GECO: un writer tra arte e condanna della libertà

GECO

Esistenzialismo urbano: in giro per la città con GECO e Sartre

Roma, Lisbona, Atene, Madrid, città europee accomunate dal calore del sole e dalla presenza pedissequa, negli heaven spots (e non solo) del tag GECO. Writer romano, che desidera l’anonimato, con la sua azione da bomber, nonché quei writer che alla pittura di graffiti elaborati preferiscono quella dei throw-up, ha conquistato tutta Europa. Il suo tag è leggenda nell’ambiente urbano e frutto d’odio per politici e legali.

<<Voglio diffondere il mio nome>> ha dichiarato il writer in un’intervista per il corriere portoghese Ocorvo.

Sulle cime dei palazzi, nelle arterie urbane, nelle stazioni del treno, negli adesivi attaccati al semaforo o nei computer degli amici, la scritta GECO a caratteri cubitali ha conquistato il suo posto nel panorama visivo di molti.

The art of disobiedience è il suo docu-film, volto a far partorire una riflessione tra la distanza tra arte e degrado, la cui premiere si è tenuta il 02/04/2025 presso la casa del cinema di Roma a villa borghese.

Con la sua presenza innegabile e la sua indole a non chiedere permesso, il writer romano con il suo operato, sollecita la creazione di un nuovo paradigma all’interno dell’arte contemporanea. GECO non rappresenta nulla se non sé stesso, è nella firma sparsa ovunque, ripetuta ossessivamente che si intravede il patto esistenzialista del writer: scegliere di esserci, anche se fuori dal sistema, senza attendere alcun tornaconto, facendo della scrittura un gesto di affermazione dell’essere, prima ancora che di resistenza.

GECO: il tag come atto di esistenza e la responsabilità dell’anonimato

L’esistenza precede l’essenza”.

Non siamo nulla se non ciò che decidiamo di essere. Ad affermarlo è Sarte nella sua conferenza datata 1945, L’esistenzialismo è un umanismo. Per il filosofo esistenzialista l’essere umano si definisce unicamente tramite le proprie scelte e azioni.

In maniera analoga, nell’urban il writer si costruisce quale artista per la sua forza di volontà d’azione e non per attribuzione esterna. Il tag è una forma di throw-up. Identifica un writer, è la sua firma non apposta a posteriori, bensì eseguita quale opera stessa. Il writer si configura quale artista, perché sceglie di agire, anche se la sua forma d’arte non è accettata.

È, scrivendo il proprio nome nel mondo, in maniera fugace, invisibile, illegale, che il writer agisce. Questo gesto reiterato è l’atto esistenziale che definisce il writer. Personificazione urbana della vibrazione sartriana è GECO.

Il suo gesto è compiuto, senza spiegazioni o commissioni. Sfida di continuo le istituzioni con un gesto puro: ogni firma che appone rivendica la sua scelta di esistenza oltre le norme. La reiterazione del suo nome si discosta dall’idea dei marchi e dei loghi, diventando una dichiarazione di esistenza. Operando nelle ore notturne, in incognito, in maniera quasi invisibile, GECO si rivela un soggetto esistenziale. GECO è libero, solitario, sceglie ogni giorno chi essere senza poterlo delegare a nessuno. A renderlo icona è il suo imporsi, invisibilmente ma innegabilmente, nello spazio urbano.

 Se “l’uomo non è altro che ciò che fa”, come affermava Sartre, GECO è il suo fare: la sua scrittura seriale. Di esistenzialismo vibra anche la scelta dell’anonimato. GECO utilizza uno pseudonimo per concentrarsi unicamente sull’atto, non perché ha bisogno di nascondersi. Dopo anni di indagine il writer è stato identificato dagli agenti del Nucleo Ambiente e Decoro della polizia di Roma e denunciato alla magistratura per danneggiamento e reato continuo.

La città come teatro esistenziale, spazio filosofico e legale dove GECO agisce

Ogni scelta dell’individuo avviene nel mondo. Contesto concreto delle nostre azioni: spazio ove l’individuo agisce, si espone e si definisce. Teatro esistenziale dove, writer come GECO mettono in scena la propria libertà. Denunciato alla magistratura per danneggiamento e reato continuo.

Al momento della sua identificazione, il writer è stato trattato dalla sindaca di Roma come uno dei peggiori criminali. Il vero crimine di GECO nello spazio legale della città è il suo essere, in modo esistenzialista.

La città è uno spazio regolato, sorvegliato da regole. L’azione del bombing fa sì che i writer possano rompere tale mappa con i loro segni di libertà e crearne una nuova. Lo spazio urbano, è anche luogo di conflitto simbolico. Si articola tra ordine e disordine, ufficiale e clandestino. Scrivere sui muri è una forma per interrogare lo spazio, per rinegoziarlo. GECO tramuta lo spazio ordinario in spazio espressivo: ridefinendo così la funzione stessa del paesaggio urbano. La città per i writer è supporto esistenziale. Il muro è superficie viva ove l’individuo afferma la propria presenza.

La città vive anche di norme, divieti, diritti e sanzioni. È uno spazio giuridico ove ogni azione urbana è, potenzialmente, atto regolato dalla legge. Il writer e la sua azione si collocano nel limen tra l’autonomia creativa e la violazione della legge. Tale zona liminare crea un paradosso.

Le produzioni artistiche di writer come GECO, ci portano ad interrogarci anche sul diritto d’autore. È possibile reclamare la paternità di un atto “illegale”? è legittimo cancellare un’opera d’arte se essa nasce da un atto clandestino? Il writer tenta di affermarsi a rischio dell’illegalità.

“Il muro è una superfice che può ascoltare”.

A capirlo è stato Ettore Sottsass. Il muro è contenitore di segni, emozioni, memorie: pagina aperta ove si scrive il senso, e forse anche il limite, dell’essere liberi.

L’azione pura in spazio concreto e la solitudine dell’agire libero

L’atto di scrivere il proprio nome sulla città, sistematicamente, senza volto e senza pubblico dichiarato, è un atto di assoluta responsabilità. Una libertà che non chiede approvazione. Solo di fronte al mondo, condannato alla libertà, GECO incarna l’individuo sartriano.

La libertà per Sartre è un peso: non è possibile incolpare il mondo, l’uomo è solo ciò che decide di essere. La pratica eseguita da GECO è priva di giustificazioni estetiche. È un’azione pura compiuta nello spazio concreto della città, a contatto con superfici reali: muri, metro, tetti. Il gesto grafico è di sé e per sé un’esposizione. È esporsi nel mondo, senza garanzia di senso o di riconoscimento. Non vi è un gallerista, uno sponsor, un critico d’arte a legittimare. È l’individuo che sceglie di lasciare una traccia, ritrovando, nella ripetizione maniacale di tale gesto, il proprio essere.

Una presenza, non un messaggio: un esserci tra i materiali urbani della città. La potenza di questa solitudine attiva si trova nel modo in cui l’atto fa esistere lo spazio: rendendolo visibile pur restando invisibile. Il tag è un’affermazione nuda, personale e definitiva: ha peso, senso e responsabilità.

Anche se cancellato, anche se illegale, anche se per molti incomprensibile, resta un atto puro. La città diviene specchio della condizione umana: luogo dove si tenta di lasciare la propria traccia. Spazio dove dialogare con l’essenza, dove i writer tentano di scriversi nel mondo anche quando il mondo non vuole leggere.

Nella società della performance, ove tutto tende alla visibilità, GECO sceglie l’anonimato. Invece di impartire una lezione, di urlare, di spiegare, GECO agisce. In questo scrivere senza richiesta, senza autorizzazione, il writer è artista e individuo esistenzialista urbano. Il mondo dei graffiti sfida la società sino alla collisione, rivendicando questioni dell’essere. Quindi, oltre al gesto che abbiamo compiuto, che cosa rimane di noi?

Maria Domenica Ferlazzo per Questione Civile

Sitografia

www.dimt.it

storaristudiolegale.it

vice.com

sentieriselvaggi.it

www.artribune.com

www.theartofdisobedience.com

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