Il turismo delle radici, ovvero il fenomeno dei viaggi per ritrovare sé stessi diffusosi negli ultimi anni
Nonostante il nome possa dire poco, quello del turismo delle radici è un fenomeno che negli ultimi anni sta conoscendo un’espansione davvero notevole. Ogni anno, milioni di persone partono alla ricerca dei luoghi da cui provengono i loro antenati per un viaggio che mescola geografia e biografia, spostamento fisico e ricerca interiore. Non si cerca soltanto un nuovo posto da segnare sul mappamondo, bensì – senza voler eccedere in una filosofia spicciola – una risposta a un’atavica domanda: chi sono? Da dove vengo?
L’Italia è uno dei Paesi più coinvolti in questo fenomeno, sia come meta che come punto di partenza. La diaspora italiana nel mondo, dalle proporzioni notevoli, alimenta ogni anno flussi di ritorno verso borghi, cimiteri, archivi parrocchiali e cucine di famiglia. Ma questo bisogno profondo di appartenenza si intreccia oggi con un’industria culturale e turistica sempre più organizzata, capace di trasformare la nostalgia in prodotto. Vale allora la pena chiedersi: quanto di questo viaggio è autentico e quanto, invece, è una narrazione confezionata per il mercato?
Turismo delle radici: un fenomeno globale con origini (anche) italiane
Negli ultimi decenni, il turismo delle radici è diventato uno dei segmenti più dinamici del turismo internazionale. L’Organizzazione Mondiale del Turismo stima che circa il 40% dei viaggi internazionali abbia una componente identitaria o familiare. Non si tratta quindi certamente di un fenomeno di nicchia, dal momento che coinvolge decine di milioni di persone ogni anno, provenienti soprattutto da Paesi con forti tradizioni migratorie. Tra questi, per limitarci al solo contesto europeo, possiamo certamente citare paesi come Irlanda, Polonia, Grecia e, naturalmente, Italia.
La diaspora italiana, infatti, è tra le più grandi della storia moderna: si calcola che, al di fuori del Belpaese, vivano circa ottanta milioni di persone di origine italiana. Sono i discendenti delle grandi ondate migratorie tra Otto e Novecento, dirette verso le Americhe, l’Australia e l’Europa centro-settentrionale. Per molte di queste persone, l’Italia non è solo un Paese straniero da visitare ma, comprensibilmente, un luogo carico di significato, legato a storie di famiglia tramandate per generazioni. Un cognome, una ricetta, una fotografia ingiallita: anche se può sembrare un cliché da film hollywoodiano, spesso sono realmente questi i punti di partenza di molti viaggi.
Non è dunque un caso che di recente il governo italiano abbia riconosciuto ufficialmente la rilevanza del fenomeno. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) ha promosso negli anni diverse iniziative legate al turismo delle radici, culminate nel 2024 con l’Anno delle Radici Italiane nel Mondo. L’obiettivo era duplice: valorizzare i borghi italiani meno noti e rafforzare il legame culturale con le comunità della diaspora, con un grandioso progetto che ha coinvolto oltre trecento comuni italiani.
Il turismo delle radici e la ricerca del sé
L’iniziativa del Governo italiano risponde anche a una domanda tutt’altro che banale: cosa spinge una persona a percorrere migliaia di chilometri per visitare un paese che non ha mai visto? La risposta, secondo gli studiosi attenti al fenomeno del turismo delle radici, risiede in un bisogno profondo e universalmente condiviso: quello di sapere che si appartiene a qualcuno o a qualcosa, che non si è soli al mondo. Questo bisogno è chiamato da numerosi autori col nome di “identità narrativa”, un concetto filosofico e antropologico con cui ci si riferisce alla necessità di inserire la propria vita in una storia più grande, che precede la nascita e sopravvive alla morte.
Il celebre antropologo francese Marc Augé ha scritto che il mondo contemporaneo è popolato di non-luoghi come aeroporti, centri commerciali e autostrade. Questi sarebbero, nella sua prospettiva, tutti spazi anonimi, privi di memoria e di storia. In questo contesto, il viaggio alle origini assume un significato quasi opposto. È la ricerca di un luogo denso, carico di passato, capace di restituire a chi lo visita per ricostruire il proprio passato un senso di continuità con tale passato.
A tal proposito, la psicologa Mary Watkins ha descritto il fenomeno del ritorno nei luoghi d’origine come forma di elaborazione del lutto transgenerazionale. A suo dire, le storie di migrazione sarebbero spesso storie di perdita: di una lingua, di una casa, di una comunità, di un intero mondo di relazioni affettive e simboliche. Il viaggio alle origini può diventare quindi un modo per riconciliarsi con quella perdita, in un certo senso per elaborarla, come si elabora un lutto. È in questo senso che il turismo delle radici smette di essere una semplice vacanza per diventare un atto culturale e, in certi casi, terapeutico.
Quando la nostalgia diventa prodotto
Il turismo delle radici intercetta quindi un bisogno autentico, per la cui soddisfazione il mercato ha saputo sviluppare una pletora di soluzioni. Negli ultimi anni, infatti, attorno a questo fenomeno è cresciuta un’industria capace di trasformare la ricerca identitaria in pacchetti turistici sempre più articolati e allettanti. Agenzie specializzate, piattaforme digitali che conducono nebulose ricerche genealogiche, tour operator locali: l’offerta si è moltiplicata rapidamente, portandosi dietro l’enorme rischio della semplificazione.
Le storie di migrazione sono complesse, spesso dolorose, e contengono drammi personali e al contempo collettivi come la povertà, la carestia e il razzismo subito. Quando vengono confezionate per il turismo, chi racconta queste storie tende a romanzarle, per consegnare al turista un finale che non sempre corrisponde alla realtà. Ciò che resta è: il borgo antico, la nonna che fa la pasta a mano, il campanile che suona le stesse campane di cent’anni fa. Un’immagine seducente, ma tuttavia parziale, perché si omettono i processi storici secolari che hanno portato all’esito che il turista vede durante la sua breve visita.
Il sociologo David Lowenthal ha coniato a tal proposito l’espressione heritage industry per descrivere questo processo. Il patrimonio culturale, sostiene, viene cioè museificato e depurato dei suoi conflitti per essere trasformato in scenografia a uso e consumo di flussi turistici di qualsiasi natura, privi di qualsivoglia interesse per la storia del luogo che stanno visitando. Si badi bene, non si tratta di condannare l’industria in quanto tale, perché un’economia locale che beneficia dei flussi della diaspora ha una sua legittimità. Il punto è mantenere uno sguardo critico per distinguere tra un’esperienza che arricchisce davvero il visitatore e una narrazione confezionata per compiacere le sue aspettative.
Le conseguenze psicologiche del turismo delle radici
Molti viaggiatori che compiono un’esperienza di viaggio riconducibile al fenomeno del turismo delle radici raccontano di aver vissuto l’esperienza come uno spartiacque. Non perché abbiano trovato risposte definitive, ma perché hanno imparato a fare domande diverse su sé stessi e sulla propria famiglia. L’antropologa Marianne Hirsch, per descrivere questo stato d’animo diffuso, e con particolare riferimento all’Olocausto e alle sue conseguenze, ha introdotto il concetto di postmemoria.
Con questo termine, si descrive il rapporto delle seconde e terze generazioni con i traumi e le storie dei propri antenati. Chi si avvicina al turismo delle radici spesso porta con sé questa postmemoria, basata su frammenti di storie ascoltate nell’infanzia, fotografie, nomi scritti su documenti ingialliti e di cui magari si ignora completamente l’identità. Il viaggio diventa un modo per dare corpo a quei frammenti o per associare quei nomi a persone realmente esistite. Per trasformare una memoria ereditata in esperienza vissuta. Tutto questo, però, lascia aperte tra gli stessi antropologi alcune questioni irrisolte.
Il ritorno alle origini rafforza davvero l’identità dell’individuo o rischia di cristallizzarla? In altre parole, è sicuramente vero che appartenere a un luogo non significa esserne prigionieri e che le identità sono costruzioni dinamiche, non destini immutabili. Ma come si può essere sicuri che chi va alla ricerca del proprio passato lo faccia per saperne di più su di sé? E non lo faccia, invece, per un rigetto verso la modernità e per il luogo in cui si sono trasferiti i suoi avi? Forse non c’è modo per saperlo, e forse non è neanche giusto che l’antropologia pretenda di trovare una risposta a questa domanda così intima. Per alcuni, il valore del turismo delle radici sta proprio in questo equilibrio complicatissimo: onorare il passato senza farsene sopraffare. Riconoscere da dove si viene, senza dimenticare dove si è diretti.
Francesco Cositore per Questione Civile
Bibliografia
Augé, M., Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, trad. it. di D. Rolland, Elèuthera, Milano 1993.
Hirsch, M., The Generation of Postmemory. Writing and Visual Culture After the Holocaust, Columbia University Press, New York 2012.
Lowenthal, D., The Heritage Crusade and the Spoils of History, Cambridge University Press, Cambridge 1998.
Watkins, M., Shulman, H., Toward Psychologies of Liberation, Palgrave Macmillan, New York 2008.
Sitografia
www.esteri.it
www.unesco.it

