Lentezza, la nuova miniera d’oro del mercato turistico

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La corsa alla lentezza tra richiesta di autenticità e mercato turistico

La corsa alla lentezza è uno dei paradossi più rivelatori delle contraddizioni tipiche dell’epoca recente. In una società ossessionata dalla velocità, dalla produttività e dalla connessione permanente, rallentare è diventato un desiderio collettivo sempre più diffuso. Movimenti culturali, filosofie di vita e pratiche quotidiane anche lontanissime tra loro partono sempre più spesso dall’idea che si debba recuperare un ritmo più umano. Un’idea che attraversa oggi gli ambiti più disparati, dalla gastronomia all’urbanistica, dalla meditazione al turismo.

Ma c’è qualcosa di contraddittorio in tutto questo. La ricerca della lentezza, nata come risposta all’accelerazione, rischia spesso di non curare affatto il problema, ma di acuirlo. Si vende un viaggio slow, si acquista un tour di slow food e poi magari si fa una bella diretta sui social per amici e follower. Vale allora la pena chiedersi: il desiderio di rallentare è un bisogno culturale autentico o è già stato trasformato in un prodotto in vendita su quello stesso mercato che l’ha generato?

La lentezza come risposta a un mondo che corre

Si vive in un’epoca che il sociologo tedesco Hartmut Rosa ha definito dell‘accelerazione sociale. Nel suo lavoro teorico, Rosa distingue tre dimensioni dell’accelerazione moderna: quella tecnologica, quella del cambiamento sociale e quella del ritmo di vita individuale. Tre forze che si alimentano a vicenda, producendo una sensazione diffusa di affanno. Il tempo sembra sempre più scarso, nonostante le tecnologie (non ultima l’intelligenza artificiale) promettano di darcene di più, di farcelo guadagnare.

I dati confermano questa percezione. Secondo diverse ricerche sociologiche europee, la quota di persone che si dichiara cronicamente stressata dal ritmo della vita quotidiana è aumentata costantemente negli ultimi vent’anni. Evidentemente, non si tratta solo di un problema individuale, ma di una condizione strutturale, legata al modo in cui le società occidentali organizzano il lavoro, il consumo e il tempo libero. Anche quest’ultimo, infatti, è stato paradossalmente contagiato da questa ossessione per la produttività. L’ozio è condannato, perché anche il tempo libero si deve ottimizzare, pianificare, rendere utile per altro. 

È in questo contesto che nasce la corsa alla lentezza. Non come scelta marginale di pochi, ma come risposta culturale diffusa a un disagio collettivo che attraversa classi sociali, generazioni e geografie diverse. La domanda che si pone la sociologia contemporanea non è tanto se questo bisogno sia reale – e, a parere di chi scrive, lo è – ma se le risposte che la cultura e il mercato offrono siano all’altezza di soddisfarlo davvero fino in fondo.

La corsa alla lentezza come movimento culturale

La risposta culturale all’accelerazione non è tuttavia così recente come si potrebbe pensare. Già negli anni Ottanta, infatti, in Italia nasceva un movimento destinato a diventare globale. Nel 1989 il sociologo esperto di gastronomia Carlo Petrini fondava Slow Food a Bra, in Piemonte, come reazione simbolica all’apertura di un McDonald’s in uno dei luoghi simbolo dell’italianità per eccellenza: Piazza di Spagna, a Roma. L’idea era semplice ma radicale: il cibo lento, locale e consapevole come atto di resistenza culturale all’omogeneizzazione e all’appiattimento globale. Da allora, il movimento si è espanso in oltre 160 Paesi.

Sulla stessa lunghezza d’onda, dieci anni dopo, l’allora sindaco di Greve in Chianti, piccolo centro sui colli tra Firenze e Siena, fondò Cittaslow. Nelle idee di Paolo Saturnini, il suo fondatore, Cittaslow sarebbe diventato un network internazionale di piccoli comuni uniti dall’adozione di politiche urbanistiche orientate alla qualità della vita, alla sostenibilità e alla valorizzazione delle tradizioni locali. Il suo progetto piacque immediatamente, tanto che oggi conta oltre trecento città aderenti in circa trenta Paesi, di cui buona parte proprio in Italia.

La corsa alla lentezza ha trovato però espressione anche in culture lontane da quella mediterranea. In Danimarca e in Svezia, per esempio, si parla rispettivamente di hygge e di mys, mentre in Germania si fa riferimento alla Gemütlichkeit, concetti simili tra loro che rimandano all’idea di un’intimità confortevole, con cui ci si gode il momento presente lasciando fuori i pensieri rivolti al passato e al futuro. Fuori dall’Europa, in Giappone, il movimento ikigai propone una filosofia dell’esistenza centrata sul senso e sulla misura, esaltando l’importanza di dedicare il giusto tempo alle cose. 

Quando la corsa alla lentezza diventa un prodotto

C’è un’ironia sottile nel modo in cui il mercato ha risposto a tutto questo bisogno di lentezza. Gli stessi meccanismi dell’economia dell’attenzione e del consumo accelerato, infatti, hanno individuato nella lentezza una nicchia redditizia e l’hanno trasformata in merce. Il risultato è un paradosso evidente: se si vuole uscire dal ritmo di un modello economico orientato alla produzione forsennata e alla spesa continua di denaro, la soluzione è… spendere altro denaro.

Il digital detox è l’esempio più eloquente di quest’assurdità. Ritiri in luoghi isolati, senza telefono né connessione internet, proposti da resort di lusso a prezzi inaccessibili alla maggior parte delle persone. La disconnessione, che dovrebbe essere una pratica quotidiana e gratuita, diventa un’esperienza esclusiva. Chi non può permettersela deve restare connesso, che sia stressato oppure no, pena l’esclusione dal modello economico con il suo carico di nefaste conseguenze. La lentezza, in questo schema, è un privilegio di classe.

Anche i social media hanno assorbito e reinterpretato a modo loro l’estetica della lentezza. Su Instagram e TikTok proliferano contenuti dedicati al cosiddetto slow living, ennesimo superfluo anglicismo per indicare una “vita lenta”: colazioni elaborate consumate senza fretta, diari cartacei scritti a mano, lunghe passeggiate nei boschi e chi più ne ha più ne metta. Immagini seducenti, spesso curatissime, che richiedono tempo e risorse per essere prodotte e consumate, trasformando la corsa alla lentezza in una performance per lo sfortunato pubblico rimasto a casa. Non un modo di vivere, ma un modo di apparire. Il filosofo francese Guy Debord avrebbe riconosciuto in tutto questo la logica dello spettacolo: anche la rinuncia allo spettacolo diventa spettacolo, anche la rinuncia alla logica della produzione costante diventa produzione costante.

Rallentare davvero, oltre la retorica 

Esiste quindi una lentezza autentica, al di là del mercato e dell’estetica social? La domanda può sembrare retorica, ma non lo è affatto. È, anzi, forse la più urgente che questo fenomeno ci pone. Rallentare davvero non significa acquistare un pacchetto di meditazione o pubblicare una fotografia di una tazza di tè fumante preso il venerdì sera al termine della settimana lavorativa. Significa modificare strutturalmente il proprio rapporto con il tempo.

Il filosofo coreano Byung-Chul Han, nel suo saggio La società della stanchezza, sostiene che la vera alternativa all’accelerazione non è la lentezza come pausa, ma la lentezza come vita contemplativa. Una modalità dell’esistenza che non si oppone alla velocità per poi ricadere in essa, ma che la trascende completamente. Han parla di “ozio profondo” come condizione necessaria al pensiero, alla creatività e alla cura delle relazioni. Un ozio che non produce nulla di misurabile, e per questo risulta incompatibile con la logica della performance e della produzione.

La ricerca della lentezza, nel suo senso più autentico, è allora una sfida culturale prima ancora che individuale. Richiede di ripensare collettivamente il valore del tempo, del riposo e dell’inattività e di sottrarre tutto ciò alla logica della produttività per non generare nuove forme di consumo compulsivo.

Francesco Cositore per Questione Civile

Bibliografia

Debord, G., La società dello spettacolo, trad. it. di P. Stanziale, Baldini Castoldi, Milano 2017.

Han, B.-C., La società della stanchezza, trad. it. di F. Buongiorno, Nottetempo, Roma 2012.

Petrini, C., Slow Food. Le ragioni del gusto, Laterza, Roma-Bari 2001.

Rosa, H., Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, trad. it. di E. Leonzio, Einaudi, Torino 2015.

Sitografia

www.slowfood.com

www.cittaslow.it/

www.untourism.int

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1 commento su “Lentezza, la nuova miniera d’oro del mercato turistico

  1. Gabriella Tritto Rispondi

    “Anche la rinuncia allo spettacolo, diventa spettacolo”
    Credo che il senso sia tutto in questa frase: quello che faccio (anche scegliere di rallentare) non lo faccio per me o perché possa migliorarmi, ma perché altri lo vedano. Alla fine è solo fumo negli occhi per apparire “giusti”… Che pochezza e che tristezza!
    Comunque articolo illuminante. Grazie

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