Alekos Panagulis, vita di un giovane che sfidò la dittatura dei Colonnelli
Al nome di Alekos Panagulis è legata indissolubilmente la resistenza contro il regime greco dei Colonnelli. Il ragazzo che sfidò il regime, in carcere e fuori, fino a dopo la sua caduta.
Un uomo in fuga: Alekos Panagulis dalla Grecia a Cipro
Glifada si affaccia sul golfo Saronico, a pochi chilometri da Atene. Davanti a lei l’isola di Egina, oltre cui si staglia il Peloponneso; è in questo piccolo comune greco, meno di centomila abitanti, che nel 1939 aveva avuto inizio la storia di Alexandros Panagulis, conosciuto come Alekos. Rivoluzionario ed eroe greco, combattente per la libertà durante il regime dei colonnelli, Panagulis era il secondo di tre figli. Il più grande, Georgios, fu vittima del regime, mentre il terzogenito, Efstathios, è ancora in vita ed è stato più volte deputato dopo la dittatura.
Laurato in ingegneria elettronica e ispirato da forti principi di libertà e democrazia, egli si avviò al servizio militare; erano i mesi che precedevano il golpe dei Colonnelli, la caduta del Paese nella dittatura. Quando questo avvenne, il 21 aprile 1967, la scelta di Panagulis fu la diserzione: abbandonare tutto e tutti e lasciare la Grecia.
Non si trattava di vigliaccheria, non era la scelta di chi ha paura e abbandona la propria nazione e i propri cari al regime.
Panagulis scelse Cipro per il proprio auto esilio, un luogo abbastanza vicino per potersi sentire al sicuro mentre pianificava la resistenza.
Da qui guidò il gruppo Resistenza Greca, che continuò a esistere anche durante la sua detenzione; da lì iniziarono i piani per l’attentato dell’anno successivo.
A Cipro progettò, mise insieme, attese il momento propizio per tornare in Grecia e finire l’organizzazione.
Non sarebbe stato un attacco qualsiasi: infatti, la vittima designata era il Colonnello Geōrgios Papadopoulos, testa del regime e primo ministro dal dicembre 1967. Dopo pochi mesi di esilio, Panaguilis ritornò in Grecia clandestinamente, ancora ricercato per la sua diserzione. Al suo ritorno il piano per colpire il Colonnello fu rifinito e reso definitivo; diverse persone avrebbero collaborato, ma sarebbe stato lui ad agire materialmente.
Il fallito attentato a Papadopoulos e la detenzione di Alekos Panagulis
13 agosto 1969, era questa la data scelta per l’attentato a Papadopoulos.
In piena estate, vicino alla residenza estiva del Colonnello a Lagonisi, sulla strada lungo il litorale che percorreva per tornare verso Atene; una via costiera, affacciata sul mare, quello da cui Panagulis sarebbe potuto scappare con facilità dopo la detonazione. Il piano, lungamente studiato, fallì; un cavo troppo corto, un errore di calcolo.
Due mine erano state posizionate sotto la strada, ma durante il passaggio del convoglio ne esplose solo una, troppo tardi. Quello che nelle menti degli organizzatori sarebbe dovuto essere un enorme scoppio divenne una piccola esplosione, sufficiente a mettere in allarme il convoglio del colonnello.
Poche ore più tardi lo stesso Panagulis venne ritrovato nascosto in un’insenatura costiera sotto il luogo dell’attentato:
si trattò di un arresto eccellente per il regime, in quanto lo cercavano da mesi.
Processato, venne condannato rapidamente a morte, condanna che però non fu mai eseguita. La storia del fallito attentato era presto diventata di dominio internazionale e le pressioni estere pesarono sulle scelte del regime greco.
Quelli che seguirono furono cinque anni di carcere e torture, fino al 1973.
Prima nel palazzo dei servizi segreti, l’ESA, poi l’isola di Egina, dove attese invano l’esecuzione.; infine il carcere militare di Boiati, dove fu traslato alla fine del novembre 1968.
Fu propriò da lì che Panagulis riuscì a fuggire nel giugno 1969: una breve fuga terminata con la denuncia da parte del compagno presso cui si era rifugiato. Riportato in carcere, tentò nuovamente la fuga, questa volta però senza successo:
la conseguenza fu la tomba, una cella costruita ad hoc per lui di appena due metri per tre.
Qui fu costretto a passare i successivi tre anni e mezzo di detenzione.
La libertà: Alekos Panagulis, Oriana Fallaci e la fine del regime
Sarà Oriana Fallaci a raccontare della detenzione di Panagulis nella tomba di Boiati, nel suo romanzo Un uomo.
La giornalista italiana fu tra le prime persone che ebbero modo di parlare con Panagulis nell’agosto 1973: fu in quel rovente mese estivo che un’amnistia liberò il detenuto forse più famoso di tutta la Grecia.
Negli anni di prigionia egli aveva appreso l’italiano proprio per leggere gli articoli di Oriana Fallaci; lei, a sua volta, aveva avuto modo di seguire le vicende del greco tramite le notizie che uscivano dai confini della dittatura.
Quella tra Alekos Panagulis ed Oriana Fallaci diventò presto una relazione sentimentale: la coppia tornò insieme in Italia, in Toscana, dove lui visse da esiliato gli ultimi mesi della dittatura.
Solo nel 1974, dopo il crollo del regime, Panagulis fece ritorno in Grecia, dove si candidò alle elezioni parlamentari e venne eletto deputato durante le prime libere consultazioni.
Il Parlamento post dittatoriale non sarebbe stato solo il luogo in cui costruire la nuova Grecia. Panagulis, infatti, venne chiamato a testimoniare contro il regime di cui era stato vittima, a lavorare per dare giustizia alle vittime. A questo si aggiunsero le accuse contro quei membri del nuovo Parlamento che però erano noti per aver collaborato col regime durante la dittatura. In particolare, egli si dedicò alla posizione di Evangelos Averoff, Ministro della Difesa. Quest’ultimo era un personaggio molto potente, uno dei più potenti in quei mesi di ricostruzione. Panagulis aveva un interesse particolare per le sue posizioni di contatto col regime, sulle quali stava raccogliendo carte e materiali. Le prove della collusione tra Averoff e il regime dei Colonnelli erano pronte per essere depositate davanti al parlamento di Atene. La data era prevista per i primi giorni del maggio 1976.
Un giorno che Alekos Panagulis non riuscì a vedere.
Atene, fine aprile 1976
Gifalda l’aveva visto nascere, la strada verso Gifalda lo avrebbe visto morire.
Si sarebbe conclusa così, nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio 1976, la vita di Alexandros Panagulis, per tutti Alekos.
Un incidente stradale che tutte le perizie considerarono più simile a un attentato che a una disgrazia, ma che per la legge greca venne archiviato come tragica fatalità.
Zi! Zi! ZI”, “Vive! Vive! Vive, gridò il popolo per le strade di Atene il 5 maggio: fu quella la data scelta per i funerali del ragazzo che era sopravvissuto al regime ma che si era dovuto arrendere a qualcosa di più grande.
Il destino, la scelta di qualcuno.
La domanda rimane nell’aria, intorno al corpo e alla vita di quel giovane che per la democrazia e la libertà aveva dato tutto.
Di lui restano – inoltre – le poesie scritte in carcere.
L’umanità che non muore.
Se per vivere, o Libertà
chiedi come cibo la nostra carne
e per bere
vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime,
te li daremo
Devi vivere
Alekos Panagulis, 1971
Francesca Romana Moretti per Questione Civile
Bibliografia
O. Fallaci, Un uomo – edizioni mondolibro
Sitografia
infoaut.org
raicultura.it
osservatoriorepressione.info
stamboulis.org
theeatculture.com
gruppolaico.it
Per la poesia
alekospanagulis.altervista.org

