Hamnet – Nel nome del figlio: tra lutto e catarsi

Dal silenzio della perdita al teatro come sepoltura e rinascita: Hamnet è una straziante esperienza cinematografica

Hamnet è uno di quei film che non conosce davvero la parola fine: in sala cala un silenzio denso, quasi sacro. Nessuno osa spezzarlo, è come se la platea fosse sospesa in un non luogo mentre i titoli di coda scorrono sullo schermo. Non è una sensazione di vuoto, ma piuttosto di una pienezza che trattiene. Un silenzio contemplativo, di quelli che dicono più di un qualsiasi applauso e che raramente si vedono in una sala cinematografica. Hamnet tocca qualcosa di profondo ed è un’esperienza disarmante.

Chloé Zhao, già vincitrice di un premio Oscar nel 2020 con Nomadland, è riuscita a dare vita ad un racconto emotivamente coinvolgente, a tratti straziante, dove l’elaborazione del lutto diviene arte da condividere. Vincitore di 2 Golden Globes e candidato a 8 premi Oscar, Hamnet è un film che lascia il segno e che ci ricorda quanto l’arte possa essere catartica.

Un’ipotesi emotiva: cosa c’è di vero in Hamnet

Hamnet – Nel nome del figlio è tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, co-sceneggiatrice del film. L’intera narrazione gira intorno a un’ipotesi poetica secondo cui William Shakespeare avrebbe scritto l’Amleto ispirato dalla tragica morte del figlio undicenne. Come noto, la documentazione storica esistente rispetto alla vita di William Shakespeare è piuttosto scarna e la stessa paternità delle opere è stata a lungo dibattuta.

Della famiglia sappiamo con certezza dell’esistenza della moglie Anne Hathaway – Agnes nel testamento del padre – e dei tre figli: la primogenita Susanna e i gemelli Judith e Hamnet. In riferimento alla morte prematura di quest’ultimo, alcuni documenti attestano che essa sia avvenuta nel 1596; tuttavia, le cause restano sconosciute, così come rimane incerto l’eventuale legame tra questa perdita e la successiva stesura dell’Amleto.

Vero è che, in epoca elisabettiana, i nomi Hamnet e Hamlet erano considerati intercambiabili, andando così ad alimentare ipotesi e speculazioni in merito al possibile legame tra l’opera e la morte del figlio di Shakespeare e Hathaway. È proprio su questa inconsistenza di informazioni che il racconto, prima di O’Farrel e poi di Zhao, si insinua.

L’intento non è quello di ricostruire un quadro storico, bensì di ipotizzare una versione drammaticamente emotiva di quello che potrebbe essere accaduto. Più che interrogarsi sulla veridicità degli eventi, è fondamentale soffermarsi su come una perdita tanto devastante e traumatica possa spezzare qualcosa dentro ciascuno di noi. Il protagonista non è William Shakespeare in quanto autore, bensì il lutto di una madre e un padre alla disperata ricerca di un modo per sopravvivere al dolore. Un percorso di elaborazione del lutto che non è detto sia lo stesso per entrambi.

“Ma io ho in me stesso qualche cosa che supera, di là da ogni ostentazione, tutti questi drappeggi e mascherate del lutto”

(Amleto – Atto I, Scena II)

Il lutto in Amleto: come Hamnet riscrive il concetto di perdita

Nell’Amleto di Shakespeare, il lutto rappresenta il perno dell’intera tragedia. È dal lutto che scaturisce il desiderio di vendetta e il celebre dualismo di azione/inazione:

“Essere o non essere; questo è il problema”

(Amleto – Atto III, Scena I)

Amleto soffre per la perdita del padre, il re di Danimarca. Sotto forma di fantasma, egli si rivela al figlio chiedendogli di vendicare la propria morte. Tale vendetta però, diviene conflitto morale: Amleto è bloccato nella sua incapacità di agire, esita, riflette sulle conseguenze di un suo eventuale assassinio.

“Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte – la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore – a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo?”

(Amleto – Atto III, Scena I)

Amleto non accetta la morte del padre, andando così in conflitto con l’ordine naturale delle cose. Ma avendo in sé un’innata conoscenza di cosa è giusto e sbagliato, fatica ad abbracciare l’idea di dover uccidere l’assassino di suo padre. Amleto è la “bella anima” hegeliana, che si rifugia nella propria purezza, a tratti ingenuità, nel tentativo di eludere l’inevitabilità dell’agire. Il non agire rappresenta una scelta o, per meglio dire, non-scelta, più rassicurante.

Nell’Amleto il lutto genera paralisi e crisi esistenziale, andando a rovesciare l’ordine politico. In Hamnet la prospettiva del lutto è ribaltata: sono i genitori a perdere un figlio e ad essere rovesciato è l’ordine familiare. La morte non è più mero spunto di riflessione filosofica e teologica ma diviene qualcosa di concreto, quasi corporeo e viscerale nella narrazione del dolore. Non si tratta di un dilemma metafisico, ma di un trauma personale e familiare.

Hamnet
(Hamnet – Nel nome del figlio, 2026)

Teatro e catarsi: tra purificazione e comprensione

Se nell’Amleto è la tragedia a mettere in scena il lutto, in Hamnet è il lutto a dar vita alla tragedia. La morte straziante del piccolo Hamnet genera distanza e silenzio ma, attraverso l’arte, il figlio deceduto diviene presenza simbolica. Hamnet sopravvive nel nome del principe danese, protagonista dell’Amleto.

Il teatro non elimina il dolore, ma lo rende più accessibile e narrabile. Secondo Aristotele la tragedia, in quanto forma teatrale per eccellenza, è in grado di produrre la catarsi di pietà (éleos) e paura (phóbos), ovvero una sorta di purificazione emotiva. Ma l’esperienza catartica viene interpretata anche come profonda comprensione dell’esperienza umana grazie alla struttura della tragedia che, attraverso riconoscimento e rovesciamento, consente al pubblico di acquisire consapevolezza.

Da un punto di vista psicologico, il teatro consente allo spettatore di trasformare emozioni in un linguaggio esplicito, andando a riorganizzare il caos dell’esperienza emotiva. La coerenza narrativa, la dimensione corporea e simbolica del teatro in Hamnet consentono al pubblico, e allo stesso autore dell’Amleto, di vivere un’esperienza catartica.

Il dolore della perdita viene esternalizzato, divenendo esperienza pubblica e condivisa. Ma, per i due coniugi, diviene un modo per trattenere un’assenza: la finzione consente di pronunciare nuovamente il nome del figlio, rendendolo indelebile nella loro memoria, ma anche in quella collettiva. Hamnet vive di nuovo sul palco del Globe Theatre e continuerà a vivere in ogni futura rappresentazione dell’Amleto. La sofferenza individuale si trasforma in un’esperienza pubblica. L’arte non guarisce, ma in un atto di condivisione, ci permette di non essere più soli nel dolore.

Hamnet però non si limita a raccontare l’esperienza catartica, anzi la veicola concretamente al pubblico in sala. La trasformazione del lutto, l’organizzazione emotiva di un trauma, la condivisione di un dolore così profondo  consentono allo spettatore di sentirsi totalmente parte di questa esperienza catartica collettiva.

Hamnet
(Hamnet – Nel nome del figlio, 2026)

Il dolore di una madre: Hamnet e il lutto come esperienza corporea

Shakespeare (Paul Mescal) è colui che trasforma il dolore di un padre in arte, una sofferenza personale in qualcosa di universale. Agnes (Jessie Buckley), invece, è colei che affronta il lutto nella realtà della vita quotidiana, travolta da angoscia, frustrazione e senso di colpa. William si rifugia a Londra tra le parole delle sue opere; Agnes rimane nel luogo dove è sopraggiunta la morte, ad abitare uno spazio che le ricorda costantemente ciò che ha perso.

Lei è il vero fulcro narrativo ed emotivo del film, che offre una rilettura contemporanea e femminile dell’universo letterario di Shakespeare. Il dolore materno viene rappresentato come un qualcosa di corporeo. La sua sofferenza diviene una vera e propria amputazione identitaria che si tramuta in un senso di colpa irrazionale. La perdita di un figlio ci viene raccontata come qualcosa di assolutamente “contro natura”, che nessuno dovrebbe mai sperimentare.

Gli spazi domestici che si svuotano e vengono ripensati, le abitudini quotidiane che si interrompono, il silenzio assordante della casa che va a rimpiazzare la risata gioiosa del bambino. Agnes affronta tutto questo in solitudine. Non c’è enfasi melodrammatica o una spettacolarizzazione del dolore, soltanto una struggente immobilità.

In virtù di questo, la catarsi che subisce Agnes è diversa rispetto a quella del pubblico o di William. Per lei non rappresenta una purificazione emotiva, piuttosto un riconoscimento di ciò che avviene sul palco. Riconoscere il piccolo Hamnet, anche se interpretato da qualcun altro, per lei rappresenta il primo passo verso una trasformazione del dolore, verso l’accettazione che il figlio possa continuare a vivere in un’altra forma. Non è un’espulsione emotiva della sofferenza o un tentativo di lasciar andare; piuttosto, è l’unico modo per tornare a respirare.

“What is given may be taken away at any time”

(Hamnet – Nel nome del figlio, 2026)

Arianna Ambrosini per Questione Civile

Sitografia

mymovies.it

britannica.com

bbc.com

vogue.it

imdb.com

liberopensiero.eu

treccani.it

Bibliografia

William Shakespeare, “Amleto”, trad. it. Cesare Vico Lodovici, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1960

Eileen Cameron, “The Psychology of Hamlet”, International Journal of Language and Literature, 2014

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