La vittima in antropologia e la sua forza politica

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La figura della vittima in antropologia: quando la sofferenza è politica

Dopo aver parlato dei temi della sfiducia nella democrazia, dell’insicurezza e dell’attesa, continua il viaggio antropologico nel discorso pubblico contemporaneo, soffermandosi sulla centralità della figura della vittima. Politica, media e social network sono, com’è noto a chi li frequenta, attraversati da narrazioni che si fondano sulla sofferenza subita, sul torto ricevuto, sul trauma vissuto o ereditato. Parlare in nome di una ferita – individuale o collettiva – sembra oggi conferire una particolare autorità morale, una legittimità che rende difficilmente contestabile la parola di chi si presenta come vittima.

Questo fenomeno attraversa contesti molto diversi: dai conflitti internazionali alle politiche della memoria, dal dibattito sull’immigrazione alle guerre culturali, fino alla cronaca nera e giudiziaria. In questo scenario, l’antropologia non può chiaramente mettere in discussione l’esistenza della sofferenza (che è innegabile), ma può interrogarsi sul modo in cui essa viene narrata, riconosciuta, gerarchizzata e mobilitata. In altre parole: chi può essere riconosciuto come vittima? A quali condizioni? E con quali effetti politici e sociali?

La vittima e la sua rappresentazione pubblica

Per rispondere a queste domande, è opportuno iniziare da una provocazione un po’ forte: nelle società contemporanee, quella di vittima non è soltanto una condizione subita, ma una forma di accesso allo spazio pubblico. Sempre più spesso, la possibilità di essere ascoltati, riconosciuti o presi sul serio dipende dalla capacità di presentarsi come vittime di un torto, di una violenza, di un’ingiustizia. Non si tratta di una semplice maggiore attenzione al dolore, ma di una trasformazione delle regole implicite della legittimità pubblica. La parola che nasce dalla sofferenza appare dotata di una forza particolare: è immediata, moralmente protetta e, soprattutto, difficilmente contestabile, perché chi la contesta rischia di essere subito percepito come fiancheggiatore degli oppressori e dei violenti.

Dal punto di vista antropologico, questo fenomeno segnala un mutamento profondo del rapporto tra soggetto e sfera collettiva. Se in altri momenti storici l’accesso allo spazio pubblico era legato alla capacità di agire, organizzarsi o rappresentare interessi comuni, oggi esso passa sempre più attraverso la testimonianza del danno subito. La vittima non entra in scena come agente, ma come prova vivente di una ferita; la sua autorità non deriva da ciò che propone, ma da ciò che ha patito.

Questa centralità non è neutra. Essa ridefinisce ciò che può essere detto, chi può dirlo e in quali condizioni. Il discorso pubblico tende così a organizzarsi intorno a narrazioni di sofferenza individuale o collettiva, mentre altre forme di parola (più analitiche, progettuali o conflittuali, magari anche controverse o meno condivisibili) perdono presa. In questo contesto, l’antropologia non mette in discussione la realtà del dolore, ma osserva come esso diventi una condizione di udibilità, una soglia simbolica che seleziona le voci legittime e sanziona quelle illegittime.

Dalla politica alla morale: cos’è una vittima?

La diffusione della figura della vittima come elemento di legittimità produce una conseguenza evidente a chiunque partecipi, attivamente o passivamente, al dibattito pubblico, e cioè la trasformazione del conflitto politico e sociale in un conflitto morale. Là dove il conflitto politico implicava mediazione, negoziazione e responsabilità condivisa, la logica della vittima tende a sostituire una struttura binaria fondata su innocenza e colpa. Il conflitto non viene più interpretato come scontro tra interessi o visioni del mondo, ma come opposizione tra chi ha subito un danno e chi è responsabile del danno stesso.

Questo spostamento ha effetti profondi sul discorso pubblico. La vittima, infatti, occupa una posizione moralmente inattaccabile, e contestarne la narrazione equivale a rischiare l’accusa di essere insensibili o di esercitare violenza, almeno sul piano simbolico. Il carnefice, invece, occupa la posizione diametralmente opposta: qualunque cosa dica, non potrà mai migliorare la sua situazione e sarà anzi condannato ancor prima di subire un processo volto ad acclarare le reali responsabilità in gioco. Il risultato non è una maggiore giustizia, ma una riduzione dello spazio discorsivo: in questo modo, il conflitto non scompare, ma viene congelato in una forma morale che lo rende non negoziabile.

Dal punto di vista antropologico, questa dinamica segnala una trasformazione del politico in morale: le questioni strutturali vengono tradotte in categorie emotive, e la complessità sociale viene ridotta a una classificazione della gravità dei torti subiti e commessi. In questo quadro, il riconoscimento del dolore tende a sostituire l’analisi delle condizioni che lo producono. La sofferenza viene certificata, ma raramente trasformata in progetto collettivo per rimuoverla.

La vittima tra gerarchie del dolore e capitale morale

Purtroppo, infatti, il riconoscimento pubblico del ruolo della vittima non elimina le disuguaglianze, ma le riorganizza. E per accorgersi di questo, basta guardare un qualsiasi telegiornale. I tg sono la casa naturale del doppiopesismo, perché non esiste tg al mondo che dia lo stesso trattamento a tutte le sofferenze esistenti: esistono, piuttosto, gerarchie del dolore, strutturate da media, istituzioni e cornici culturali dominanti. Alcune vittime sono immediatamente credibili, perfette per il servizio di apertura dell’edizione serale, mentre altre restano marginali o invisibili. Il riconoscimento non dipende dall’intensità della sofferenza, ma dalla sua compatibilità simbolica. Il pubblico a casa piangerà di più per il figlio di una famiglia benestante morto in un incidente d’auto o per le migliaia di anonime vittime dello sfruttamento minorile in Cina che però permette a quello stesso pubblico di comprare continuamente prodotti scadenti a basso costo?

In questo senso, il dolore funziona come un capitale morale. Può essere accumulato, esibito, convertito in legittimità. Questa dinamica produce una competizione in cui gruppi diversi lottano per il riconoscimento del proprio trauma. Il risultato non è solidarietà, ma frammentazione del campo sociale. Ogni sofferenza rivendica unicità, ogni ferita chiede precedenza, a volte a scapito di quelle degli altri. Attenzione, però, perché questo non va interpretato come un fallimento morale, ma piuttosto come l’effetto di un sistema di riconoscimento scarso e selettivo. In altre parole: quando il riconoscimento diventa una risorsa limitata (es. l’edizione di un telegiornale che dura solo 30 minuti), l’intensità del dolore e le reazioni che può suscitare diventano gli unici criteri capaci di aiutare nella selezione di quali storie raccontare e quali scartare.

La vittima sospesa tra passato e futuro

La centralità della vittima implica anche una trasformazione del tempo politico. La vittimizzazione sposta l’attenzione dal futuro al passato: ciò che legittima non è ciò che si intende costruire, ma ciò che si è subito. La politica si trasforma così in una pratica retrospettiva, orientata alla certificazione del danno più che alla progettazione di alternative. Un esempio drammatico è quello degli scenari di guerra, dove l’opinione pubblica si concentra soprattutto sul sostegno morale e talvolta economico per le vittime, e molto meno sulle conseguenze politiche e sociali che pure andranno affrontate.

Questo slittamento temporale è cruciale, perché le società che faticano a immaginare il futuro (proprio o altrui) tendono a investire simbolicamente nel passato traumatico. La memoria diventa il principale terreno di legittimazione, mentre il futuro perde consistenza come spazio di possibilità. In questo quadro, la vittima è la figura perfetta: incarna un passato incontestabile in un presente privo di orizzonte, con conseguenze gravissime. Il rischio, infatti, è che ciò produca una politica del risarcimento simbolico che prima o poi finirà per sostituire la trasformazione strutturale. In questo modo, il riconoscimento del trauma diventa un fine in sé, mentre le condizioni che lo hanno prodotto restano spesso intatte.

Conclusioni

Lo sguardo antropologico sul ruolo della vittima non nega la sofferenza, ma rifiuta di assumerla come fondamento esclusivo della politica. Il problema non è riconoscere le vittime, ma ridurre il conflitto a una contabilità delle ferite, come se ci fosse un principio per cui più si è sofferto, più si è riconoscibili come vittime. Ciò implica una scelta scomoda: rinunciare alla sicurezza morale offerta dalla posizione per riaprire lo spazio del rischio politico. Significa accettare che il riconoscimento non basta e che il dolore, da solo, non produce futuro.

L’antropologia non propone soluzioni, ma rende visibili i limiti delle forme simboliche dominanti. La posta in gioco è alta: continuare a organizzare lo spazio pubblico attorno alla vittimizzazione significa accettare una politica senza progetto. Mettere in discussione questo paradigma significa, al contrario, riaprire la possibilità di pensare il conflitto come processo trasformativo e non solo come rivendicazione morale.

Francesco Cositore per Questione Civile

Bibliografia

Arendt, H. (2017). Vita activa. La condizione umana. Bompiani.

Boltanski, L. (1999). Distant suffering: Morality, media and politics. Cambridge University Press.

Butler, J. (2004). Precarious life: The powers of mourning and violence. Verso.

Fassin, D. (2012). Humanitarian Reason: A Moral History of the Present. University of California Press.

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Honneth, A. (1996). The Struggle for Recognition: The Moral Grammar of Social Conflicts. MIT Press.

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