L’antropologia del lavoro tra valore umano e mercato

L’antropologia del lavoro e il valore dell’uomo nel mercato moderno

L’antropologia del lavoro, per chi non la conosce, potrebbe sembrare una disciplina lontana dai ritmi del mercato globale; il titolo stesso di questo articolo potrebbe sembrare quasi provocatorio. Infatti, in un mondo in cui il sogno del posto fisso alla Checco Zalone si restringe a una minoranza sempre più esigua, le persone cambiano impiego più volte nella vita, le aziende si digitalizzano e le intelligenze artificiali riscrivono le regole di interi settori. Capire come e perché lavoriamo è diventato essenziale.

Dietro ogni contratto, scrivania o riunione online si nascondono valori, linguaggi e riti condivisi che danno senso al lavoro. Chi valuta i candidati cerca un elemento distintivo, qualcosa che renda quell’individuo perfetto per gli obiettivi di quell’azienda al di là di formazione ed esperienze personali. Ed è qui che inizia il lavoro dell’antropologia del lavoro, che questi riti e questi elementi li osserva e li interpreta. Occorre, però, non farsi depistare dal nome di questa disciplina, perché il suo scopo non è capire i mercati, ma capire le persone, i loro bisogni, le loro motivazioni e il modo in cui costruiscono comunità anche in spazi sempre più virtuali.

L’antropologia del lavoro e la cultura del lavoro

Spesso, nel discorso pubblico, chi parla di cultura del lavoro lo fa esaltando una sorta di ideologia stacanovista, per la quale l’individuo dovrebbe essere disposto a qualsiasi sacrificio pur di soddisfare qualsiasi richiesta del mercato. Questa definizione ha il pregio di portarci subito al nocciolo della questione. Dal punto di vista dell’antropologia del lavoro, infatti, “cultura del lavoro” significa che ogni forma di lavoro è un prodotto culturale e che le pratiche produttive non sono mai neutre, perché esse riflettono valori condivisi, norme sociali e visioni del mondo.         

In Giappone, ad esempio, la dedizione assoluta all’azienda non nasce dal semplice trionfo del modello capitalistico, ma dall’idea per cui ogni individuo ha il dovere di contribuire al successo comune; in Europa e negli Stati Uniti, invece, prevale la cultura dell’individualismo e della realizzazione personale. È questa differenza che spiega fenomeni contemporanei delle società occidentali come il quiet quitting – cioè, lavorare il giusto, senza dedicare all’azienda più tempo di quello previsto nel contratto – o la cosiddetta YOLO generation (dall’inglese You Only Live Once), che privilegia esperienze e libertà personale rispetto alla carriera. Per molti giovani, il posto fisso non rappresenta più una sicurezza, ma un vincolo; il successo non si misura in ore trascorse in ufficio, ma nel difficile equilibrio tra benessere personale e vita lavorativa.             

Queste differenze, spesso invisibili, hanno un impatto diretto sulla gestione delle risorse umane. Di questo ci sono già prove nella narrativa mediatica odierna: un’azienda che ignora totalmente i fattori e i contesti culturali in cui opera rischia di compromettere gravemente la propria reputazione e la propria attrattività. In tal senso, chi adotta un approccio antropologico sa osservare le organizzazioni non come semplici strutture economiche, ma come comunità umane complesse.

Il caso Intel

Un esempio in tal senso è offerto da Intel, che dal 1998 ha introdotto stabilmente antropologi nel proprio gruppo di ricerca, grazie alla collaborazione con Genevieve Bell. I suoi approfonditi studi etnografici in Asia hanno rivelato che i comportamenti digitali delle popolazioni non occidentali seguivano logiche culturali diverse da quelle previste dai modelli di marketing tradizionali. La ricerca etnografica ha svelato, ad esempio, che i computer venivano usati in contesti familiari e comunitari (come le cucine cinesi o gli internet cafè indiani) in modi molto diversi rispetto al tipico ufficio americano. Questo approccio non è rimasto teorico: ha portato alla progettazione di processori come quelli della linea Atom, pensata specificamente per dispositivi mobili a basso consumo nei mercati emergenti. Oggi, Intel mantiene un network globale di antropologi e scienziati sociali che collaborano con ingegneri e designer, in particolare nei Paesi BRICS, per penetrare i mercati sfruttandone le caratteristiche culturali.

L’antropologia del lavoro e l’etica del futuro

Questi segnali positivi di rivalutazione devono però confrontarsi con una sfida colossale e ineludibile: l’avanzare inarrestabile dell’intelligenza artificiale e dell’automazione. Questa ondata tecnologica non si limita a un semplice cambio di strumenti, ma simboleggia una vera e propria rivoluzione ontologica che sta ridefinendo completamente il significato di parole come mestiere e lavoro.

In questo scenario di profonda incertezza e mutamento, l’antropologia del lavoro non è solo una disciplina di studio, ma si afferma come una vera e propria bussola etica indispensabile. Se da un lato affidiamo agli algoritmi decisioni sempre più complesse – dall’assunzione di un candidato alla valutazione del rischio finanziario – è altresì fondamentale ricordare che la responsabilità ultima di quelle scelte rimane saldamente nelle mani umane. Il rischio è che, senza una supervisione critica, i sistemi di IA replichino o addirittura amplifichino i bias sociali preesistenti, minando equità e trasparenza.

Gli antropologi, con il loro approccio olistico ed empatico, si trovano così in prima linea. La loro missione è capire in profondità come le persone reagiscono alla sostituzione tecnologica e, soprattutto, quale significato danno alla competenza umana in un mondo sempre più popolato da macchine intelligenti. Questo tipo di ricerca non è puro esercizio accademico, ma è fondamentale per orientare il cambiamento in modo responsabile e inclusivo, impedendo che l’efficienza diventi l’unico valore di riferimento per il futuro dell’umanità. Fortunatamente, questa presa di coscienza è parte di una tendenza globale in rapida crescita, testimoniata da eventi di spicco come l’Ethnographic Praxis in Industry Conference (EPIC), la principale conferenza mondiale in cui antropologi ed etnografi si interrogano su come applicare le proprie competenze al contesto industriale.

Rimettere l’essere umano al centro

In conclusione, l’antropologia del lavoro ci invita a guardare al lavoro non solo come fonte di reddito, ma come spazio di identità, relazione e senso. In un’epoca segnata da precarietà e automazione, questa disciplina offre una prospettiva di equilibrio: ricordare che dietro ogni contratto, algoritmo o procedura c’è una persona con emozioni, aspirazioni e fragilità. Si tratta di un punto su cui è necessario insistere, per evitare il rischio che il futuro del mercato globale sia definito solo dalle tecnologie che usiamo, e non dal modo in cui sceglieremo di usarle per costruire comunità più giuste e solidali. 

Francesco Cositore per Questione Civile

Bibliografia

Balella, C. (2015). Antropologia del lavoro. Nuovi scenari di antropologia applicata [Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna]. Archivio istituzionale dell’Università di Bologna.

Capello, C. (2020). Ai margini del lavoro: Un’antropologia della disoccupazione a Torino. Verona, Ombre Corte.

Lubrano, A. (2023). Antropologia per Intelligenze Artificiali. Una guida culturale per la prossima generazione di innovazioni tecnologiche. D Editore.

Mollona, M., Papa, C., Redini, V., Siniscalchi, V. (2021). Antropologia delle imprese: Lavoro, reti, merci. Roma, Carocci.

Rogoway, M. (2010). Intel makes anthropologist Genevieve Bell head of new research group. oregonlive.com

Samek Lodovici, G. (2021). Annotazioni sul senso antropologico del lavoro. In G. Costanzo & M.T. Russo (ed.), Ethos, logos e pathos. Percorsi di etica. Studi in onore di Paola Ricci Sindoni. Milano, Mimesis: 235-246.

Sennett, R. (2000). L’uomo flessibile: le conseguenze personali del nuovo capitalismo. Milano, Feltrinelli.

+ posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *