autore del romanzo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa nato a Palermo nel 1896, si inserisce nel clima culturale postbellico, segnando però una frattura radicale con il Neorealismo e con la sua concezione progressiva della storia. Nonostante sin dalla giovane età Tomasi di Lampedusa vanti di una precoce attività editoriale e di una raffinata cultura, lo scrittore preferisce però vivere lontano dai circoli letterari. Per questo motivo, stupisce che il suo romanzo abbia avuto un successo planetario, ma è bene ricordare il ruolo cruciale giocato dalla trasposizione cinematografica di Luchino Visconti, risalente al 1963.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Apparenza naturalistica e sostanza decadente

Le vicende raccontate nel romanzo “Il Gattopardo”, sono ambientate negli anni seguenti all’annessione della Sicilia al Regno d’Italia. Il protagonista è il nobile Fabrizio di Salina, nobile di alto rango della feudalità borbonica ispirato al bisnonno dell’autore. All’apparenza si tratta di un romanzo storico di taglio naturalistico, ma un’attenta lettura rivela una sensibilità “decadente” dell’autore che non gli permette di confidare nell’oggettività del reale, in cui avevano riposto grande fiducia i romanzieri veristi.

La Sicilia storicamente immobile del 1860 è l’occasione per riflettere sull’essenza della vita, e diviene metafora della condizione esistenziale del principe Fabrizio Salina. L’aristocratico, nonché protagonista del romanzo, sembra ad una prima lettura far concentrare l’attenzione del lettore sulla storia, ma una lettura approfondita rivela come il vero centro del romanzo non siano le vicende storiche e sociali, ma la vicenda interiore del principe Salina.

Il suo senso di impotenza di fronte al reale, il fluire costante della vita e il pessimismo nichilistico sono dei tratti che accomunano la sensibilità dell’autore ad una sensibilità decadente, nutrita di Proust e Mann. Si pensi alla smaniosa ricerca di una dimensione interiore autentica in “A la recherce du temp perdu” di Marcel Proust, o all’angosciosa solitudine del personaggio di Tonio Kröger in Thomas Mann. Appare chiaro che all’oggettività veristica si sostituisce una dimensione soggettiva del racconto, come si evince dalle lente narrativa grazie alla quale il lettore guarda agli eventi. Ad un narratore impersonale con una focalizzazione zero, si sostituisce una focalizzazione sul personaggio di Fabrizio. Il lettore segue il corso degli eventi, i quali sono però filtrati dalla sensibilità del protagonista.

La Spedizione dei Mille (5-6 maggio 1860)

Molti guardavano al crollo del Regno delle Due Sicilie, tra cui Camillo Benso Conte di Cavour, primo Ministro del Regno di Sardegna; si puntò all’uomo simbolo di quell’epoca, ovvero Giuseppe Garibaldi (grande condottiero e fautore di quella che sarà l’Unità D’Italia). Cavour rilascia un tacito consenso, in quanto preoccupato di far irritare i francesi. L’insurrezione in Sicilia venne però organizzata da Francesco Crispi e Nino Bixio.

Nella notte tra il 5 e il 6 Maggio 1860, circa 1162 volontari di Garibaldi, con due piroscafi (Il Piemonte e il Lombardo) salparono da Quarto (nei pressi di Genova) per arrivare in Sicilia. Dopo una breve sosta a Talamone (Orbetello, Toscana) per rifornirsi di armi e per far sbarcare 300 garibaldini “repubblicani” (questo perché Garibaldi dichiarò di combattere per il Re Vittorio Emanuele II), i 1000 arrivarono a Marsala l’11 maggio.

La Battaglia di Calatafimi (15 maggio 1860)

Il 14 maggio arrivarono a Salemi; qui Giuseppe Garibaldi proclamò la “dittatura in nome del Re”. Da lì iniziarono a risalire l’Isola. Il primo scontro contro l’esercito borbonico avvenne il 15 maggio a Calatafimi Segesta, in località Pianto di Romani. Le forze in campo erano composte dalle truppe garibaldine (tra cui i 1000 e circa 500 volontari siciliani) e dal Regio Esercito del Regno di Sicilia (circa 3000 uomini) guidato dal Generale Francesco Landi.

Battaglia di Catalfimi: Garibladi apre la strada per Palermo
La battaglia di Catalfimi

«Quel pugno di uomini trafelato, pesto, insanguinato, sfinito da tre ore di corsa e di lotta, trovata ancora in quelle maliarde parole la forza di risollevarsi e tenersi in piedi, riprese, come gli era stato ordinato, la sua salita micidiale; risoluto all’ecatombe… e come l’eroe aveva previsto, la fortuna fu di loro. Incalzati nuovamente di fronte a quel branco di indemoniati che pareva uscissero da sottoterra, sgomenti dall’improvviso rombo dei cannoni che Orsini era finalmente riuscito a portare in linea, turbati dal clamore crescente delle squadre sui loro fianchi, i borbonici disperano di vincere, e voltate per la settima volta, le spalle, abbandonano il monte e si precipitano a rifugiarsi dentro Calatafimi.» (Giuseppe Guerzoni, garibaldino)

Grazie alla determinazione dei Garibaldini e all’improvvisa ritirata dell’Esercito Borbonico (a causa della decisione di Landi di ripiegare su Partinico), la battaglia si concluse con la vittoria del primo schieramento, aprendo la strada per Palermo.

I Garibaldini nel film "Il Gattopardo"
Alain Delon, Terence Hill e Giuliano Gemma ne “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963)

La Presa di Palermo e di Milazzo: la Sicilia è in mano a Garibaldi (30 maggio / 24 luglio 1860)

I Garibaldini arrivarono a Palermo il 27 maggio; nel frattempo, le truppe crebbero dal punto di vista numerico. Arrivati alle porte del Capoluogo, Garibaldi e i suoi si scontrarono con l’Esercito Borbonico al ponte dell’Ammiragliato, a Porta Termini e Porta Sant’Antonio. Nel frattempo, in città la popolazione insorse e insieme ai Garibaldini si ritrovò a conquistare la città, strada per strada, mentre il Generale Lanza ordinò il bombardamento da parte delle navi borboniche. Dopo tre giorni di scontri, il 30 maggio la città venne occupata. Tra il 17 e il 24 luglio venne conquistata anche Milazzo (Messina); la Sicilia venne ufficialmente conquistata.

La questione editoriale del romanzo “Il Gattopardo”

La prima stesura a mano del romanzo, divisa in sei parti, risale al 1956 ed è stata affidata ad un quaderno. Il testo in un secondo momento è stato ricopiato a macchina sotto dettatura di Tomasi di Lampedusa al giovane Francesco Orlando, che proprio in quegli anni intraprendeva la sua formazione culturale presso la casa di Tomasi di Lampedusa. Orlando, in un suo racconto del 1963, ha chiarito l’esperienza di quegli incontri raccontandone le quotidiane lezioni, quanto mai istruttive, sui grandi autori della letteratura europea.

Il testo, nella forma dattiloscritta mediante il lavoro di Orlando, fu inviato alla Mondadori. In quell’occasione il testo pervenne ad Elio Vittorini, che ne riconobbe le qualità artistiche ma lo reputò troppo tradizionale per gli indirizzi di poetica narrativa intrapresi dalla sua linea editoriale. Oltre alla Mondadori, anche la casa editrice Feltrinelli ne rifiutò in un primo momento la pubblicazione.

Intanto Lampedusa aveva aggiunto altre due parti, che andarono ad occupare la quinta e sesta parte delle otto complessive. Nell’anno del 1957 l’autore decise di riscrivere interamente l’opera in una forma da lui ritenuta definitiva. In pochi mesi l’autore fu colto dalla malattia, che in breve lo condusse alla morte il 23 luglio 1957 a Roma, nella città in cui si era trasferito per le cure da qualche mese.

La pubblicazione postuma del romanzo “Il Gattopardo”

Venti giorni prima di morire, Tomasi di Lampedusa aveva ricevuto il rifiuto ufficiale della pubblicazione da parte di Elio Vittorini. Nel frattempo, una copia dattiloscritta era pervenuta a Elena Croce, figlia del critico e filosofo Benedetto Croce. Elena, dopo un’attenta lettura della copia manoscritta, decise di mandarla all’editore Giorgio Bassani, che in quegli anni era il responsabile di una collana di narrativa contemporanea per Feltrinelli. Bassani nel 1958 si confrontò con gli eredi dello scrittore per concordare la pubblicazione. Il figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa, Gioacchino Lanza, consegnò a Bassani il manoscritto definitivo in otto parti.

Giorgio Bassani

Nel 1968, “Il Gattopardo” godeva già di una fama planetaria nel mondo occidentale. Questo si deve in primis alla traduzione nelle principali lingue del mondo, ma soprattutto alla trasposizione cinematografica di Luchino Visconti (1963).

L’edizione critica de “Il Gattopardo” era uscita per Feltrinelli nel novembre del 1958, curata appunto da Giorgio Bassani. Il problema filologico sorse a posteriori, quando il critico letterario Carlo Muscetta rese noto che Bassani non aveva seguito pedissequamente il manoscritto consegnatogli dal figlio di Tomasi di Lampedusa, Gioacchino. Muscetta riscontrò più di diecimila allontanamenti dalla redazione definitiva, comprendendo l’alto grado di contaminazione del testo manoscritto con quello dattiloscritto. Bassani, per questioni di gusto personale, si era comportato con il romanzo come se fosse di sua mano, modificandone la punteggiatura e producendo inversioni.

La Feltrinelli, riconoscendo l’attività ascientifica e non propriamente filologica di Bassani, affidò al figlio dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, il lavoro. Egli preparò una nuova edizione del romanzo al fine di rispecchiare fedelmente il testo originale risalente al 1957.

L’ultima edizione, corrispondente alla forma testuale definitiva che tutt’oggi leggiamo, uscì nel 1969 a cura del figlio, che cercò di restaurare filologicamente la volontà autoriale del padre.

Giulia Marianello e Margherita Rugieri per Questione Civile XXI

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