Quando la coscienza emerge dall’artificiale, la fantascienza costringe a ripensare il concetto di umanità
Cos’è la coscienza? Cos’è che rende davvero umani? Dove nasce la libertà individuale? Esiste un momento specifico in cui un individuo cessa di essere un semplice oggetto e diviene una persona?
La filosofia cerca da secoli di rispondere a queste domande eppure, ancora oggi, le risposte definitive ci sfuggono. Abbiamo provato a cercarle nella ragione, nel linguaggio, nella biologia, nelle emozioni. Ma cosa accade quando anche una macchina sembra essere in possesso di tutte le nostre qualità? Quando ricorda, ama, soffre o teme la morte? Una macchina può desiderare di essere qualcosa di più?
È qui che entra in gioco la grande fantascienza moderna, compiendo un passo fondamentale. Domandarsi se una macchina sia in grado di pensare autonomamente o di ribellarsi all’uomo, è un quesito riduttivo. Il vero dilemma, è cosa possa accadere quando una macchina sviluppa una coscienza, perché ogni coscienza ricerca un’identità ed ogni identità reclama la libertà di esistere.
“More human than human.”
(Blade Runner, 1982)
“Anime artificiali”
– N. 2
Questo è il secondo numero della Rubrica di Area dal titolo “Anime Artificiali”, appartenente all’Area di Cinema
La coscienza nella storia del pensiero
È da secoli che la filosofia tenta di comprendere l’entità della coscienza. Si tratta di un’impresa ardua, che tutt’ora non ha trovato delle risposte concrete e che ruota intorno a riflessioni colme di contraddizioni.
Per Cartesio, era il pensiero a delineare i confini dell’esistenza: cogito, ergo sum. Se una mente è in grado di pensare, allora questa esiste in quanto soggetto. Ma questo è davvero sufficiente per poter affermare di essere qualcuno? John Locke, introdusse il concetto di memoria. A definire una persona è la continuità della coscienza nel tempo, resa possibile grazie ai ricordi dell’esperienza personale. È la coscienza a costruire l’identità.
Hegel aggiunse che l’identità necessita di riconoscimento. Non è sufficiente dire di sapere chi siamo, ma è fondamentale che un altro ci riconosca come soggetti. È il celebre tema del riconoscimento reciproco, della dialettica servo-padrone:
Il movimento è altresì puramente l’una e l’altra coscienza di sé raddoppiata. Ciascuna vede che l’altra fa quello stesso ch’essa fa: ciascuna fa lo stesso che esige dall’altra; e fa quello che fa solo in quanto l’altra fa lo stesso.
(La Fenomenologia dello Spirito – G. W. F. Hegel, 1807, trad. it. A. Novelli, 1863 p. 106)
Più tardi, con Heidegger, sarà la morte a mettere in discussione l’autenticità dell’esistenza. Chi sa di avere giorni limitati sulla terra affronta lo scorrere del tempo in maniera differente. È attraverso il rapporto con la morte che ritroviamo la nostra umanità.
Infine, con le riflessioni esistenzialiste di Sartre, la coscienza diviene esperienza vissuta. Non parliamo più di qualcosa che possediamo per diritto di natura, ma piuttosto del modo in cui decidiamo di abitare il mondo. È attraverso le nostre scelte che diventiamo ciò che siamo: la coscienza diviene sinonimo di autoconsapevolezza, intenzionalità e libero arbitrio.
Il test di Turing
È su questi presupposti che la fantascienza smette di parlare di tecnologia e comincia a parlare di filosofia. Se una macchina ricorda il proprio passato, interpreta il presente, desidera un futuro e si percepisce come un individuo unico, sulla base di cosa ci avvaliamo del diritto di continuare a definirla come un semplice oggetto?
Quando un’intelligenza artificiale rivendica una propria identità, reclama anche tutto ciò che ne consegue: dignità, libertà e il diritto di esistere come soggetto. È questo il confine sottile, e profondamente umano, che il cinema di fantascienza continua ad esplorare.
In un articolo del 1950, Alan Mathison Turing, padre dell’informatica, introdusse un esperimento concettuale volto a stabilire se una macchina fosse in grado di pensare. Quello che oggi è noto proprio come “Test di Turing”, nella sua formula originale coinvolgeva 3 soggetti: un uomo, una donna ed un esaminatore esterno. Sulla base delle risposte date ad una serie di quesiti, l’obiettivo dell’esaminatore era quello di riconoscere l’uomo dalla donna.
Turing immaginò di sostituire la donna con un computer, assegnando così all’esaminatore il compito di distinguere l’uomo dalla macchina. In questa nuova formulazione, l’esaminatore sbaglia quando si trova a segnalare le risposte della macchina come risposte umane: in tal caso la macchina vince e viene dichiarata capace di pensare.
Anche se l’espressione linguistica è la stessa, i meccanismi sottostanti possono essere estremamente differenti nella macchina e nell’uomo. È in quest’ottica, che Turing afferma che se una macchina gioca bene al gioco dell’imitazione, la differenza tra uomo e macchina si assottiglia a tal punto da poter essere trascurata.
La domanda interessante è: poiché qualcosa pensa diversamente da noi, vuol forse dire che non sta pensando?
(The Imitation Game, 2014)
Asimov VS Dick
Philip K. Dick e Isaac Asimov hanno ridefinito la fantascienza moderna, trasformandola da semplice narrativa d’avventura a strumento di riflessione filosofica e sociale, sviscerando il rapporto tra uomo e tecnologia.
Due autori che si sono domandati come il progresso scientifico potesse modificare la natura umana, introducendo dilemmi etici come la responsabilità della scienza, il libero arbitrio e le conseguenze delle innovazioni tecnologiche sulla società. Entrambi hanno profondamente influenzato il contenuto del cinema di fantascienza, dando vita ad un immaginario collettivo che periste ancora oggi.
Asimov pone l’accento sulle strutture sociali, plasmate e guidate dall’innovazione robotica, strumento imprescindibile del progresso. Logica, razionalità e conoscenza, se guidati dall’etica, possono migliorare il futuro dell’umanità. Dick d’altro canto, sfrutta l’innovazione e il progresso tecnologico per mettere in dubbio le certezze dell’uomo e la realtà stessa. La tecnologia suscita diffidenza, è caotica, ambigua e in grado di manipolare la realtà, divenendo fonte di alienazione.
Nei Robot di Asimov, la coscienza emerge dall’interazione paradossale tra programmazione ed etica. I conflitti morali, l’autoconsapevolezza, l’interpretazione autonoma delle 3 leggi, sono frutto di un’intelligenza complessa, ed è in virtù di questa complessità della ragione che un robot può sviluppare una sua coscienza.
Negli androidi di Dick, la coscienza diviene un dilemma esistenziale. Non si tratta di qualcosa di misurabile con strumentazioni logiche, bensì di qualcosa che rende autentica l’esperienza soggettiva, reale o artificiale che sia. L’obiettivo è interrogarsi sull’identità, sulla memoria e sulla natura stessa dell’esperienza umana.
Entrambi mettono al centro il rapporto tra uomo e tecnologia, ma è la prospettiva ad essere differente. Asimov guarda al progresso tecnologico con ottimismo, interrogandosi sulle conseguenze filosofiche che tale progresso comporta. Dick invece, si domanda se questo stesso progresso, non finisca per demolire la nostra percezione della realtà e ciò che ci rende davvero umani.
La coscienza in L’uomo bicentenario
Nel racconto originale di Asimov The Bicentennial Man, il robot Andrew diviene sempre più sofisticato e complesso grazie ad una serie di sviluppi tecnologici. Nell’adattamento cinematografico del 1999 diretto da Chris Columbus, la dimensione emotiva prende il sopravvento e il percorso di Andrew diviene intimamente più commovente.

Quando Andrew entra in casa Martin, Richard nota immediatamente le attitudini peculiari del robot e sceglie di non trattarlo mai come una semplice macchina. Ne incoraggia la creatività, gli fornisce libri e conoscenza e lo educa come un essere umano. Anni dopo, Andrew giunge alla sola conseguenza possibile: chiede di essere libero.
È a questo punto che la piccola Miss, figlia minore ormai adulta, ricorda al signor Martin che è stato proprio lui, fornendogli gli strumenti giusti, a fargli desiderare la libertà:
Richard: “Ma gli hai messo tu quest’idea in testa.”
Piccola Miss: “No, papà, sei stato tu. Gli hai dato centinaia di libri da leggere. Era solo questione di tempo perché a un certo punto fosse attratto dall’idea della libertà.”
(L’uomo bicentenario, 1999)
La richiesta di ottenere la libertà, non deriva da un malfunzionamento tecnico, ma è diretta conseguenza di un percorso. La capacità di comprendere cosa sia e cominciare a desiderarla per sé stessi, diviene il fondamento del diritto alla libertà. Nasce dalla conoscenza, e non si può “educare” un’intelligenza di qualsiasi sorta ignorando il fatto che ad un certo punto si porrà delle domande sulla propria condizione.
Ma per Andrew l’autocoscienza non è sufficiente. Solo quando la società lo dichiarerà umano, il suo percorso identitario potrà dirsi concluso. Così Andrew accetta il fatto che l’unico modo per poter essere giuridicamente riconosciuto, è abbracciare la condizione umana per eccellenza: la mortalità.
La società può accettare un robot immortale, ma non accetterà mai un uomo immortale.
(L’uomo bicentenario, 1999)
La coscienza in Blade Runner
Con Blade Runner, Ridley Scott non si limita a riadattare un capolavoro di Dick, Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche, ma dà vita ad un’estetica inconfondibile. La Los Angeles del 2019 è diventata il manifesto del cyberpunk, volto della fantascienza moderna. Più che un film di fantascienza però, Blade Runner è un’indagine sul significato dell’umanità.
In una realtà in cui uomini e replicanti sono indistinguibili, l’unico strumento capace di smascherare questi ultimi è il test Voight-Kampff. Questo misura le reazioni empatiche del soggetto rispetto a situazioni emotivamente perturbanti, dando per scontato che l’empatia si qualcosa di prettamente umano.
Però, se l’identità personale si costruisce attraverso la memoria, dei ricordi innestati possono dare vita ad un’autentica percezione di sé stessi? Il confine tra esperienza vissuta ed esperienza programmata si assottiglia, e la coscienza emerge come risultato di emozioni, relazioni ed interpretazioni del passato.
Un soggetto rimane sé stesso perché ricorda di essere quella persona. Rachel ad esempio, è convinta di avere un’infanzia che in realtà appartiene ad un’altra persona, ma i ricordi suscitano in lei delle emozioni autentiche, portando a domandarsi se l’origine di tali ricordi sia davvero così rilevante.

Con il personaggio di Roy, questa decostruzione dell’ideale perfetto del concetto di umanità si disintegra. Roy agisce con brutalità, tanto quanto è brutale la sua paura della morte. Ma alla fine è proprio Roy ad insegnare agli uomini il valore della vita. Lui desidera solo poter vivere più a lungo e di fronte alla morte imminente, dimostra una profondità emotiva che supera quella dei suoi creatori. La sua battaglia personale contro una morte programmata e la conseguente accettazione del proprio destino, dimostrano come la coscienza nasca dalla consapevolezza della propria finitezza.
Tyrell: “Quale sarebbe il tuo problema?”
Roy: “La morte”
(Blade Runner, 1982)
Arianna Ambrosini per Questione Civile
Sitografia:
www.mymovies.it
www.imdb.com
Bibliografia:
Norbert Wiener, “La cibernetica: Classici di Comunicazione”, a cura di Silvia Leonzi e Giovanni Ciofalo, Roma, Armando Editore, 2018
Emanuela Piga Bruni, “La macchina fragile. L’inconscio artificiale fra letteratura, cinema e televisione”, Roma, Carocci Editore, 2023
Philip Dick, “Gli androidi sognano pecore elettriche”, trad. it. M. Magrì, Milano, Mondadori, 2025 (I ed. 1968)
G. W. F. Hegel, “La Fenomenologia dello Spirito”, trad. it. A. Novelli, 1863 (I ed. 1807)
Giorgio Buttazzo, “Coscienza Artificiale: Missione Impossibile?”, 2002, Mondo Digitale n.1
Giuseppe O. Longo, “Il Test di Turing. Storia e Significato”, 2009, Mondo Digitale n.1

