Cosa può dirci l’antropologia sulla sfiducia nella democrazia?
Negli ultimi anni, si è iniziato a parlare di un qualcosa che fino a un decennio fa sarebbe sembrata fantapolitica: la sfiducia nella democrazia e il conseguente declino del modello democratico. È estremamente difficile individuare il momento esatto in cui è iniziato questo processo, come spesso accade con i fenomeni contemporanei in corso di svolgimento. Non lo conosciamo abbastanza per poterci esprimere con sicurezza. Nonostante ciò, da qualcosa possiamo comunque partire: i sondaggi che, pur nella loro inevitabile incompletezza, offrono un quadro allarmante.
Questi, infatti, descrivono non semplicemente un calo di gradimento verso singole istituzioni ma una trasformazione più ampia: la crescita poderosa di un senso di sfiducia generalizzato, che si accompagna alla sensazione che le regole della cosa pubblica non siano più condivise. Le indagini internazionali documentano questo trend: il Trust Barometer di Edelman (2025) parla di erosione della fiducia in istituzioni tradizionali e di diffusa accettazione di azioni aggressive come risposta, mentre il Pew Research Center segnala variazioni significative – solitamente al ribasso – nella fiducia pubblica e nell’apprezzamento per la democrazia in più Paesi.
In questo quadro, può essere sicuramente utile inquadrare la questione non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello antropologico, interpretando la sfiducia come un fenomeno culturale che modifica i modi in cui le persone attribuiscono e riconoscono autorità.
Il prezzo della sfiducia: dalla delegittimazione al tribalismo
Le istituzioni, infatti, operano entro un campo simbolico: la loro efficacia non deriva dalle leggi o dalle procedure previste dai codici e dalle norme, ma dalla convinzione collettiva che tali norme siano giuste e funzionanti e che le istituzioni siano custodi di tali norme. Quando questo capitale simbolico si erode, le istituzioni restano formalmente in piedi ma perdono la loro forza performativa. Ciò significa che i cittadini percepiscono le istituzioni come più deboli, finendo per perdere rispetto e fiducia nei loro confronti.
Se però si considera che la politica fornisce narrazioni che danno senso al mondo e alla nostra posizione in esso, si capisce bene che la fiducia nelle istituzioni resiste finché queste narrazioni funzionano. Quando però tali narrazioni non riescono più a rispondere alle domande esistenziali e pratiche delle persone, o quando la distanza tra le medesime narrazioni e l’esperienza quotidiana appare insormontabile, si diffonde la sfiducia, intesa come convinzione che le istituzioni siano ormai prive di legittimità e che alle loro parole non sia più possibile credere.
A questo punto, il processo che si innesca è una miccia pericolosissima che, se non spenta in tempo, può far letteralmente detonare il patto sociale. Se non fermata in tempo, infatti, la delegittimazione delle istituzioni può condurre al tribalismo, cioè a quel fenomeno per cui la società si spacca in galassie di gruppi che si costituiscono attorno a identità morali forti, con una forte divisione tra un «noi» e un «loro» e con rituali di riconoscimento basati su un’acerrima ostilità nei confronti di tutto ciò che è esterno. Queste tribù politiche non sostituiscono immediatamente lo stato o il partito, ma offrono reti di senso e di appartenenza che lo stato e il partito non danno più: l’individuo, che non ha più fede nell’istituzione, la ritrova nella sua tribù.
Radicalizzazione in rete ed esperienza personale
I social media agevolano questa polarizzazione: piattaforme e algoritmi tendono a far vedere agli utenti solo i contenuti che apprezzeranno, nascondendo invece quelli che portano visioni opposte. Il risultato è la produzione continua di nemici simbolici che, come nelle società tribali, servono a rafforzare la coesione interna del gruppo contro le minacce provenienti dall’esterno.
In questi ambienti, altamente tossici, si consuma il dramma che erode la democrazia come forma di partecipazione collettiva alla vita pubblica. Basta, infatti, fare un giro sui social per vedere come i commenti sulla competenza istituzionale dei personaggi politici lasci spesso il posto a criteri basati sull’esperienza personale e sulla testimonianza diretta, con frasi come «io ho visto» o «mio cugino mi ha detto» che diventano argomenti di verità. Non è possibile replicare a una testimonianza di questo tipo, perché ciò che dice un cugino vale più di un dato numerico. L’ha detto un cugino, una persona fidata, quindi va bene così, fine della discussione.
Questo spostamento è evidente nelle dispute pubbliche su media, scienza e diritto, dove la percezione soggettiva spesso pesa più delle evidenze tecniche. E gli effetti si vedono. Indagini e sondaggi mostrano come la fiducia nei sistemi giudiziari sia precipitata in alcuni paesi: negli USA, ad esempio, secondo rilevazioni recenti la fiducia nella magistratura ha raggiunto minimi storici, e anche in Italia le cose non vanno molto bene. E sembra fin troppo evidente quanto questa tendenza sia pericolosa, dal momento che la delegittimazione di uno dei tre poteri dello Stato rischia di scatenare un effetto domino dagli esiti tanto incerti quanto pericolosi.
I rituali della sfiducia: proteste, boicottaggi e astensionismo
L’indebolimento delle istituzioni, però, non avviene dall’oggi al domani, ma è l’esito di un processo di crisi che si manifesta attraverso una serie di pratiche simboliche come l’astensionismo, i boicottaggi e le proteste di piazza; tutte pratiche che hanno un fortissimo significato che va ben oltre la politica.
L’astensionismo, per esempio, non è un semplice ritiro passivo dalla vita pubblica, ma un vero e proprio gesto intenzionale che segnala la rottura dell’individuo col patto sociale. Dire che gli astenuti siano semplicemente disinteressati alla politica è sicuramente comodo e rassicurante per chi non vuole vedere ciò che c’è dietro. Chi non si reca alle urne dice di farlo perché tanto sono tutti uguali, ma in realtà lo fa perché ritiene che nessuno possa legittimamente ambire a rivestire quel determinato ruolo per cui si va a votare.
Il massimo grado di valenza simbolica, però, si raggiunge con le manifestazioni di protesta e con i boicottaggi, momenti durante i quali gli individui esprimono la propria posizione critica in modo apertamente performativo. Corpi che urlano, o, al contrario, corpi completamente immobili in un contesto dinamico sono in grado di veicolare significati potentissimi semplicemente con la loro presenza in un dato momento. Un esempio celebre? Il Rivoltoso Sconosciuto di piazza Tienanmen, che con la sola forza del suo corpo immobile davanti a un carro armato ha trasmesso il suo messaggio di protesta in un modo così forte e inequivocabile da fare, a modo suo, la storia.
Dalla sfiducia può nascere una nuova fiducia?
Nel momento in cui la sfiducia nei confronti delle istituzioni arriva a livelli molto alti, si affermano sulla scena pubblica nuove figure che potremmo definire dei mediatori post-istituzionali. Si tratta per lo più di influencer politici, divulgatori, podcaster o leader di realtà locali che trasformano la sfiducia in fiducia tramite prossimità emotiva, ovvero cercando legittimità a partire da persone con cui condividono elementi sociali e/o culturali. Studi e mappe recenti sul fenomeno mostrano, infatti, come una quota significativa delle persone, soprattutto giovani, riceva aggiornamenti politici prima dai creator e poi, forse, da fonti tradizionali di notizie.
Alcuni studiosi si spingono addirittura – con una metafora sicuramente audace ma significativa – a paragonare queste persone a veri e propri sciamani moderni, in grado di convertire i sentimenti comuni in un racconto politico, per esempio trasformando rabbia e frustrazione in azione collettiva o consumistica. E questo è possibile solo tramite un preventivo riconoscimento di autorità, radicato non in titoli o mandati, ma nella capacità di suscitare fiducia relazionale, una fiducia in un certo senso di tipo «affettivo», o quantomeno di non alimentare ulteriore sfiducia.
Ma tutto questo, in una prospettiva strettamente antropologica, cosa vuol dire? Cosa significa tutto questo in termini strutturali? Non si assiste necessariamente alla morte dello stato o delle istituzioni democratiche, ma alla mutazione del loro ruolo come centri di accumulazione simbolica.
Le istituzioni restano necessarie (per leggi, servizi, infrastrutture, etc.), ma cessano di essere l’unica fonte legittima di senso e guida morale. Il nuovo modello emergente è quello a rete, caratterizzato dalla legittimazione diffusa, dalla pluralità di fonti di autorità e, soprattutto, dalla competizione simbolica tra istituzioni tradizionali e nuovi mediatori. In questo contesto, la fiducia diventa frammentata, spesso condizionata da appartenenze di gruppo piuttosto che da valutazioni oggettive dell’efficienza istituzionale.
Ma cosa può fare l’antropologia in questo scenario?
Sarebbe illusorio pensare che l’antropologia possa offrire ricette tecniche per riparare le istituzioni e tramutare la sfiducia in nuova fiducia. Ciò non avverrà mai, perché va ben oltre gli scopi della disciplina antropologica, che però in cambio ci offre alcuni strumenti interpretativi fondamentali come quelli descritti in questo articolo.
La sfiducia che si osserva non è soltanto un problema da misurare con indicatori come i dati sull’astensionismo, ma piuttosto una trasformazione culturale che rimette in discussione il modo in cui le persone attribuiscono autorità e costruiscono senso collettivo. Le democrazie, per evitare di entrare in una fase di degenerazione autoritaria o di disgregazione sociale, devono affrontare la sfida simbolica, che non consiste solo nella ricostruzione di istituzioni più efficaci, ma soprattutto nella capacità di produrre nuove narrazioni che facciano sentire nuovamente i cittadini al centro della vita pubblica.
Francesco Cositore per Questione Civile
Riferimenti bibliografici e sitografici
- Dressler, M. (2024). Youth turnout in the 2024 European elections: a closer look at the under-25 vote.
- Edelman Trust Institute (2025). Global Report: Trust and the Crisis of Grievance.
- Hawkins, L. (2025). Trust in CEOs erodes, new report shows. axios.com.
- Newman, N. et al. (2025). Mapping news creators and influencers in social and video networks. reutersinstitute.politics.ox.ac.uk
- Pew Research Center (2024, 24 giugno). Public Trust in Government: 1958-2024.
- Pew Research Center (2024, 18 novembre). America’s News Influencers.
- Pew Research Center (2025, 30 giugno). Dissatisfaction with democracy remains widespread in many nations.
- Whitehurst, L. (2024). Americans’ trust in nation’s court system hits record low, survey finds. apnews.com.

