Insicurezza e antropologia: perché si vive in allarme

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Antropologia dell’insicurezza: perché si vive in uno stato di allarme permanente?

Ad oggi si vive in una società dove il tema dell’insicurezza è fonte di aspri scontri politici. Sono molti i cittadini, infatti, che si percepiscono costantemente sull’orlo di un burrone, in uno stato di allarme permanente per una crisi dietro l’angolo. Pandemie, guerre, inflazione, emergenza climatica, migrazioni, criminalità urbana, intelligenza artificiale: il presente appare come una sequenza ininterrotta di minacce. E anche quando alcuni indicatori materiali migliorano, la sensazione diffusa è quella di un pericolo sempre in agguato.

Questa condizione non è solo psicologica né esclusivamente politica. È, prima di tutto, come quasi tutto, culturale. L’insicurezza non è più un evento straordinario che interrompe la normalità, ma è il clima emotivo entro cui la stessa viene organizzata. In questo processo, l’antropologia viene come al solito in aiuto perché permette di interpretare questa situazione non come semplice paura irrazionale, ma come una trasformazione profonda dei modi in cui le società producono senso, ordine e legittimità.

Paura e insicurezza come fatti sociali

Dal punto di vista antropologico, la paura e l’insicurezza non sono riflessi automatici di un non meglio definito pericolo, ma piuttosto una costruzione sociale mediata da simboli, narrazioni e, ovviamente, istituzioni. Le società non temono tutte le stesse cose, né le temono nello stesso modo. Ogni contesto storico seleziona ciò che considera minaccioso e stabilisce quali emozioni siano legittime, quali reazioni appropriate, quali soggetti debbano essere protetti, quali controllati, quali puniti o addirittura rimossi dalla società.

A tal proposito, Mary Douglas scrive che la stessa percezione del rischio, responsabile del nostro senso di insicurezza, non è mai un processo neutro, ma riflette sistemi di valori, confini morali e concezioni dell’ordine. Ciò che viene percepito come pericoloso spesso coincide con ciò che mette in discussione assetti sociali consolidati. Per esempio, se l’immigrazione viene considerata un fattore di insicurezza nelle nostre città, ciò non accade per l’immigrazione in sé, ma per i cambiamenti che essa inevitabilmente apporta, positivi o negativi che siano.

È chiaro però che, quando c’è un cambiamento, la prima reazione naturale a livello di psicologia umana sia quello di respingerlo o guardarlo quanto meno con sospetto. È un atteggiamento che deriva dalla nostra natura animale. Il fatto che in molti abbraccino subito il cambiamento, salutandolo positivamente, è già una reazione culturale, che riesce a domare il nostro istinto primordiale di fuggire davanti alle novità.

Nelle società contemporanee, a questa attitudine ancestrale si è aggiunta una nuova dimensione diffusa, astratta, difficilmente localizzabile. L’insicurezza non dipende più soltanto da eventi circoscritti, ma è portata da processi globali e sistemici. Questo la rende più pervasiva e meno risolvibile perché, se non c’è un nemico chiaro, non c’è nemmeno una vittoria definitiva. La paura diventa così una condizione cronica, interiorizzata, che plasma comportamenti e aspettative dell’individuo per l’intera esistenza, dalla nascita alla morte.

Dalla “società del rischio” alla società dell’insicurezza

Il sociologo tedesco Ulrich Beck parlava di società del rischio per descrivere una modernità consapevole dei pericoli prodotti dal proprio stesso sviluppo come, per esempio, inquinamento ambientale, incidenti tecnologici e crisi finanziarie. In quel paradigma, il rischio era ancora ritenuto qualcosa di calcolabile e pertanto oggetto di gestione tecnica e di prevenzione. Oggi, invece, questa percezione, schiacciata dal peso delle sfide dell’attualità, è scomparsa, lasciando il posto a una società in cui le certezze sono sempre di meno.

Volendo essere precisi, però, la società dell’insicurezza in cui si vive non teme la probabilità, ma la possibilità. Non basta, cioè, che un evento sia improbabile per farci stare tranquilli, ma deve essere totalmente impossibile, perché anche la minima probabilità che qualcosa di negativo si realizzi ci mette in allerta. Molte persone, d’altra parte, vivono il presente come qualcosa di provvisorio, preoccupandosi per un futuro carico di minacce. Dal punto di vista antropologico, questo stato psicologico permanente ha una funzione precisa, e cioè prepararsi a una reazione immediata qualora il pericolo da ipotetico diventi (o rischi di diventare) reale.

In questo contesto, la politica si adatta alla percezione diffusa e smette di proporre visioni di lungo periodo, concentrandosi invece sulla gestione dell’immediato. Governi, media e istituzioni parlano il linguaggio dell’emergenza perché è quello che permea l’esperienza collettiva ed è quello che attira il maggior numero di voti. In questo modo, la società dell’insicurezza non elimina l’incertezza, ma la rende abitabile e, in un certo senso, la normalizza. Il prezzo da pagare, però, è altissimo, perché l’abitudine all’emergenza riduce la capacità critica, giustifica l’eccezione come norma e rende difficile immaginare alternative che non passino attraverso il controllo e la difesa.

I nuovi pericoli simbolici

Prima di capire in che modo però questo possa tradursi in un’effettiva azione di governo, occorre dire che l’insicurezza contemporanea si concentra attorno ad alcuni pericoli simbolici ricorrenti, che funzionano come catalizzatori di ansia collettiva. Non importa tanto la loro dimensione oggettiva quanto la loro capacità di rappresentare disordine, perdita di controllo e minaccia all’identità.

Per fare qualche esempio, la criminalità urbana spesso viene percepita come in aumento anche quando i dati mostrano andamenti stabili o in calo. Ciò che conta non è il reato in sé, ma ciò che simboleggia: l’erosione dello spazio pubblico, la fine della fiducia reciproca, l’idea che nessuno ci protegge.

Allo stesso modo, le migrazioni diventano facilmente una metafora del caos globale, una figura indefinita su cui proiettare paure economiche, culturali e demografiche. La crisi climatica, invece, introduce una forma di insicurezza radicalmente nuova in quanto pericolo senza volto, senza confini e senza una soluzione rapida. È una minaccia che mette in discussione non solo l’organizzazione sociale, ma l’idea stessa che l’umanità possa avere un futuro. E lo stesso discorso vale per la guerra che, pur lontana geograficamente, entra nella vita quotidiana attraverso immagini, discorsi e scenari ipotetici, contribuendo a una sensazione di instabilità permanente.

In tutti questi casi, il pericolo è tanto più potente quanto più è onnipresente e indefinito. L’insicurezza non deriva solo da ciò che accade, ma da ciò che potrebbe accadere in qualsiasi momento. È questa apertura continua alla minaccia che alimenta il clima di allarme.

Politiche e rituali dell’insicurezza

Quanto appena detto è necessario per capire che l’insicurezza, ad alti livelli decisionali, non è subita, ma è sfruttata come una risorsa preziosa. Governi e istituzioni imparano rapidamente che la paura è un potente strumento di legittimazione e, in nome dell’emergenza, possono accelerare decisioni, ridurre il dibattito, giustificare misure eccezionali. L’allarme crea consenso perché promette protezione immediata.

Da un punto di vista antropologico, questo produce una trasformazione del rapporto tra cittadini e potere. Non si chiede più partecipazione, ma fiducia; non adesione a un progetto, ma accettazione di misure necessarie. La politica si presenta come semplice gestione tecnica del pericolo, non come spazio di conflitto e deliberazione.

Si affermano così due modelli principali: uno protettivo, che enfatizza la cura, la prevenzione, la sicurezza sociale; l’altro punitivo, che individua nemici interni ed esterni e rafforza dispositivi di controllo. Spesso i due modelli coesistono, creando un sistema ambivalente che promette sicurezza mentre aumenta la sorveglianza. In questo modo, quando l’eccezione diventa uno stato permanente, la democrazia si svuota dall’interno: le procedure restano, ma il loro significato cambia. La paura prende il posto del confronto.

Tuttavia, le società non rispondono all’insicurezza solo con leggi e politiche, ma con pratiche rituali che hanno la funzione di ristabilire un senso di ordine. Telecamere, controlli, notifiche, allerte, app di sicurezza: tutti questi dispositivi non eliminano il pericolo, ma lo rendono visibile e quindi simbolicamente gestibile. Tutto ciò sembra una riproposizione in chiave tecnologica di antichissime pratiche apotropaiche, perché ci si convince che tali strumenti siano sufficienti a tenere il male lontano da noi.

In altre parole, tra una maschera che deve spaventare gli spiriti maligni e una telecamera che dovrebbe scoraggiare un ladro, per un antropologo, la differenza è nulla, perché il motivo che orienta l’azione è sempre lo stesso: proteggersi, o almeno cercare di farlo.

Chi trae vantaggio dall’insicurezza?

Questo processo ha conseguenze politiche rilevanti, perché porta a un’interiorizzazione dell’insicurezza, la quale a sua volta riduce la propensione alla partecipazione collettiva, perché azioni come esporsi, protestare o prendere la parola comportano sempre un rischio. Crescono così azioni di senso opposto come il delegare o il desiderio di autorità forti, che segnalano una trasformazione del soggetto politico da cittadino attivo a individuo vulnerabile che chiede protezione. La paura, quindi, non produce ribellione, ma conformismo e ritiro.

Naturalmente, se questo stato perdura nel tempo è perché numerosi sono i suoi beneficiari. L’insicurezza alimenta interi settori economici come sicurezza privata, sorveglianza tecnologica, assicurazioni e giornalismo di cronaca nera, solo per citarne alcuni. Ma produce anche rendite simboliche: chi riesce a definire il pericolo e a promettere protezione acquisisce potere. Dal punto di vista politico, l’insicurezza favorisce retoriche identitarie e semplificatrici. La complessità viene percepita come minaccia, la pluralità come rischio e diventa quindi inevitabile che le narrazioni che offrono confini chiari e nemici riconoscibili risultino particolarmente seducenti.

L’antropologia aiuta a vedere che l’insicurezza non è solo un problema da risolvere, ma una struttura che organizza interessi, ed è per questo che è così resistente: eliminarla rappresenterebbe un danno economico e politico per lobby e settori molto in alto nella gerarchia sociale.

Conclusioni

L’antropologia non offre soluzioni tecniche immediate, ma strumenti critici fondamentali. Permette di distinguere tra rischio reale e rappresentazione del rischio, tra pericolo e narrazione del pericolo ma, soprattutto, mostra che la paura non è un destino, ma una costruzione storica. Disinnescare l’insicurezza non significa dunque negare i problemi, ma sottrarre la paura al suo ruolo di principio organizzatore della vita collettiva; significa ricostruire spazi di fiducia, pratiche di cooperazione e forme di sicurezza che non passino solo dal controllo.

Si vive, infatti, in società che hanno smarrito la capacità di pensare il futuro senza paura, ma resta da comprendere che questa insicurezza permanente consuma energie, immaginazione e legami sociali. Riconoscere il carattere culturale dell’insicurezza è il primo passo per immaginare alternative, che non significano un mondo senza rischi – che è impossibile da ottenere – ma una società capace di affrontarli senza trasformare la paura in destino politico.

Francesco Cositore per Questione Civile

Bibliografia

  • Agamben, G. (2003). Stato di eccezione. Torino: Bollati Boringhieri.
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  • Bauman, Z. (2006). Paura liquida. Roma-Bari: Laterza.
  • Beck, U. (2000). La società del rischio. Verso una seconda modernità. Roma: Carocci.
  • Douglas, M. (1986). Rischio e colpa. Roma: Il Mulino.
  • Luhmann, N. (1998). Sociologia del rischio. Milano: Mondadori.
  • Wacquant, L. (2006). Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale. Roma: DeriveApprodi.

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