Controriforma: La replica di letterati e pittori

Controriforma

La replica di Torquato Tasso e Scipione Pulzone alla Controriforma

Per renderci conto di quale sia stata la portata in ambito culturale della Controriforma, è necessario soffermarsi sulla replica di letterati e pittori al periodo storico in esame. Con l’emanazione del decreto del pontefice Paolo IV, il tribunale ecclesiastico del Sant’Uffizio pubblicò per la prima volta lIndice dei libri proibiti nel 1559, ossia un elenco delle pubblicazioni ritenute contrarie ai rigidi principi della dottrina cattolica. L’Indice, nato con lo scopo di contrastare la diffusione della stampa di parte protestante, finì per bloccare la pubblicazione della gran parte degli scritti non conformi all’ortodossia della Chiesa e alle sue direttive.

Il principio si estese, dunque, alle opere della tradizione letteraria quali Il Principe di Machiavelli e la Monarchia di Dante, le quali vennero proibite. Di altre opere, invece, fu permessa la circolazione purché venissero emendate, attraverso un’attenta ripulitura da tutte le parti ritenute sconvenienti e dannose. È, dunque, chiaro che in questo periodo la filologia subì un momento di grande involuzione.

Controriforma e pittura

Anche in campo artistico dopo il Concilio di Trento ci fu un maggiore controllo su architetti, scultori e pittori. Furono, quindi, stabiliti dei canoni affinché l’arte fungesse da strumento di propaganda della Controriforma. I singoli vescovi furono chiamati a veicolare questi dettami, che furono interpretati ed applicati in modo più o meno rigido. A Milano il cardinale Carlo Borromeo scrisse un trattato, dal titolo Instructionum Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae (1577), in cui spiega che aspetto dovrebbero avere gli edifici religiosi e con quali apparati possono essere abbelliti, soffermandosi anche sul ruolo didascalico che dovevano assumere le decorazioni parietali. Mentre a Roma prima i Gesuiti, poi gli Oratoriani orientarono le scelte dei pittori verso una lettura più ortodossa possibile delle Sacre Scritture.

La decadenza della filologia

Per quanto concerne l’ambito letterario, la censura di un testo, andando ben oltre la semplice eliminazione di alcune sue parti, finì con l’alterare il significato e tradire le intenzioni autoriali. I testi “rassettati” dal volere controriformistico proposero, quindi, ai lettori futuri un testo in una veste deformata rispetto all’originale, producendo, secondo il critico Raoul Mordenti, non solo una vera “sottrazione di testo” ma la produzione di un diverso testo dotato di un senso del tutto nuovo.

La revisione censoria coinvolse autori e critici delle più varie epoche storiche: sintomatico è il caso del capolavoro boccacciano, il Decameron. Ormai considerato un classico, la sua circolazione andò ad urtare contro i ristrettivi principi morali della Controriforma. Dopo una prima revisione censoria nel 1582, l’opera fu sottoposta a una nuova rassettatura preparata dal filologo fiorentino ed esponente dell’Accademia della Crusca, Leonardo Salviati (1540-1589).

Controriforma
Domenico Morelli, Torquato Tasso legge la Gerusalemme Liberata, 1865, Roma, Galleria Nazionale

Fu questa la versione del Decameron che circolò durante la Controriforma. L’edizione fu persino corredata da note al margine che misero in guardia il lettore, richiamandosi all’interpretazione voluta da Salviati. Il suo intervento fu però pessimo da un punto di vista filologico, in quanto non rispettoso della volontà autoriale. Salviati riscrisse il finale di molte novelle, giungendo in molti casi a stravolgere il significato originale dell’opera. Assistiamo, dunque, ad una parabola involutiva della filologia: asservita all’esigenze della morale, la scienza filologica conquisterà i suoi risultati da un punto di vista scientifico solo nel XIX secolo dal metodo dello studioso Karl Lachmann.

La censura in arte: Pontormo e Michelangelo

Sulla base dei precetti controriformistici, anche le opere precedentemente compiute furono denunciate e attraverso il Sant’Uffizio furono presi provvedimenti di vario tipo. In alcuni casi si intervenne sulle opere incriminate al fine di correggere sconcerie ed eresie.

Dopotutto, erano ben noti già all’epoca decorazioni ispirate alle dottrine sviluppatesi in seguito alla Riforma protestante. Nella Firenze medicea, il pittore fiorentino Jacopo Pontormo, tra il 1546 e il 1556, aveva dipinto un complesso programma iconografico messo a punto dal canonico Pierfrancesco Riccio, segretario di Cosimo I, che ne era il committente. I riferimenti alle dottrine condannate come eretiche dal Concilio erano ben evidenti a molti. Questi furono certamente realizzati come un implicito segno di protesta del Ducato mediceo nei confronti del papato di Paolo III Farnese. Tuttavia, l’inquisizione non intervenne direttamente sugli affreschi, che furono distrutti senza indugi nel 1738, durante le fasi di ristrutturazione del complesso.

Controriforma
Jacopo Pontormo, Cristo giudice con la Creazione di Eva, 1550 ca., Firenze, Gallerie degli Uffizi

La Controriforma toccò invece il Giudizio Universale di Michelangelo concluso solo vent’anni prima su commissione di papa Clemente VII. Infatti, nel vorticoso turbine di anime elette e condannate alcuni dei personaggi erano stati dipinti nudi, e il pittore toscano Daniele da Volterra fu incaricato di censurare le nudità con dei panni dipinti a secco, sopra l’affresco michelangiolesco. 

Il caso di Veronese

In altri casi la Chiesa intervenne intentando dei processi contro gli artisti ancora in vita. Come per la grande tela dell’Ultima cena di Paolo Veronese dipinta nel 1573, giudicata poco aderente al tema eucaristico. Il pittore, infatti, scelse di ambientare la scena principale evangelica in un portico popolato da tanti altri personaggi. Il Sant’Uffizio accusò di eresia Veronese, che fu costretto ad apportare alcune modifiche, trasformandola nel Convito a casa di Levi, una scena di banchetto, come esplicitato in primo piano con il riferimento al quinto capitolo del vangelo di Luca.

Paolo Veronese, Convito in casa di Levi, 1573, Venezia, Gallerie dell’Accademia

Il rapporto tra intellettuale e potere: la replica dei letterati

Operazioni censorie come quella citata relativamente all’edizione del Decameron non riguardavano solo autori del passato. È il caso della vicenda drammatica e sofferta di un grande autore ed intellettuale del XVI secolo. Emblematica è la tormentata vicenda della gestazione e della revisione della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Il problema riguardava il potere politico religioso: se Ariosto, attivo agli inizi del secolo alla corte estense, era riuscito a mantenere un suo margine di indipendenza nei confronti del potere, la vicenda di Tasso può dirsi molto più sofferta. Le ripercussioni di questo conflitto tra intenzioni autoriali e rapporti col potere ebbero infatti ripercussioni notevoli sul piano letterario.

Il principio di autorità e i condizionamenti, legati ai rigori della censura ecclesiastica, portano ad un vero e proprio “ritorno all’ordine” che soffoca la creatività e il genio dell’autore della Gerusalemme liberata. Le regole, intese in un senso dogmatico, si rivelano un limite e finiscono con lo sprigionare forze opposte e contrastanti. In questa giuntura così labile tra un ritorno all’ordine e la sua evasione si può cogliere la genesi del Manierismo e le sue soluzioni formali, così stridenti con la realtà, che ne sono un esempio.

Guercino, Erminia ritrova Tancredi ferito, 1618, Roma, Galleria Doria Pamphilj

Scipione Pulzone: pittore della Controriforma

Anche gli artisti dovettero ricorrere a schemi più semplificati e immagini più composte. Scipione Pulzone, originario di Gaeta, fu sicuramente il pittore che meglio interpretò questa istanza stilistica, ottenendo molto successo e ricevendo numerosissime commissioni. Proprio l’intonazione pacata dei suoi dipinti ha fatto sì che la sua produzione fosse definita “arte senza tempo”.

Controriforma
Scipione Pulzone, Compianto sul Cristo morto, 1591, New York, Metropolitan Museum of Art

Una delle commissioni più importanti, che lo consacrarono come specialista nei soggetti di devozione, è il Compianto sul Cristo morto. Quest’opera venne destinata per la Cappella della Passione nella Chiesa del Gesù a Roma, dove rimase fino al 1778. La resa naturalistica dei personaggi, segnati da un profondo dolore sospeso, ci restituisce la drammaticità del momento, in grado di contagiare le emozioni di chi osserva.

Ilaria Arcangeli e Giulia Marianello per Questione Civile

+ posts
+ posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.