Perché il comunismo non ha funzionato: possibile declinazione filosofica del fallimento
Per lo Stato è indispensabile che nessuno abbia una sua volontà; se uno l’avesse, lo Stato dovrebbe escluderlo, chiuderlo in carcere o metterlo al bando; se tutti avessero una volontà propria, farebbero piazza pulita dello Stato.
[Max Stirner, “L’Unico e la sua proprietà”]
Il comunismo nacque come promessa di liberazione e uguaglianza universale, eppure la storia mostra come spesso si sia trasformato nell’ennesima forma di servitù verso l’ideale stesso. Perché ciò è accaduto? Quali sono stati i limiti di questo particolare sistema ideologico? Le esperienze del XX secolo, infatti, parrebbero suggerire che i regimi comunisti abbiano generato miseria diffusa, talvolta pari o superiore a quella di altre società con disuguaglianze intrinseche. La Russia sovietica ne ha offerto un esempio emblematico: collettivizzazione forzata, al prezzo di fame, carestia e miseria.
Insomma, com’è possibile che anche da una volontà d’uguaglianza si possa, paradossalmente, giungere alla sofferenza?
Il problema, forse, potrebbe non risiedere solamente nella cattiva gestione politica, ma nella concezione stessa dell’umano da parte dell’ideologia Marxista, la quale tenderebbe a sottovalutarne la natura competitiva, volitiva e differenziata.
Origine religiosa dell’utopia comunista
Stando ad una particolare, seppur filosofica, rilettura degli elementi in gioco, Karl Marx potrebbe essere interpretato come colui che sostituì la religione con una sua metamorfosi secolarizzata. Alla stregua di Feuerbach con l’antropologia, Marx sostituì la soteriologia cristiana con una soteriologia economica, mantenendone però l’impianto escatologico: all’alienazione del lavoro corrispondeva il peccato originale, alla rivoluzione proletaria la salvezza, alla società senza classi il paradiso eterno. La storia, da divina, divenne dunque dialettica, ma l’impianto metafisico non scomparve. Nietzsche aveva già smascherato questa metamorfosi quando osservò che, una volta ucciso Dio, l’uomo avrebbe adorato i propri idoli più che mai. Così il comunismo, in nome dell’umanità, forse sacrificò l’individuo sull’altare del collettivo. Laddove il cristianesimo chiedeva obbedienza a Dio, il comunismo chiese obbedienza alla Storia. Il risultato non fu la liberazione, ma, probabilmente, una nuova forma di schiavitù morale: l’ennesima sottomissione a un’idea assoluta.
L’uomo reale contro l’uomo comunista
La dottrina marxista presuppone un essere umano finalmente cooperativo, spontaneamente in grado di spogliarsi dall’individualismo una volta abolite le strutture di dominio. Ma questo uomo nuovo forse, è solamente un’invenzione metafisica, utopica, non un dato empirico. La psicologia, l’etologia e la storia stessa parrebbero dimostrare che l’uomo è un animale competitivo, irrazionale, spinto da pulsioni di creazione, appropriazione, distinzione e dominio. Nietzsche definiva la vita come “volontà di potenza”, proprio in questi termini. Ogni tentativo di abolire questa tendenza – morale, religiosa o economica – parrebbe condurre alla repressione e al totalitarismo. Il comunismo promise di eliminare la lotta di classe, ma poté farlo solamente agendo sull’autonomia individuale (Marx, che era tutto tranne che stolto, lo aveva intuito: da qui la necessità dell’introduzione di una temporanea “dittatura del proletariato”). Insomma, l’uomo reale fu sostituito dall’uomo ideale, e il risultato fu un ibrido mostruoso: un essere costretto a collaborare per decreto.
I Soviet: autonomia e soppressione
Nel 1917 i Soviet nacquero come autentici organismi di autogoverno popolare, espressione diretta di operai, contadini e soldati. In essi sopravviveva ancora la forza caotica e creativa della rivoluzione: pluralità, conflitto, spontaneità. Tuttavia, questa energia vitale si rivelò incompatibile con la logica di uniformità imposta dal Partito bolscevico. A partire dal 1918, con l’accentramento del potere, Lenin e il Partito imposero gradualmente la sistematizzazione dei Soviet all’autorità centrale. Nel 1921, i marinai di Kronstadt reclamarono Soviet liberi: chiedevano di ritornare ai principi originari, autonomia e libertà decisionale dal basso. La risposta fu drammatica: la rivolta fu soffocata con la forza, e circa duemila ribelli persero la vita. Analogamente, i contadini della regione di Tambov furono repressi per essersi opposti alle requisizioni forzate, in un episodio che vide l’impiego di artiglieria e gas.
Comunismo: violenza, ma anche carestia
Qui giunti, la domanda sorge spontanea: forse l’economia comunista non fallì soltanto per inefficienza tecnica, ma per un errore profondamente antropologico, la presunzione che la volontà politica potesse sostituire gli impulsi spontanei alla cooperazione, da un lato, e alla competizione, dall’altro. L’uguaglianza imposta dall’alto si sarebbe trasformata dunque in coercizione: ecco che, negando la tale inclinazione, inaridiva forse la motivazione al lavoro e alla responsabilità individuale.
La collettivizzazione forzata dell’agricoltura, avviata da Stalin nel 1929, forse, ne rappresentò la prova più drammatica. I kulaki, contadini relativamente prosperi, furono dichiarati “nemici di classe” e deportati o eliminati. Le requisizioni forzate dei raccolti, insieme alla soppressione dei produttori più capaci, distrussero l’efficienza agricola e innescarono una crisi produttiva senza precedenti.
Tra il 1931 e il 1933 milioni di persone morirono di fame, soprattutto in Ucraina, come documentato da Robert Conquest e più recentemente da Anne Applebaum. Ancora, forse non si trattò solamente di incapacità di gestione, ma del risultato conseguente ad una pianificazione ideologica cieca rispetto alle dinamiche umane e sociali. Il regime premiava la conformità più della competenza, la prudenza più del talento. Persino Kropotkin, anarchico, teorico della cooperazione, sottolineava che la collaborazione non annulla il conflitto, ma ne regola l’equilibrio. Forse, la vita prospera solo quando si riconosce e si indirizza la naturale propensione dell’uomo alla differenza e all’affermazione: ogni tentativo di sostituirle con uniformità e obbedienza genera inevitabilmente sofferenza.
Il “Ressentiment” come morale politica del Comunismo
Friedrich Nietzsche individuò nel risentimento – il “Ressentiment”, come lo chiamava – la radice nascosta della morale moderna: l’invidia del debole, privo di forza creatrice, travestita da giustizia. Il comunismo potrebbe forse essere considerato una delle sue manifestazioni politiche più esemplificative.
L’uguaglianza assoluta è il sogno di chi non tollera la grandezza altrui
Avrebbe provocatoriamente osservato il grande filosofo tedesco.
Anche Bakunin, padre dell’anarchia, aveva avvertito che ogni tentativo di applicazione comunista avrebbe inevitabilmente generato una prigione totalitaria. La cosiddetta “dittatura del proletariato”, ben lontana dal significato che il nome suggerisce, al fine di imporre una livellazione totale si trasformò in un regime centralizzato e burocratico: dove il capitalista aveva un volto, il Partito aveva una sigla; dove il potere era visibile, divenne anonimo, sacralizzato, inaccessibile.
Conclusione: la vendetta della vita
La storia del comunismo potrebbe dunque essere interpretato come la storia dell’ennesimo tentativo, alla stregua delle religioni, di imprigionare la complessità della vita all’interno di un’ideologia assoluta. Non forse fu un errore di percorso, ma la conseguenza di una metafisica che, rifiutando la complessità, la differenza, finirebbe per negare la stessa natura che muove l’uomo. L’essere umano, forse, non è un organo del collettivo, ma una forza che vuole espandersi, creare, affermarsi. Max Stirner lo comprese con lucidità: l’Unico non appartiene a nulla se non a sé stesso, Nietzsche lo confermò, la vita è volontà di potenza, non di livellamento.
Forse, ogni dottrina che dissolve la volontà nell’uguaglianza non emancipa, ma addomestica. E tuttavia, l’ombra di quella stessa illusione parrebbe sopravvivere anche nelle società moderne: anche le democrazie liberali, eredi in una qual evidente misura dell’estrema burocratizzazione sociale d’allora, si ritrovano spesso a confondere la moltitudine con la misura, la quantità con la qualità. Spesso la voce del numero prevale su quella del giudizio, e la libertà degenera in rito formale: l’opinione sostituisce la conoscenza, l’assenso la comprensione. Forse non è più la tirannide a minacciare l’uomo contemporaneo, ma la sua stessa mediocrità eretta a principio. Forse, laddove tutti contano, nulla vale, e il sogno dell’uguaglianza universale finisce per riprodurre, sotto altra forma, la più silenziosa delle schiavitù: quella dello spirito conforme.
Giovanni Davi per Questione Civile
Bibliografia
- Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, trad. it. di G. Rensi, Milano, Adelphi, 1979.
- Michail Bakunin, Dio e lo Stato, Roma, Editori Riuniti, 1976.
- Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, Milano, Feltrinelli, 1972.
- Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Roma, Editori Riuniti, 1974.
- Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, Milano, Adelphi, 1996

