Spazi, ritualità e simboli della memoria collettiva
La memoria collettiva, contrariamente a quanto potrebbe far pensare il nome, non è un ricordo che abita nella testa di tante persone, non è un ricordo di gruppo. Abita, piuttosto, nei luoghi che le persone visitano, nei rituali che ripetono, negli oggetti che conservano. Tutti elementi accomunati dal fatto di avere (o di poter avere) un forte richiamo simbolico. Ricordare, infatti, per gli esseri umani non è mai solo un fatto neurologico individuale.
È, piuttosto, un processo sociale, tenuto in vita da supporti esterni, come dimostra per esempio il fatto che molti avvertono una necessità quasi impellente di condividere i propri ricordi. Una comunità dimentica quando perde i suoi luoghi, interrompe i suoi riti e disperde i suoi oggetti. Quando invece custodisce tutto ciò, trasmette qualcosa che nessuna mente singola potrebbe contenere da sola. Si tratta di una sorta di catena generazionale, che permette agli individui di tramandare ricordi di cose che non hanno potuto sperimentare in prima persona.
L’antropologia ha studiato a lungo questi meccanismi e ha scoperto che i dispositivi attraverso cui le società ricordano insieme non sono puramente ornamentali, ma sono proprio elementi strutturali di cui non può fare a meno.
La memoria collettiva nello spazio
Il sociologo francese Maurice Halbwachs fu il primo a formulare il concetto di memoria collettiva, negli anni Venti del Novecento. La sua intuizione fondamentale era tanto semplice quanto, per l’epoca, radicale: non si ricorda mai da soli. Anche il ricordo più intimo è strutturato dai quadri sociali in cui l’individuo nasce e cresce. Per esempio il gruppo familiare, la comunità religiosa o, più in generale, la classe sociale. Ognuno di questi quadri è tenuto insieme dalla condivisione di qualcosa, ivi inclusi i ricordi relativi a fatti o eventi del passato che ne hanno favorito la nascita. Quando un quadro si dissolve, i suoi ricordi inevitabilmente svaniscono con lui.
Halbwachs aveva però colto qualcosa di ancora più profondo, e cioè che la memoria si ancora nello spazio. I luoghi, dunque, non sono sfondi neutri dei nostri ricordi, ma al contrario li attivano, li conservano e, soprattutto, li trasmettono. È questo che spiega quell’esperienza comune per cui, per ogni singolo essere umano, una piazza, un quartiere o una casa d’infanzia non contengono solo mattoni, ma vere e proprie stratificazioni di esperienze, accessibili a chiunque sappia leggerle.
Sessant’anni dopo, lo storico Pierre Nora, conterraneo di Halbwachs, ha fatto confluire tutto ciò nel concetto di lieux de mémoire, luoghi della memoria. Non solo spazi fisici, chiaramente, ma anche simbolici e funzionali come monumenti, archivi, cimiteri, musei, cerimonie, emblemi nazionali… Tutti punti in cui la memoria collettiva si cristallizza quando la tradizione viva si interrompe, quando nessuno più è in grado di trasmettere quei ricordi a voce. Nora, però, lo scriveva con una punta di malinconia. I lieux de mémoire nascono quando non c’è più un milieu de mémoire, un ambiente in cui la memoria circola spontaneamente, senza bisogno di essere conservata. In altre parole, sono luoghi che una comunità fa nascere per necessità.
Gli eventi comunitari e la ritualità
Se i luoghi conservano la memoria nello spazio, i rituali la conservano nel tempo e nel corpo. Tutte le cerimonie commemorative, tutti gli anniversari di eventi, tutte le processioni ripetute di anno in anno sono, di fatto, atti finalizzati alla trasmissione della memoria. Non si celebra solo ciò che è accaduto, ma si rinnova il legame con chi è venuto prima, e si passa il testimone a chi verrà dopo.
Il sociologo Paul Connerton, nel suo studio How Societies Remember, ha mostrato come le cerimonie commemorative non siano semplici rappresentazioni del passato, ma vere e proprie performance che lo riattualizzano. Chi partecipa a una cerimonia funebre o a una festa nazionale non sta solo ricordando un evento lontano, ma lo sta, in un certo senso, rifacendo. Ed è proprio questo “rifare” che permette alla memoria di inscriversi nel corpo attraverso le pratiche abituali. Il modo in cui ci si inchina, ci si siede o ci si veste in occasioni specifiche non è arbitrario, ma fa parte di una memoria incorporata, trasmessa per imitazione e ripetizione, spesso senza che nessuno la insegni esplicitamente.
Secondo alcune interpretazioni, questo spiegherebbe anche perché i regimi totalitari abbiano sempre investito tanto nella trasformazione dei rituali collettivi. Cambiare le cerimonie pubbliche, sostituire le festività e imporre nuovi gesti e nuove uniformi sono sicuramente atti di propaganda, resi efficaci però proprio dalla loro capacità di plasmare la memoria collettiva incorporata di un popolo. Proprio per questo, però, la potenza dei rituali è anche il loro grande punto debole, perché bastano poche generazioni senza ripetizione per perdere una cerimonia.
Cosa sono le cose nella memoria collettiva?
Se i luoghi ancorano la memoria nello spazio e i rituali la trasmettono attraverso il tempo e il corpo, gli oggetti fanno qualcosa di diverso e complementare: rendono tutto ciò tangibile e portabile. Un oggetto che appartenne a qualcuno, che fu presente in un certo momento storico e che porta i segni del suo tempo non è solo una cosa.
Per capire ciò, può essere utile richiamare gli studi di Jan e Aleida Assmann, che hanno distinto tra memoria comunicativa e memoria culturale. La prima è viva e orale e perciò trasmessa nei racconti delle persone: dura al massimo tre o quattro generazioni, l’arco di tempo in cui restano in vita i testimoni diretti. La seconda, invece, è codificata in supporti esterni (testi, monumenti, rituali, oggetti…) e può sopravvivere millenni. Da questa distinzione, si capisce chiaramente che la memoria comunicativa può evolversi naturalmente in memoria culturale, ma è solo quest’ultima che permette a una comunità di sentirsi legata a un passato che nessuno dei suoi membri ha vissuto in prima persona.
Basta andare in qualsiasi museo per rendersi conto di quanto gli oggetti siano tra i supporti più potenti di questa memoria lunga. Una reliquia religiosa, un documento fondativo, un abito tradizionale conservato in una teca, una fotografia ingiallita e qualsiasi altra cosa possa trovarsi in un museo. Tutto ciò ha un duplice valore: un valore d’uso, ormai esaurito da tempo; e un valore memoriale, che cresce proprio nel momento in cui l’uso si interrompe. L’oggetto smette di servire e comincia a ricordare.
La memoria collettiva è un culturale
Alla luce di tutto ciò, non è forse un caso che le comunità in pericolo, come per esempio le varie diaspore nel mondo, si aggrappino agli oggetti con particolare intensità. Quando non c’è più un luogo fisico a cui tornare e i rituali non possono essere celebrati pubblicamente, l’oggetto diventa l’ultimo presidio della memoria collettiva. Lo si porta con sé, lo si nasconde, lo si tramanda come un’eredità più preziosa di qualsiasi bene materiale, fino a diventare talvolta destinatario di una vera e propria ossessione collettiva.
Questo caso limite illumina la logica profonda di tutto ciò che caratterizza la memoria collettiva. Luoghi, rituali e oggetti collaborano tra loro per rispondere allo stesso bisogno fondamentale: costruire un’estensione esterna della memoria e affidarle ciò che nessuna mente individuale potrebbe conservare da sola. Quando uno di questi supporti viene meno, gli altri tendono a intensificarsi per compensare la perdita.
La memoria collettiva non è dunque un archivio passivo, ma un lavoro continuo che una comunità compie ogni volta che visita un luogo, celebra un rito o custodisce un oggetto. E come tutti i lavori, anche questo può essere interrotto, sabotato e cancellato da un lato, ma anche difeso, reinventato e tramandato dall’altro.
Capire come funziona questo lavoro è un modo per comprendere cosa tiene insieme una comunità e cosa rischia di perdersi quando i suoi supporti vengono trascurati o distrutti. Ricordare insieme non è solo guardare indietro, non è solo un atto nostalgico, ma al contrario un vero e proprio modo di costruire le condizioni affinché la collettività resti unita e coesa anche nel futuro.
Francesco Cositore per Questione Civile
Bibliografia
Assmann, A., Erinnerungsräume: Formen und Wandlungen des kulturellen Gedächtnisses. C.H. Beck, München, 1999
Assmann, J., Das kulturelle Gedächtnis: Schrift, Erinnerung und politische Identität in frühen Hochkulturen. C.H. Beck, München,1992
Connerton, P., How Societies Remember. Cambridge University Press, Cambridge, 1989
Halbwachs, M., La mémoire collective. Presses Universitaires de France, Paris, 1950
Nora, P., Entre mémoire et histoire: la problématique des lieux. In: Nora, P. (a cura di), Les Lieux de mémoire, vol. I: La République. Gallimard, Paris, pp. XVII–XLII, 1984

