I Demoni di Dostoevskij: anatomia dell’oscurità umana

demoni

Fëdor Dostoevskij e il nichilismo: demoni evocati dal vuoto

“Non c’è traccia della strada, ci siam persi, che facciamo?

Un demonio ci conduce e ci porta in qui e in là”

[Alexandr Puškin]

Tra i mastodontici capolavori del geniale e tormentato scrittore russo, “I Demoni“, è sicuramente uno tra i più oscuri, tremendi e mentalmente devastanti. In questo romanzo, il nichilismo non è semplicemente un tema: è un morbo. Esso è il protagonista invisibile che si insinua nei gesti, nei pensieri e nelle azioni di personaggi anche molto diversi tra loro, sino a deformare l’intera realtà strutturale del romanzo.

Seconda metà dell’800: in una piccola cittadina russa un gruppo di cospiratori si organizza per rovesciare l’ordine politico dell’intero paese. Dietro le quinte, tuttavia, serpeggia qualcosa di ben più oscuro della politica, qualcosa che li accomuna terribilmente: il vuoto morale, la dissoluzione, il completo rifiuto di ogni valore.

Pertanto, Dostoevskij qui non racconta (solamente) una storia di terrorismo o di fanatismo ideologico. Racconta la disintegrazione dell’anima umana agli albori di un’epoca in cui Dio è morto e il relativismo morale regna sovrano. Dall’affascinante, ricchissimo e tremendamente oscuro Stavrogin, al manipolatore e reazionario Verkhovenskij, al tormentato ed illuminato ingegner Kirillov: non solo uomini, ma demoni; veicoli di idee estreme, filosofi dell’oscurità, creature agenti in nome del caos, della disperazione, e destinate ad affogarvisi… 

Il nichilismo: genesi e forma del nulla

Il termine nichilismo deriva dal latino nihil, “nulla”, e indica non semplicemente l’assenza di senso, ma l’esperienza storica e psicologica del venir meno di ogni valore fondativo. Il pensiero classico, da Parmenide in poi, aveva posto l’essere come ciò che è ineludibile ‒ il “mē on” (μὴ ὄν), il non-essere, era dunque impensabile, impossibile, scandaloso. Il nichilismo moderno rovescia quest’ontologia: l’uomo odierno scopre che Dio è morto, i valori assoluti sono morti, e con essi sono crollate tutte le gerarchie, le teleologie, i significati ereditati.

Come scrive Nietzsche:

“il nichilismo è il pensiero che giudica il mondo come privo di valore, scopo, verità”.

Ma Dostoevskij, che Nietzsche definiva con rispetto “il solo psicologo dal quale avrei qualcosa da imparare”, non tratta il nichilismo solamente come concetto astratto: ne rappresenta la fenomenologia vivente.

In Dostoevskij, il nichilismo si incarna nelle azioni di uomini che non credono più a nulla, ne subiscono l’oscuro fascino, ma finiscono per non sopportarne l’immenso peso. Perché esso è la malattia dell’anima per eccellenza, non è solo ideologia. La verità è che se ci si addentra realmente nelle dinamiche nichiliste, le si comprende nella loro natura più intellettuale, profonda, le si studia: o la malattia trasforma, o uccide.

Pëtr Verchovenskij: il nulla che si fa politica

Pëtr Stepanovič Verchovenskij è un giovane rivoluzionario fanatico, leader di una cellula sovversiva: in lui il nichilismo si distilla in strategia, si arma, prende forma come volontà di disintegrazione. Egli non crede in nulla, ma fa del nulla un principio operativo: dove la fede è morta, i forti comandano. La sua ideologia non ha contenuto, solo metodo: infiltrazione, manipolazione, terrore. La società, secondo lui, andrebbe annientata alla radice: famiglia, religione, arte, pensiero – tutto deve crollare affinché il caos apra lo spazio per un “nuovo ordine”, in realtà mai definito. L’unico scopo è smantellare ogni struttura, generare il caos come condizione ideale per esercitare potere sulle menti fragili e prive di orientamento.

Verchovenskij è infatti un ragazzo estremamente intelligente, speculare ma opposto al padre, l’intellettuale idealista Stepan Trofimovič: dove l’uno filosofeggia, l’altro agisce. Con lucido cinismo, dunque, Pëtr organizza una diabolica rete cospirativa in stile bakuniniano, dominata da manipolazione e terrore psicologico. La sua forza è nel controllo dei deboli: tra i tanti, Kirillov, Šigalëv, e soprattutto Shatov: un ex-compagno di idee, divenuto ora una minaccia per il gruppo. Al povero Shatov, infatti, il quale ha ritrovato in Dio e nella famiglia qualcosa per cui vivere, Pëtr riserverà un tremendo destino: “chi non è più con noi, va eliminato”.

Se Dio è morto, io sono Dio: l’ingegner Kirillov

Kirillov è invece il martire del nulla, colui che porta fino all’estremo la logica della libertà. In lui non c’è sete di potere, ma di significato puro, distillato oltre la morale, oltre Dio, oltre la vita stessa. Egli è un ingegnere, un uomo estremamente colto, un razionalista, e il suo pensiero sfocia nel superomismo più radicale: egli vuole suicidarsi, non per disperazione, ma per dimostrare che l’uomo può sostituirsi a Dio solamente se possiede il coraggio di annientare la paura della morte. “Chi si uccide solamente per affermare la propria volontà, è più forte di Cristo”,  egli sostiene. In questa visione, il suicidio diventa atto divino: non come gesto metafisico, non disperato, ma come fondazione di una nuova umanità liberata dal giogo della propria condizione.

Kirillov non odia, non cospira, non distrugge il mondo esterno: egli consuma sé stesso nel tentativo di spalancare una verità assoluta. In lui, Dostoevskij anticipa un oscuro oltreuomo nietzschiano, ma lo mostra già sconfitto: troppo intelligente per credere, troppo libero per obbedire, troppo autonomo per salvarsi. Kirillov non è pazzo: è un logico, uno scientista. Il suo nichilismo non è ribellione, è silenziata divinizzazione dell’assenza, una forma estrema di fede che brucia ogni oggetto. Nel suo suicidio c’è dunque la più grande, la più ispirata domanda alla condizione umana… Ma la risposta che ne segue, è solamente il silenzio.

Nikolaj Stavrogin: il Dio del nulla incarnato

Nikolaj Stavrogin è la figura centrale e portante attorno alla quale ruota l’intero disastro spirituale dei Demoni. Bellissimo ed affascinante, colto ed estremamente ricco: Stavrogin è un seduttore aristocratico dal portamento regale e dalla freddezza marmorea. Egli incarna il nichilismo estetizzato, in massima parte privo di qualsiasi valore, ma assolutamente edonista e dissoluto.

Egli non guida, non trama, non agisce apertamente, ma ovunque egli passa, il mondo si inchina ai suoi piedi. Persino il terribile Pëtr Verchovenskij lo adula e lo venera, erigendolo a simbolo ideale della propria rivoluzione. Stavrogin è un vuoto magnetico, un catalizzatore silenzioso di rovina e distruzione. Dostoevskij lo disegna come il nichilista per antonomasia, ma per istinto, non per ideale: Nikolaj nella vita ha provato tutto, e ora non prova più niente. Tutto in lui è nulla, persino le emozioni: ciò lo spinge a cercare le esperienze più estreme come speranza di senso, ma inutilmente.

Il suo nichilismo non è verboso come quello di Verchovenskij, né razionale come quello di Kirillov: è impassibile, istintuale, sovrumano. Nella sua anima si nasconde il vero abisso, il punto di non ritorno. Stavrogin, infatti, si macchia di un gesto che non è solo un crimine, ma vera e massima apoteosi del vuoto. E la cosa peggiore è che un tale orrore, compiuto nel silenzio di una stanzetta, lontano dagli occhi del mondo, non è stato operato per devianza o malattia mentale: ma per noia, per mero gusto d’esperienza.

I Demoni: l’arcangelo caduto per noia

Tra le pagine più oscure dei Demoni vi è, infatti, un capitolo che la prima edizione del romanzo per censura non conteneva: la confessione di Stavrogin. Si tratta, appunto, di una tremenda confessione che l’affascinante aristocratico affida ad un vescovo della zona, in un dialogo claustrale, teso, straniante.

I dettagli non verranno riferiti qui, data l’orribilità del crimine che Stavrogin narra di aver commesso, ma se ne lascerà intendere la natura. Non omicidio, non violenza nel senso ordinario, dunque, ma qualcosa di più disturbante: la trasgressione dell’innocenza, compiuta (si noti) non per devianza, ma per pura noia. La terribile conseguenza ‒ il suicidio della giovane vittima ‒ è narrata con quella particolare maestria che appartiene solo  al grande scrittore russo: niente patetismi, nessuna morale esplicitamente esposta, solo il peso muto del vuoto.

Ma la penna di Dostoevskij è davvero sconcertante: tale confessione, è redenzione o ulteriore esplorazione del male? Infatti, al lettore attento il gesto di Stavrogin appare più teatrale che spirituale, più filosofico che morale. Come se anche la confessione fosse per questi un esperimento metafisico, un modo per verificare se esiste, da qualche parte, una soglia dell’umano oltre alla quale non si fosse ancora spinto.

E l’ultimo atto? Non poteva che chiudersi nel silenzio. Stavrogin si suicida in una stanza anonima, lasciando una lettera. Un gesto freddo, oscuro, come tutto in lui. Ancora: reale pentimento o, al contrario, il compimento calcolato di un’esistenza in cui nulla, nemmeno il male assoluto, ha saputo generare senso

Dal baratro alla costruzione: l’eredità viva de I Demoni

I Demoni, tra i più oscuri e perturbanti libri di Dostoevskij, non è solo il ritratto di un’epoca e di una crisi spirituale, ma un’opera che parla con straordinaria urgenza alla condizione umana moderna. Ciononostante, la profonda fede cristiana che Dostoevskij oppone al nichilismo, spesso appare insufficiente – soprattutto agli occhi del lettore moderno – nel sopperire pienamente alla complessità e alla crudezza del male sollevato.

Tuttavia, proprio nell’epoca segnata dal Pensiero Debole, dal tramonto delle certezze metafisiche e da un relativismo sempre più pervasivo, la morale proposta ne I Demoni assume una risonanza inaspettata. In un mondo dove abbandonarsi alla fede appare sempre più arduo, Dostoevskij ci costringe a guardare nel cuore oscuro del nichilismo non come ad un destino, ma come a un passaggio necessario.

Riecheggiando Nietzsche, l’attraversamento del deserto – spoglio di valori assoluti, privo di consolazioni trascendenti – diventa una prova iniziatica: solo chi vi sopravvive può iniziare a forgiare, senza illusioni, una morale personale e resistente. In questo senso, I Demoni insegnano che una nuova umanità può nascere non come fuga dal nulla, ma dal coraggio di sostarvi dentro. Ed è solo da questo confronto, lucido e sofferto, che possono emergere valori non imposti, ma conquistati: autentici perché scelti, solidi perché attraversati dal dolore, umani perché consapevoli del proprio limite.

Oggi, leggere Dostoevskij richiede dunque uno stomaco forte e una mente aperta, ma in cambio offre una delle più profonde lezioni di umanità: solo attraverso la discesa nel caos e nel dolore è possibile riscoprire il valore della vita, della libertà e di una morale che non teme di nascere dalla sofferenza stessa.

Giovanni Davi per Questione Civile

Bibliografia essenziale

  • Fëdor Dostoevskij, I Demoni, trad. di Alfredo Polledro, Luigi Pareyson, Torino, Einaudi, 2014 (ET Classici),
  • Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, Il pensiero debole, Feltrinelli, 2010
  • Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, Così parlò Zarathustra, Genealogia della morale (diverse edizioni)

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