La costruzione dei confini
Spesso, quando si compie un viaggio in un altro Paese, uno dei momenti più attesi e fotografati è il superamento di uno o più confini, che in molti casi sono segnalati soltanto da un cartello o da una linea tracciata per terra. La costruzione dei confini, infatti, è notoriamente uno degli atti più potenti che le società umane possano compiere sul territorio, perché spesso avviene a partire da elementi fisici del territorio come montagne o fiumi a cui si danno particolari valori simbolici e culturali.
Ogni confine ha però una storia, una data di nascita, talvolta anche un disegnatore ben noto, chiamato a metterci mano al termine di una guerra o di un’estenuante trattativa. Ciò significa che quasi sempre il confine è il frutto di una decisione presa a tavolino da chi aveva il potere di imporla, e già questo fa capire quanto poco di naturale c’è nei confini, anche quando questi si basano su elementi del paesaggio.
Capire chi li traccia e perché non è quindi un semplice esercizio accademico, anzi. Si potrebbe dire che è il modo più diretto per leggere la distribuzione del potere nel mondo contemporaneo perché ogni linea su una mappa dice, abbastanza chiaramente, chi conta e chi no.
Come si tracciano i confini?
La data di nascita dei confini come li intendiamo noi oggi è convenzionalmente fissata al 1648. Con la Pace di Westfalia, l’Europa uscì dalle guerre di religione e inventò qualcosa di nuovo: lo Stato sovrano, delimitato da frontiere riconosciute e inviolabili. Da quel momento, l’Europa cominciò a essere pensata come una griglia di territori separati, ciascuno con un’identità, un governo e, soprattutto, un popolo.
Nei secoli successivi, la colonizzazione europea esportò questo modello anche in Africa, Asia e Medio Oriente seguendo interessi economici e accordi tra potenze. Il caso più famoso è rappresentato dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885, durante la quale le grandi potenze europee si spartirono il continente africano tracciando linee rette su territori che non avevano mai visitato senza alcun riguardo per le comunità che vi abitavano, per le loro lingue, per le loro strutture sociali né, chiaramente, per i loro confini consuetudinari. I conflitti che ancora oggi insanguinano quelle regioni portano spesso la firma di quelle mappe.
Non è però solo una storia coloniale, perché anche in Europa i confini sono stati spostati, ridisegnati e imposti con la forza da poteri spesso ciechi di fronte alle realtà territoriali. Il Novecento è pieno di popolazioni che si sono svegliate in uno Stato diverso senza muoversi di un passo ma ritrovandosi dalla sera alla mattina con una nuova lingua ufficiale, una nuova moneta e talvolta anche una nuova religione imposta.
È per questo che il filosofo Étienne Balibar ha giustamente definito il confine un’istituzione politica prima ancora che geografica. Il confine, infatti, non segna un punto in cui finisce la natura, ma segna un punto in cui finisce la giurisdizione di qualcuno e inizia quella di qualcun altro. I confini, in questo senso, non separano soltanto spazi, ma separano diritti e doveri, anche in modo drammatico.
Al di qua e al di là dei confini
Sembra retorico affermare che i confini non separano soltanto giurisdizioni, ma anche e soprattutto persone che altrimenti sarebbero unite. Benedict Anderson, nel suo studio sulle nazioni moderne, ha mostrato come ogni comunità nazionale sia una comunità immaginata. Nessuno conosce personalmente tutti i propri connazionali, eppure molte persone si percepiscono come parte di uno stesso gruppo solo sulla base di (presunti) elementi condivisi come la lingua, la storia o la religione. Un senso di appartenenza tutt’altro che scontato, ma sapientemente costruito nel tempo attraverso la scuola, la lingua, i media, la storia ufficiale, gli inni e le bandiere.
Un meccanismo apparentemente innocente, ma di cui Stuart Hall ha mostrato il lato più oscuro. Secondo il celebre sociologo, infatti, le identità culturali non si costruiscono soltanto su ciò che si è, ma anche (e forse soprattutto) su ciò che non si è. Il confine definisce l’interno separandolo da tutto ciò che è esterno. L’altro, colui che sta dall’altra parte, diventa lo specchio negativo attraverso cui la comunità si riconosce e stabilisce di non voler essere. Questa logica produce stereotipi, gerarchie ed esclusioni, e alla lunga finisce per legittimare politiche di controllo che altrimenti sarebbero difficili da giustificare.
I confini culturali possono dunque essere anche più insidiosi di quelli geografici, perché non sempre sono visibili. Si può attraversare una frontiera fisica e trovarne una culturale ancora intatta. Il confine tra Alto Adige e Austria, per esempio, è sicuramente molto più permeabile rispetto a quella tra Veneto e Austria.
Le comunità immigrate lo sperimentano ogni giorno: sono presenti nello spazio, ma assenti dall’immaginario collettivo della società che le ospita. Esistono fisicamente al di qua del confine, ma simbolicamente restano al di là.
L’asimmetria dei confini
Proprio le comunità immigrate sono la dimostrazione vivente che i confini non funzionano allo stesso modo per tutti. Per alcune persone una frontiera è un fastidio burocratico che il più delle volte si traduce in un timbro in più sul passaporto o una mezz’ora di attesa in fila all’aeroporto; per altre, invece, può essere un muro invalicabile, oppure l’inizio di anni di limbo giuridico durante i quali non si sa se si potrà restare al di qua del confine o se ne dovrà tornare al di là.
Il passaporto è il simbolo più eloquente di questa asimmetria. La politologa Ayelet Shachar lo ha definito una lotteria della nascita: il Paese in cui si nasce determina a quali paesi si può accedere liberamente e a quali no. Un cittadino tedesco può entrare in quasi 190 paesi senza visto, mentre un cittadino afghano o somalo ne può raggiungere una manciata, se è fortunato, solo perché è nato dalla parte sbagliata di un confine in circostanze che non ha scelto e sulle quali non ha alcun controllo.
Sandro Mezzadra, docente di filosofia politica all’Università di Bologna, ha parlato di proliferazione dei confini per descrivere questo paradosso tutto contemporaneo: in un mondo che si proclama globalizzato e interconnesso, i confini non solo non sono scomparsi, ma si sono addirittura moltiplicati e differenziati. Le merci, i capitali e le informazioni li attraversano liberamente, mentre le persone li trovano aperti o sbarrati a seconda di dove sono nate, di quanto valgono economicamente e di quali rapporti abbia il proprio governo con gli altri governi del mondo.
Questo significa che i confini contemporanei sono ben lontani dall’essere solo linee geografiche. Sono, anzi, filtri selettivi che lasciano passare ciò che serve al sistema economico globale, bloccando quello che non conviene o che non si ha voglia di ammettere.
Conclusione
Ogni confine che esiste oggi è il risultato di una scelta. Qualcuno lo ha voluto, qualcun altro lo ha imposto, qualcun altro ancora ha semplicemente tratto vantaggio dal tenerlo in piedi.
Queste considerazioni non sono da leggere come una riflessione nichilista o un appello all’abbattimento dei confini. Piuttosto, vanno viste come un invito a non trattare i confini come dati di fatto immutabili, ma come costruzioni storiche e, in quanto tali, modificabili.
La costruzione dei confini ci racconta moltissimo sulle società che li producono. Ci dice chi considerano parte del “noi” e chi relegano all’esterno. Ci dice dove concentrano il controllo e dove lo allentano. Ci dice quali valori scelgono di mettere al centro e quali ignorare: la libera circolazione delle merci o quella delle persone, la sicurezza dei pochi o la dignità di tutti, il privilegio di chi nasce fortunato o il diritto dei meno fortunati a cercare la felicità.
Guardare i confini in modo critico non significa negarli, ma significa capire che nessuna linea su una mappa è innocente. Ogni confine porta con sé una storia di potere, spesso di violenza, quasi sempre di esclusione. Riconoscerlo è il primo passo per immaginare forme di convivenza più giuste che non ignorino i confini, ma che li considerino per quello che sono.
Francesco Cositore per Questione Civile
Bibliografia
- Anderson, B. (1983). Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism. Verso, London.
- Hall, S. (1990). Cultural Identity and Diaspora. In: Rutherford, J. (a cura di), Identity: Community, Culture, Difference. Lawrence & Wishart, London, pp. 222–237.
- Mezzadra, S., Neilson, B. (2013). Border as Method, or, the Multiplication of Labor. Duke University Press, Durham.
- Shachar, A. (2009). The Birthright Lottery: Citizenship and Global Inequality. Harvard University Press, Cambridge (MA).

