Alberto Giacometti e Simone De Beauvoir, un dialogo sull’ambiguità dell’essere
Spazio privilegiato per l’esplorazione della profondità dell’esistenza umana è l’intersezione tra arte e filosofia. Si tratta di un dialogo fecondo ove differenti linguaggi si ingarbugliano e si interrogano su temi universali e profondamente umani. Alberto Giacometti, con la sua incompiuta ricerca plastica, pone lo sguardo sull’individuo: con le sue sculture filiformi esplora il senso dell’essere, la condizione dell’altro, la tensione tra trascendenza e finitezza.
Il suo operato artistico è interpretabile tramite il pensiero esistenzialista di Simone De Beauvoir. Le rispettive ricerche, dello scultore e della filosofa, tramite il mezzo plastico e quello concettuale, interrogano la condizione umana con una profondità che sfida i tentativi di definizione univoca. La solitudine dell’individuo, l’irriducibilità dell’altro e l’ambiguità dell’esistenza vengono manifestate visivamente dalle opere di Giacometti e concettualizzate nella filosofia di De Beauvoir.
Cenni biografici su Alberto Giacometti
Il 10 ottobre 1901 presso Borgonovo, in Svizzera, nasce Alberto Giacometti. Scultore ad oggi celebre per le sue figure esili e filiformi, il primo maestro fu il padre Giovanni, pittore neo-impressionista. A Ginevra, presso l’école des Beaux-arts e l’école des Arts et Métiers, il talento di Giacometti si manifesta in maniera precoce. I familiari, impressionati dal suo talento, lo assecondano e lo sostengono nel 1921 per un soggiorno romano, volto allo studio dei maestri del passato. L’anno seguente si sposta a Parigi, ove segue i corsi dello scultore Antoine Bourdelle,
Dal 1927 Giacometti inizia ad esporre le sue prime sculture di tipo surrealista al Salon des Tuileries. Questa esperienza lo porta a contatto con personalità di forte entità: da qui nasce il sodalizio con Andrè Breton. Nel febbraio 2010, L’homme qui marche I, sua scultura in bronzo, è stata venduta all’asta da Sotheby’s per 75 milioni di euro. La scultura si configura l’opera d’arte più pagata al mondo.
L’essere e l’altro: lo sguardo come tensione in Giacometti e De Beauvoir
Alberto Giacometti apre un dialogo con le grandi questioni della filosofia esistenziale. Lo sguardo si configura quale primo punto di connessione con Simone De Beauvoir, poiché si configura in ambedue i casi quale strumento di relazione e insieme di alienazione.
Nella sua opera Le Deuxiéme sexe, de Beauvoir sviluppa il tema della condizione dell’altro. Ogni soggetto, nella costruzione della propria identità, si confronta in maniera inevitabile con lo sguardo altrui. Lungi dall’essere neutro, lo sguardo risulta ambivalente: oggettiva e limita l’individuo, ma al contempo lo riconosce e lo conferma quale presenza. Oggetto e soggetto vivono una relazione intrinsecamente ambigua, animata da una tensione irrisolvibile.
La medesima problematica viene manifestata dalla scultura e dal linguaggio visivo di Giacometti. Non semplici rappresentazioni dell’essere umano, le sue figure filiformi e i suoi ritratti sono dei tentativi radicali di catturare l’essenza dell’altro. Più l’artista tenta di fissare la figura, più essa sembra sfaldarsi e sfuggire. Lo spazio che vige tra artista e modello diviene il luogo di un dialogo non possibile, ove la distanza non è colmabile. L’altro non si lascia mai afferrare, tanto in Giacometti quanto in De Beauvoir: così, Giacometti trascorse la sua vita artistica alla ricerca della radice profonda dei suoi modelli, con la speranza di rendere la scultura una realtà plausibile.
«Pendant vingt ans, j’ai eu l’impression que la semaine suivante je serais capable de faire ce que je voulais faire», ovvero «Per vent’anni ho pensato che la settimana successiva avrei potuto fare tutto ciò che volevo»: questa settimana Giacometti l’ha attesa per tutta la vita, per poi non sentirsi mai realmente soddisfatto delle sue sculture. La sua forza risiede in questa continua ed estenuante ricerca, che dona alle sue opere l’aura dell’atto originario con cui l’uomo emerge quale presenza.
L’etica dell’irriducibile e l’impossibilità del possesso
In Pour une morale de l’ambiguitè Simone De Beauvoir sviluppa una filosofia morale esistenzialista, fondata sull’idea dell’ambiguità dell’essere umano e che pone il presupposto per cui ogni persona è al contempo soggetto e oggetto, libertà e fatto, trascendenza e immanenza. Quale soggetto in continuo divenire, l’essere umano non può essere trattato quale oggetto statico.
La relazione autentica ha le sue radici non sul dominio o sul controllo, bensì sul riconoscimento della distanza che separa i soggetti. A manifestare nella prospettiva visiva tale impossibilità del possesso sono le opere di Giacometti. Le figure da lui scolpite si stanziano dinnanzi a noi, apparendoci sempre in fuga da qualcosa; si configurano quali forme che si dissolvono sotto il suo scalpello. La volontà dello scultore non risiede dunque nell’impadronirsi dell’altro: il tentativo che emerge è, piuttosto, rendere visibile l’assenza-presenza dell’altro. Questo tentativo è sempre incompiuto: le sue sculture non sono mai definitive, l’artista coglie ed accetta l’irriducibilità dell’altro e ne celebra la complessità.
Nel saggio Pour une morale de l’ambiguitè la filosofa ritiene l’uomo quale un’ambiguità vivente, libertà radicata in una condizione finita e trascendenza costretta nel tempo. L’ambiguità dell’essere viene ben espressa dalle figure scolpite da Giacometti, mai completamente presenti o completamente assenti, ma spesso isolate e immerse in spazi vuoti. Si tratta di presenze liminari, sospese ai margini dell’apparire. L’uomo descritto da De Beauvoir non può essere definito in maniera definitiva e parimenti le creature di Giacometti vivono nell’incompiutezza e nella tensione che attraversa finitezza e libertà.
La condizione esistenziale del corpo
«Il corpo non è una cosa, è una situazione: è il nostro modo di esistere nel mondo».
In Le Deuxieme sexe, De Beauvoir sviluppa l’assunto del corpo quale situazione esistenziale. Il corpo non è un semplice oggetto di tipo biologico o estetico, ma una situazione esistenziale che condiziona l’essere umano. Luogo della finitudine, della vulnerabilità, del desiderio; spazio ove la libertà prende forma e al tempo stesso anche un limite che ci radica nella finitudine. Non è qualcosa che semplicemente si ha, è qualcosa che si è: un punto di intersezione tra libertà e contingenza.
Tale assunto si manifesta in maniera ancor più pregnante nella condizione della donna, poiché se l’uomo ha potuto costruire la propria soggettività storicamente nell’opposizione e nella sopraffazione dell’altro, la donna è stata per secoli identificata con il corpo. Il corpo della donna è stato tradizionalmente visto quale oggetto sessuato e sessualizzato e la configurazione del suo corpo diviene gabbia simbolica.
Giacometti interroga parimenti il corpo umano tramite le sue sculture. Immersi in una fragilità radicale, tali corpi sono privati della carne e fanno della fragilità radicale la loro forza simbolica. Sono corpi esposti al tempo, vissuti dalla solitudine, che nonostante la forma filiforme risultano intensamente umani. Giacometti rappresenta il corpo nella sua condizione esistenziale, nel suo essere luogo di precarietà e possibilità, una presenza che è testimone della precarietà dell’esistenza.
Questi corpi filiformi, che nell’apparenza sembrano polverizzarsi nello spazio, mostrano la fragilità estrema come un’intensa forma di dignità che resiste ad ogni ornamento. In De Beauvoir, quanto in Giacometti, il corpo diviene luogo di contraddizione: è ciò che ci espone al mondo e ce ne separa ed è un conflitto perpetuo tra apparenza e interiorità, che spinge contingenza e tensione verso l’assoluto.
L’incompiutezza in Giacometti e De Beauvoir
Condizione essenziale dell’esistenza umana è l’incompiutezza. Nell’arte plastica di Giacometti e nella filosofia esistenzialista di De Beauvoir, l’essere umano non è mai dato quale unità compiuta, autoreferenziale o definita. È colto nel suo farsi, nel suo esporsi in maniera radicale al mondo, nella sua fragilità ontologica e nella sua ambiguità costitutiva. In Pour une morale de l’ambiguité, la filosofa pone l’ambiguità al centro della sua riflessione etica e antropologica.
«Essere uomo, significa tendere ad essere Dio, ovvero superare la propria fatticità; ma anche essere uomo significa non poter mai cessare di essere cosa».
L’essere umano è reso permanentemente incompiuto da tale tensione tra trascendenza e immanenza. L’umano si conforma in un equilibrio instabile che esige responsabilità ma rifiuta ogni assolutezza.
«L’essere umano non è una specie fissa: non è definibile una volta per tutte. Egli si costruisce nel tempo, si crea, si trascende».
Tale visione dinamica e processuale dell’esistenza si manifesta nell’opera scultorea di Giacometti: i suoi corpi non finiti, consunti, scavati e ridotti all’osso sono designabili quali essenzializzati. Apparentemente sospese tra l’apparire e il dissolversi, le sue figure chiedono una presenza invece che imporla. Sono corpi testimoni di un’esistenza che non si lascia mai afferrare del tutto.
La scultura di Giacometti come gesto filosofico
Distanti dalle idealizzazioni classiche, le opere dello scultore interrogano la possibilità stessa della rappresentazione. Come nella filosofia di De Beauvoir, l’obiettivo risiede nell’abitare l’incompiutezza del mistero dell’umano. Arte e pensiero si incontrano per testimoniare la complessità irriducibile del reale e la scultura diviene gesto filosofico: Giacometti cerca, a detta sua fallendo con determinazione, di cogliere una presenza che è inevitabilmente sfuggente.
«Rispettare la libertà dell’altro significa volere che la sua esistenza si prolunghi come movimento verso sé stessa, e non come arresto in una forma rigida».
Come esprime de Beauvoir in Pour une morale de l’ambiguité: l’essere umano non può essere detto una volta per tutte, come non può essere pienamente raffigurato. Il dialogo tra la filosofa e lo scultore è una celebrazione consapevole dell’indefinibilità dell’umano. Entrambi ci portano a riconoscere che abitare l’ambiguità è una verità fondamentale dell’esistenza. L’incompiutezza è uno spazio di possibilità, terreno fragile e fertile ove viene manifestata la dignità più profonda dell’essere.
Nella loro distanza disciplinare, la filosofa e lo scultore si intrecciano nel terreno dell’esistenza, vista e vissuta, quale ambiguità incarnata. Entrambi restituiscono al corpo la sua densità ontologica liberandolo dalle idealizzazioni e ponendolo al centro di una riflessione sull’essere umano, inteso quale traccia viva del nostro essere finiti e liberi. L’incontro tra l’arte di Giacometti e la filosofia di De Beauvoir mostra un nuovo aspetto dell’ambiguità: essa non è un limite da superare, ma una verità da accogliere. Nell’accettazione della precarietà e nell’accoglimento dell’incompiutezza risiede una forma di autenticità che sfida le semplificazioni sia del pensiero che della rappresentazione.
Le opere di Giacometti e De Beauvoir ci rammendano che vivere vuol dire confrontarsi con la fragilità del reale e ci invitano a rispettare l’irriducibilità dell’altro e a riconoscere la bellezza della condizione umana nella sua vulnerabilità essenziale.
Maria Domenica Ferlazzo per Questione Civile
Bibliografia e Sitografia:
S. De Beauvoir, Pour une morale de l’ambiguité.
S. De Beauvoir, Le deuxieme sexe.
www.centrogiacometti.it
www.arte.it
www.artepassante.it


La tensione a voler ottenere dell’uomo superiore lo differenzia dalla mediocrità autoimposta dell’orizzonte ordinario. In modi e sensi diversi Giacometti e De Beauvoir ci ricordano che l’immanenza di Dio nell’uomo si manifesta attraverso la prensione dell’attimo irriducibile, come ingresso della categoria del messianico all’interno del divenire storico.