Con Matrix la macchina diventa sistema, la realtà costruzione e la libertà un paradosso
Nell’immaginario cinematografico, il rapporto tra uomo e macchina sembra delineare un percorso evolutivo concettuale, ma che non coincide necessariamente con la successione cronologica dei film. Con Frankenstein nasceva la creatura artificiale, figlia dell’ambizione di un singolo uomo e simbolo del timore più recondito dell’umanità: perdere il controllo sul proprio creato. In Io, Robot la macchina si trasforma in uno strumento intelligente, un robot umanoide governato dalla logica paradossale delle 3 leggi.
Ne L’Uomo Bicentenario, la macchina sviluppa una propria individualità, fino a desiderare la libertà e un’esistenza umanamente mortale. In Blade Runner infine, la coscienza dei replicanti porta alle estreme conseguenze questa evoluzione, disintegrando il confine tra umano e artificiale.
Con TheMatrix però, qualcosa cambia. La macchina non cerca più di assomigliare all’uomo: diventa il sistema dentro cui l’uomo vive, percepisce ed interpreta la realtà. La domanda quindi, non è più se una macchina sia in grado di diventare umana, ma piuttosto cosa accada all’essere umano quando è la macchina stessa a stabilire i confini della realtà.
“What is real? How do you define ‘real’?”
(The Matrix – 1999)
“Anime artificiali” – N. 3 Questo è il terzo numero della Rubrica di Area dal titolo “Anime Artificiali”, appartenente all’Area di Cinema
La macchina senza volto: dalla creatura al sistema
In TheMatrix, la macchina non ha più necessità di assumere le sembianze di un individuo. Non è una creatura, non è un robot e nemmeno un essere artificiale dotato di una propria identità. Qui la macchina è diventata un habitat, una rete, un sistema di controllo, una realtà simulata capace di modellare la percezione stessa di chi la abita. In questo caso, l’uomo non si trova più di fronte alla macchina ma dentro di essa.
Nei film analizzati in precedenza, l’artificiale rappresentava qualcosa che necessitava di un riconoscimento, di un nome e di un volto. In TheMatrix le macchine possono assumere forme inquietanti, tentacolari e biomeccaniche, ma il loro vero potere risiede in un’intelligenza distribuita, impersonale e sistemica.
Anche il concetto stesso di intelligenza cambia. Non abbiamo più una macchina che pensa, decide e sviluppa una personalità propria. Abbiamo invece, un insieme di processi capaci di generare un ordine, di condizionare comportamenti e di mantenere in funzione un’intera realtà, senza bisogno di possedere una coscienza simile a quella umana.
Ed è qui che il film introduce una domanda che conserva ancora oggi tutta la sua forza: il problema non è se una macchina sia in grado di sviluppare una coscienza, ma se in assenza di quest’ultima, un sistema tecnologico possa comunque esercitare potere sull’umanità. Per dominare l’uomo infatti, la macchina non ha necessariamente bisogno di distruggerlo: è sufficiente controllare ciò che vede, ciò che percepisce e ciò che considera reale. Non è necessario postulare una volontà personale o un’intenzione maligna da smascherare; è sufficiente una struttura che funzioni.
“The Matrix is everywhere. It is all around us. Even now, in this very room. […] It is the world that has been pulled over your eyes to blind you from the truth.”
(The Matrix – 1999)
Il corpo come interfaccia del sistema
The Matrix porta la logica cibernetica ancora più lontano, mettendo in discussione una delle nostre certezze più profonde: il rapporto tra corpo, mente e realtà. Quando Neo entra in Matrix, il suo corpo rimane collegato ad una macchina nel mondo reale, mentre la sua coscienza combatte e soffre all’interno di una realtà artificiale.
Ma dove accade davvero tutto ciò? Tale quesito racchiude il cuore pulsante del funzionamento di Matrix. La realtà non sembrerebbe dipendere unicamente da ciò che esiste nel concreto, ma anche dalle informazioni che il nostro sistema percettivo riceve ed elabora. Se il cervello viene alimentato da stimoli coerenti, l’esperienza del reale può essere prodotta anche in assenza della realtà che normalmente genera tale esperienza.
Il corpo diventa un’interfaccia tra due mondi, un dispositivo capace di ricevere e trasmettere informazioni. La macchina invece, interviene direttamente nel rapporto tra organismo e ambiente, rendendo incerta la distinzione tra esperienza reale e simulata. Anche per questo motivo, l’iconica scena del bullet time assume un significato simbolico: modificare l’informazione significa essere in grado di modificare il modo in cui percepiamo le leggi del mondo.
(The Matrix – 1999)
Matrix, è qualcosa di più di una semplice realtà simulata: è un sistema dinamico, simile ad un vero e proprio organismo vivente. La macchina osserva gli individui, interpreta i loro comportamenti e modifica costantemente l’ambiente che essi percepiscono. L’uomo, a sua volta, reagisce a quell’ambiente e reagendo, restituisce al sistema nuovi dati. Si crea così un circuito in cui causa ed effetto si confondono, e l’uomo diventa contemporaneamente soggetto ed informazione.
È in quest’ottica di apprendimento e adattamento continuo, che emerge una contraddizione particolarmente inquietante: la macchina non ha bisogno di rimuovere la percezione del “libero arbitrio”. Al contrario, può assimilarla, orientarla e persino controllarla, trasformando anche l’illusione di una scelta libera in un’informazione funzionale al sistema.
Come il sistema costruisce la realtà
Il mito della caverna di Platone offre a “The Matrix” una prima ed inevitabile chiave di lettura: ciò che crediamo reale è soltanto l’ombra di un sistema all’interno del quale siamo prigionieri delle nostre percezioni. La pillola rossa sembra promettere a Neo una libertà di scelta conquistabile attraverso la conoscenza. Eppure, durante la trilogia, Neo scopre che persino la ribellione e il dissenso sono figlie della simulazione: sono previste, incorporate ed organizzate dal sistema stesso. Cosa resta allora del libero arbitrio?
(The Matrix – 1999)
È qui che si introduce l’Oracolo, assumendo un significato sociologico fondamentale. La funzione di questo personaggio infatti, non è semplicemente quella di sapere cosa accadrà in futuro, ma anche e soprattutto di orientare le decisioni e le azioni degli individui. Il paradosso infatti, è che la conoscenza del futuro diventa parte del processo che contribuisce a costruirlo. Quando l’Oracolo dice a Neo ciò che potrebbe accadere, lui interpreta quelle parole, modifica le proprie decisioni e agisce sulla base di esse. Il futuro annunciato quindi, diviene un futuro costruito:
Neo: “But if you already know, how can I make a choice?”
Oracle: “Because you didn’t come here to make the choice, you’ve already made it. You’re here to try to understand why you made it.”
(The Matrix Reloaded – 2003)
Questo meccanismo è strettamente collegato al modo in cui agiscono le strutture sociali. Una società infatti, non ha bisogno di impartire ordini per orientare le nostre scelte. Si limita a stabilire aspettative, ruoli, norme e possibilità. Matrix costruisce un ambiente nel quale la libertà esiste, ma si esercita entro confini invisibili che rendendo alcuni comportamenti più probabili di altri.
L’Oracolo pertanto, incarna un’ambiguità esistenziale: forse essere liberi non significa sfuggire al sistema, ma semplicemente diventare consapevoli di quanto questo sistema partecipi attivamente alle nostre scelte.
Le anomalie del sistema: Neo vs Smith
Nel corso della trilogia, Neo e Smith divengono le anomalie del sistema, capaci di destabilizzare i confini stessi di Matrix. Neo scopre di poter percepire ed influenzare le macchine anche al di fuori della simulazione; Smith invece, riesce a trasferire la propria presenza nel mondo reale. È così che la distinzione netta tra mondo virtuale e fisico perde di significato.
The Matrix suggerisce che la realtà non dipende unicamente dalla natura materiale del mondo che abitiamo, ma anche dagli effetti che questo mondo esercita sulla nostra identità. Neo diviene sé stesso quando smette di interpretare il ruolo che il sistema gli aveva assegnato: Thomas Anderson è soltanto il ruolo sociale; Neo rappresenta l’identità conquistata attraverso la consapevolezza. Smith invece, attraverso la replicazione di sé stesso, sviluppa una propria autonomia, fino a sottrarsi alla funzione per cui era stato creato.
È in questa prospettiva, che il sacrificio finale di Neo assume un reale significato. La sua morte non rappresenta la vittoria dell’uomo sulla macchina o della macchina sull’uomo; Neo non salva l’umanità distruggendo Matrix. Al contrario, sul finale decide di affidarsi e fidarsi totalmente di ciò che ha sempre combattuto. Consente alla sorgente del sistema di utilizzare il suo corpo per eliminare Smith dall’interno, ormai troppo pericoloso per la sopravvivenza dell’intera simulazione.
Il conflitto quindi, non si risolve attraverso la distruzione di una delle due realtà, ma attraverso la contrattazione di una tregua che consentirà di generare una nuova forma di coesistenza. È così che la trilogia supera la contrapposizione da cui era partita. Neo non ha bisogno di scegliere tra uno dei due mondi, ed è forse questo il significato più profondo del suo sacrificio: non la semplice fine della guerra, ma il superamento dell’idea che, per porvi fine, sia indispensabile che una delle due parti prevalga sull’altra.