Palestina libera! Da Israele, da Hamas o da entrambi?
La guerra israelo-palestinese è scoppiata il 7 ottobre 2023 ed ha avuto origine da un massiccio attacco a sorpresa di Hamas contro Israele, con incursioni armate, rapimenti di ostaggi e bombardamenti missilistici portando alla morte di circa 1.200 persone tra civili e militari ed al rapimento di 250 ostaggi. L’8 ottobre Israele ha dichiarato ufficialmente lo stato di guerra e ha iniziato una pesante risposta militare contro la Striscia di Gaza, con bombardamenti aerei e un’avanzata di terra iniziata il 27 ottobre. L’obiettivo israeliano ufficiale è stato la liberazione degli ostaggi, la distruzione definitiva di Hamas e l’occupazione militare della Striscia di Gaza.
Questa azione, a cui Hamas ha dato il nome di “operazione alluvione Al-Aqsa”, fu pianificata ed eseguita da Hamas, con il supporto di altri gruppi armati palestinesi. Israele ha risposto militarmente con una guerra totale del tutto sproporzionata.
I combattimenti si sono trasformati in una guerra urbana, con violenti bombardamenti in territori densamente popolati, causando una grave crisi umanitaria e un altissimo numero di vittime civili, comprese donne e bambini. La popolazione di Gaza è stata sottoposta a un blocco totale che ha limitato elettricità, acqua, carburante e cibo. In numerosi casi, i missili israeliani hanno colpito anche le infrastrutture civili come gli ospedali.
Al 29 giugno 2025 le vittime nella striscia di Gaza ammontano a circa 56.153 (Fonte: Huffpost), mentre in Cisgiordania le vittime al 23 agosto 2025 ammontano a circa 1.031 (Fonte: Tgcom.24), con oltre 1 milione e 900 mila sfollati. Israele ha imposto restrizioni e controlli anche in Cisgiordania e ai confini con Libano e Siria, dove sono scoppiati scontri con gruppi armati come Hezbollah per il controllo delle alture del Golan e di alcune aree libanesi sotto egida ONU.

Lettura geopolitica sul “Grande Israele”
Dal punto di vista geopolitico, si sta discorrendo, concretamente, di un’operazione di rovesciamento del regime esistente, attraverso un’occupazione e controllo del territorio finalizzata alla creazione di un’area sotto giurisdizione israeliana che non rappresenti più una minaccia per Tel Aviv. In questa fase storica Israele, per ovvi motivi, è contrario alla soluzione dei due Stati, poiché uno Stato di Palestina sotto il controllo di Hamas finirebbe per fornire ai gruppi islamici terroristici legittimazione internazionale nell’area non solo della striscia di Gaza ma anche nell’area della Cisgiordania, creando, di fatti, non solo un problema di sicurezza ma anche una minaccia all’esistenza stessa dello Stato d’Israele.
Molti sostengono le azioni di Israele per ragioni legate alla legittima difesa nazionale contro un attacco coordinato di un gruppo terroristico come Hamas, responsabile di violenza contro civili israeliani. La comunità internazionale, inclusi numerosi Stati europei e occidentali, riconosce il diritto di Israele alla sicurezza, soprattutto in relazione al rapimento di ostaggi e all’attacco iniziale del 7 ottobre. Inoltre, Israele viene visto da molti come l’unica democrazia in Medio Oriente e partner strategico per gli interessi occidentali e le strategie di sicurezza nell’area, dunque, Tel Aviv secondo molti partner occidentali ha il diritto ed il dovere di proteggere la sua sovranità e la sua popolazione da gruppi terroristici intenzionati a distruggerlo sulle carte geografiche.
Secondo alcune fonti, Hamas userebbe la popolazione civile di Gaza come scudo umano, lanciando missili da aree densamente abitate e impedendo ai civili di evacuare. La posizione di supporto a Israele è altresì rafforzata dal timore di una legittimazione delle organizzazioni terroristiche in Medio Oriente e dal rifiuto di riconoscere Hamas come interlocutore istituzionale (sostenuto dall’Iran, dal Qatar, degli Houti e da Hezbollah) per un processo di pace. In questo contesto, alcuni governi e opinioni pubbliche ritengono che l’azione militare israeliana sia necessaria per la sicurezza nazionale e per frenare future minacce.
Il dibattito nei Paesi occidentali
Tuttavia, ci sono Paesi e molti movimenti politici occidentali che hanno rivolto dure critiche per l’eccessiva risposta militare israeliana, per la sofferenza arrecata alla popolazione civile palestinese e le gravi violazioni dei diritti umani segnalate da organizzazioni internazionali. Il conflitto resta profondamente complesso, radicato in decenni di tensione e assenza di una pace duratura, che ad oggi stenta a vedere una fine.
Il dibattito in Occidente è in una fase di forte polarizzazione, tant’è che molti movimenti politici ed esponenti pubblici si dichiarano fermamente “anti-sionisti”, accusando il governo di Benjamin Netanyahu di star perseguendo un progetto di espansione territoriale per la creazione di un “Grande Israele” (o la famosa “Terra Promessa” citata in Genesi 15:18-21), provvedendo all’annessione della striscia di Gaza, delle alture del Golan, della Cisgiordania, del sud del Libano, di gran parte della Siria, fino ad una espansione territoriale che va dal fiume Nilo all’Eufrate.
Lettura geopolitica sul “Grande Iran”
D’altro canto, in Medio Oriente, è presente un fronte anti-iraniano che si allarga anche al Maghreb e all’Africa, composto da Paesi arabi che hanno firmato i cosiddetti “Accordi di Abramo”. Parliamo di Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Sudan. A questi andrebbe aggiunta la Giordania, che è un Paese che da decenni esiste grazie alla volontà di Israele, e l’Egitto, che ha firmato a sua volta un trattato di pace con Israele nel 1979. Dunque, sono diversi i Paesi arabi e musulmani che si stringono ad Israele in funzione anti-iraniana ed è ciò che fa più paura all’Iran, che è un Paese musulmano ma non arabo, è un Paese indoeuropeo persiano, un antichissimo impero di musulmano sciita, a differenza dei Paesi citati che sono a maggioranza sunnita.
Proprio per evitare che questo fronte si compatti ulteriormente con l’ingresso dell’Arabia Saudita, l’Iran sta utilizzando Hamas per innescare reazioni scomposte e sproporzionate di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e, in generale, nella regione. Lo scopo iraniano è quello di spingere i regimi musulmani che hanno siglato accordi con Israele a prendere le distanze in ottica di un graduale isolamento di Israele a livello regionale. Attraverso questa operazione, l’Iran otterrebbe una sempre crescente leadership dei Paesi musulmani in Medio Oriente e quindi avanzerebbe progressi per l’ottenimento di un posto tra le medie potenze globali, dopo l’indebolimento strutturale generato dal bombardamento americano delle proprie aree di arricchimento dell’uranio per scopi di deterrenza militare e la conquista di posizione rilevante da parte della Turchia dopo il rovesciamento del regime di Assad in Siria.
Palestina: le possibili soluzioni al conflitto
Dal punto di vista umanitario, la soluzione più plausibile alla guerra israelo-palestinese è quella dei “due popoli, due Stati”, che prevede la creazione di uno Stato di Palestina, che vive al fianco di Israele in pace e sicurezza. Questa soluzione è riconosciuta da numerosi attori internazionali e sostenuta da dichiarazioni recenti dell’ONU, che richiedono impegni concreti come il riconoscimento reciproco, il rispetto dei confini del 1967, la fine dell’occupazione, la conclusione di accordi di pace giusti e duraturi, e la garanzia di sicurezza per entrambi i popoli.
In particolare, la recente Dichiarazione di New York del 2025 rappresenta una possibile soluzione sottolineando la necessità di: un cessate il fuoco immediato e permanente; il rilascio di tutti gli ostaggi e lo scambio di prigionieri; il ritiro completo delle forze israeliane da Gaza; il sostegno all’unificazione della Striscia di Gaza con la Cisgiordania, parte integrante dello Stato palestinese; l’istituzione temporanea di un comitato amministrativo sotto l’Autorità Palestinese a Gaza; la necessità di un processo negoziale con supervisione internazionale per la pace e la stabilità duratura; l’interconnessione tra la pace israelo-palestinese e l’integrazione regionale in Medio Oriente.
Altre soluzioni proposte
Altre proposte includono il rafforzamento di forze internazionali di pace nei territori occupati attraverso operazioni di peace keeping, la creazione di una “buffer area” demilitarizzata che vada da Rafah a Beit Hanoun e il coinvolgimento attivo della comunità delle Nazioni Unite nel garantire il rispetto degli accordi e delle risoluzioni adottate.
Il nucleo della risoluzione del conflitto, al di là di ogni discorso pacifista ed umanitario, rimane il come neutralizzare o estirpare il gruppo terroristico ed estremista di Hamas dai territori palestinesi, elemento sul quale nessun opinionista o manifestante riesce ad avanzare una proposta chiara e plausibile, probabilmente perché viene relegato al “lavoro sporco” dell’intelligence israeliana ed occidentale. Ma se fosse così semplice, Israele avrebbe risolto questo conflitto ancor prima del 7 ottobre 2023.
Le implicazioni e le difficoltà del riconoscimento della Palestina
Il riconoscimento della Palestina da parte di alcuni Paesi viene visto da alcuni come una concessione ad Hamas per diverse ragioni legate alla complessità politica e istituzionale dell’area oltre che al rischio di una legittimazione internazionale come interlocutore primario: Hamas è infatti il gruppo che controlla la Striscia di Gaza, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese amministra le regioni della Cisgiordania. Nonostante la Palestina sia riconosciuta da molti Paesi come uno Stato ai sensi del diritto internazionale, questa frammentazione istituzionale rende controverso il concreto riconoscimento.
Il problema è che riconoscere lo Stato palestinese implica accettare la rappresentanza politica palestinese e Hamas è una componente chiave di questo contesto, anche se non riconosciuta come interlocutore legittimo da molti Paesi occidentali. Questo, per di più, può essere percepito come un rafforzamento della posizione di Hamas o un segnale di legittimazione indiretta verso un’organizzazione terroristica ed antioccidentale. Di conseguenza, il riconoscimento rischia di essere interpretato come una concessione internazionale al gruppo estremista, anche se in realtà l’obiettivo dichiarato è quello di sostenere il diritto all’autodeterminazione palestinese e una soluzione di pace duratura basata sulla soluzione dei due Stati, fondato sul diritto dei palestinesi ad uno Stato e alla pace.
I riconoscimenti recenti dello Stato di Palestina
Tuttavia, molti riconoscimenti recenti (ad esempio da Francia, Regno Unito, Canada) sono accompagnati da dichiarazioni che sottolineano l’intenzione di promuovere un processo di pace, un cessate il fuoco e una nuova governance palestinese senza Hamas come fase successiva del negoziato, proprio per evitare che il riconoscimento rafforzi direttamente Hamas. Posizione condivisa anche dall’Italia, unitamente alla necessità di liberare gli ostaggi e scambiare reciprocamente i prigionieri di guerra.
Ma l’interlocutore istituzionale chi dovrebbe essere? Se non deve essere Hamas nella striscia di Gaza, dovrebbe allora essere l’ANP cisgiordana? Quindi l’Occidente dovrebbe affidare il controllo della Striscia di Gaza all’ANP? E nel caso, Hamas rimarrebbe a guardare? Allora sarebbe meglio l’istituzione di un’autorità terza sia ad Hamas, che all’ANP, che risponda solo ad Israele, agli USA e alle Nazioni Unite? E sarebbe legittimata dal popolo? Hamas ed ANP rimarrebbero a guardare? Saremmo di fronte ad una Libia 2.0 in versione ridotta?
Tutte queste domande sono alla base delle difficoltà del riconoscimento dello Stato di Palestina, a dimostrazione del fatto che la geopolitica va ben oltre i sentimentalismi e le posizioni retoriche. Nello scenario internazionale servono soluzioni accettabili da tutte le parti coinvolte, quando queste soluzioni non sono accettate, è lì che la guerra diventa una conseguenza. Sicuramente, però, non è accettabile sostenere che l’Europa ed i suoi stati membri siano complici e corresponsabili dello sterminio nella striscia di Gaza. I meccanismi globali e le soluzioni ai conflitti sono argomenti molto più complessi rispetto alle posizioni semplicistiche e riduttive reclamate durante alcune manifestazioni per la Palestina.
Il ritorno del “power sharing” transitorio per la risoluzione dei conflitti
La pratica della “condivisione del potere” è uno strumento di risoluzione dei conflitti in cui più gruppi distribuiscono tra loro il potere politico, militare o economico sulla base di regole preventivamente concordate. Questo strumento ha origini antiche, risalenti sino alla Pace di Augusta nel XVI secolo, passando per la Pace di Westfalia nel XVII secolo per porre fine alla sanguinosa guerra dei Trent’anni, fino ad arrivare al periodo post-sovietico, con la firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 per porre fine alla guerriglia civile tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda.
La soluzione dei “due popoli, due Stati” potrebbe essere ottenuta attraverso un percorso graduale basato inizialmente su una fase transitoria di “power sharing” attraverso la creazione di due organismi finalizzati alla normalizzazione della Striscia di Gaza, come proposto dal Presidente americano Donald Trump.
L’organismo operativo proposto sarebbe un comitato palestinese tecnocratico e apolitico (responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle municipalità per la popolazione locale) e sarebbe composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione e il controllo di un nuovo organismo internazionale di transizione, chiamato “Consiglio di Pace”, che sarà guidato e presieduto dal presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da annunciare in caso di accettazione dell’accordo da entrambe le parti, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair.
Alessio Costanzo Fedele per Questione Civile
Figura: La distruzione delle infrastrutture civili di Gaza (Fonte: “A Cartography of Genocide”, Forensic Architecture)

